Delitto di coppia

Molti assassini uccidono da soli o coinvolgono altre persone solo per caso e comunque la coppia assassina è un fenomeno piuttosto raro nell'ambito dei delitti. Ciò nonostante ci sono state diverse coppie che hanno ucciso, per amore, per odio, per vendetta, per denaro ma anche per semplice  perversione.

Ci sono follie a due che durano un momento o follie a due che durano a lungo con omicidi premeditati, desiderati, architettati insieme. Questi delitti sono il prodotto di due menti di cui, di solito, una è preminente e influenza l'altra. In questi casi almeno uno degli assassini avrebbe ucciso comunque mentre accade che l'altro se non avesse fatto il fatale incontro avrebbe avuto una vita normale.

La follia a due viene anche detta follia indotta e indica quella situazione in cui i due membri di una coppia si incontrano sul piano comunicativo (INCONTRO FATALE) tramite un reciproco influenzamento delirante.

La suggestionabilità ha una parte notevole nella follia a due e si riferisce anche a quei casi in cui una personalità paranoica o fanatica condiziona e plagia l'altro membro della coppia particolarmente recettivo o suggestionabile.

 S. Arieti: "Il primo ad ammalarsi è di solito un individuo con una personalità forte, prepotente e arrogante. Questi è capace di far accettare il proprio sistema delirante al coniuge, a un figlio, a un fratello, a una sorella o a un amico che vive con lui.

Le vittime sono di solito persone deboli, sottomesse, le quali trovano più facile accettare le idee del donatore, anche se psicotiche, che opporsi ad esse. La convinzione incrollabile del donatore, come pure l'ansia che un rifiuto della sua autorità provocherebbe nelle vittime, fanno sì che queste accettino i suoi deliri. Naturalmente le vittime devono essere preparate dalle loro difficoltà psicologiche personali ad accettare il fardello psicotico altrui.  La prognosi è buona per i casi indotti, se vengono separati dal donatore e sottoposti a una terapia adeguata".  

E' quindi interessante vedere in queste storie i rapporti di forza fra i due individui che commettono i crimini (il dominatore e il dominato), il loro fatale incontro, l'evoluzione del loro rapporto, e i frequenti voltafaccia e tradimenti al momento della cattura e soprattutto durante i processi. 

Ma soprattutto in coppia, rispetto agli omicidi compiuti da una persona sola, c'è una maggiore responsabilità di ognuno perché l'altro fa da specchio, da coscienza e quindi non si può evitare di capire quello che si sta commettendo.   

Nel caso di una coppia di serial killers siamo in presenza di ciò che viene definita una vittima servile di un sadico maschio. L'uomo, un sadico sessuale, trova una donna vulnerabile e dopo un certo tempo riesce a spingerla a partecipare alle sue attività criminali. Allora assistiamo a un cambio radicale dei valori di questa donna. E spesso l'elemento femminile di una tale coppia agirà in maniera più violenta che se avesse commesso i delitti da sola.

Questa brutalità accresciuta si manifesta non solo durante il crimine ma anche nei metodi usati per sbarazzarsi del cadavere. Ciò è dovuto soprattutto all'influenza dell'uomo piuttosto che a qualcosa di inerente alla donna.  

Scipio Sighele, allievo di Enrico Ferri, pubblicò nel 1909 la terza edizione de “La coppia criminale”, la cui prima edizione risaliva al 1892. Era un tema nuovo, studiato fino allora solo da alcuni autori francesi.

Secondo Sighele la coppia assassina ha nella suggestione il suo motore principale. E’ infatti composta dall’incube e dal succube. Divide le coppie criminali in:

Amanti assassini: in cui la suggestione ha una enorme importanza. Dei due amanti uno è un perverso e l’altro un debole, succube e strumento del primo.  Il legame che li unisce è di tipo sessuale. Uccidono per motivi sessuali ma anche per cupidigia.

Coppia infanticida: di solito è una coppia segreta che uccide la prova del legame.

Coppia familiare: fratelli, sorelle, madri e figlie, padri e figli. La vita in comune crea condizioni favorevoli allo sviluppo della suggestione omicida. Le due parti sono più simili che nelle altre coppie e hanno un forte rapporto di dipendenza.

Coppia di amici: di solito uno degli amici è un perverso e l’altro un debole.  

“La coppia criminale si costituisce o per l’assoluto predominio dell’uno, e quindi assoluta soggezione dell’altro, o in grazia di un’intesa fra i due che equipari quasi la loro importanza, benché mantenga diverse le loro funzioni”. Nei casi di intesa “essa si forma per l’incontro e l’accordo di due volontà egualmente perverse. In certi casi, cioè, non trattasi di suggestione, ma semplicemente di contratto, offerto e accettato”.

Il massimo del dominio esercitato da una persona su un'altra è costringerla ad attuare un atto definitivo, l'omicidio. Per persone che si sentono nullità, a meno che una situazione non li forzi a fare qualcosa, un rapporto con qualcuno che li domina li rende importanti, li fa sentire vivi. E d'altra parte, il fatto che una persona consenta ad un'altra di dominarla fa pensare a quest'ultima di essere molto potente, è una grande conferma.  

Silvia Coda, “Coppie criminali”: Per quanto riguarda gli aspetti strettamente psichiatrici, è noto lo spazio dedicato alla “folie à deux”, ampiamente descritta nel secolo XIX da autori francesi. Si tratta di casi in cui si assiste a un contagio che avviene per lo più nell’ambito della famiglia, tra fratelli e sorelle, ma anche tra coniugi. Disturbi del tono dell’umore e tematiche deliranti paranoidee, di cui un componente è il principale portatore, verrebbero trasmessi ad altri familiari psicologicamente più deboli e fragili, che mutuano le tematiche patologiche psichiche del famiiare “malato”, ammalandosi pure loro. (…) l’affezione psichiatrica, che colpisce contemporaneamente due o più persone che vivono a stretto contatto tra di loro, è modernamente definita come Disturbo Psicotico Condiviso. Questi quadri psicotici sono anche etichettati come Sindrome Delirante Indotta.”

In alcune situazioni “le capacità critiche risultano ampiamente indebolite e l’Altro viene connotato di caratteristiche totalmente negative, a differenza dei componenti della coppia, che si vivono come del tutto positivi. Questa estremizzazione dei vissuti del tipo “tutto buono-tutto cattivo” impedisce di mediare tra aspetti conflittuali e contraddittori e si traduce inevitabilmente nel “più economico” passaggio all’atto. (…)

Il ricorso massiccio a meccanismi difensivi primari, infatti, è sia a livello individuale, sia di coppia, al servizio della morte e fatalmente porta alla distruzione della coppia, oltre che della vittima, anche quando i mecanismi di difesa sono mobilitati al fine di preservare, secondo modalità regredite, l’integrità della coppia stessa. Tale funzionamento psicologico è anche quello che chiarisce come mai non siano immediatamente comprensibili le ragioni che hanno sotteso decisioni tanto gravi quanto estreme (i delitti immotivati). Spiega anche da un lato l’acritico convincimento di non essere scoperti e arrestati, dall’altro la potenza della “fusione” psicologica presente nella più parte di queste coppie: fusione che costruisce nell’immaginario un tale vissuto di onnipotenza da negare la possibilità di essere scoperti.

Ne conseguono comportamenti che si sganciano da un adeguato esame di realtà, dalla critica, dalla presa in considerazione di contromotivazioni e di soluzioni alternative e un progressivo isolamento della copia in una monade decontestualizzata, i cui meccanismi cognitivi assumono caratteristiche che la avvicinano a quelli del bambino e del pensiero magico. Questi meccanismi, quando messi in atto da entrambi i componenti della coppia, agiscono in sinergismo negativo e costruiscono una miscela esplosiva alla quale è facilissimo dare fuoco, nel momento in cui vengono meno i meccanismi secondari di mediazione e di controllo. In forza di questo processo psicologico, la coppia arriva a mettere in atto quanto i singoli, molto probabilmente, non avrebbero mai compiuto.  

(…)Concordanza e induzione sono due modelli di funzionamento della coppia che devono essere tenuti concettualmente distinti, anche se, come ricordano Callieri e Flick “non ci sentiamo autorizzati a fare un taglio netto tra l’induttore e l’indotto: c’è sempre un tacito patto, c’è spesso una malcelata seduzione da parte di colui che è sato indotto. Determinazione, induzione, istigazione, seduzione, intimidazione, soggezione sono concetti definiti ricorrendo alle sole dimensioni psichiche dell’azione che proviene dal suggestore”. (…) Per quanto riguarda le caratteristiche del fenomeno suggestivo, è bene precisare che questo può essere o meno intenzionalmente agito dal suggestore e può essere notato o subito in modo inconsapevole dal suggestionato. (…) Nella dinamica di coppia entrano in gioco aspetti sia di vulnerabilità, sia di accessibilità della persona più “debole” nei confronti di quella più “forte”. (…) Il background culturale di cui ognuno è portatore interviene e concorre nel plasmare le soluzioni al conflitto.”  

Vittima

Coda: La vittima non viene riconosciuta come persona, bensì identificata in un ostacolo, o in un simbolo di male e di cattiveria che è “giusto” e “naturale” eliminare.  (…) denigrare e degradare la vittima privandola di connotazioni umane, consente agli autori degli omicidi di evitare l’irruzione di pesanti sensi di colpa, che sarebbero senza dubbio destabilizzanti. E’ come se ognuno di loro si dicesse: “ho commesso un omicidio, mi sono rovinato la vita, ma ne è valsa la pena, non avevo altra scelta, sono stato costretto, non ho colpa”.  

Dopo il delitto

Nella maggior parte dei casi, scoperti i delitti, dopo il processo, uno dei due rinnega il suo partner e torna ad essere la persona che era prima di incontrarlo.

Coda: Il tipo di funzionamento regredito e primario trova una sua continuità nell’atteggiamento che, dopo l’arresto e nel corso degli interrogatori, in seguito alla rottura della simbiosi o dell’accordo psicologico, è particolarmente evidente nelle copie di amanti: quello di accusarsi reciprocamente, continuando a negare le realtà dei fatti. Come hanno negato a se stessi la possibilità di essere arrestati, così negano ogni assunzione di responsabilità, minimizzandola o respingendola in toto (“il male si è impossessato di me… non ho capito più nulla… ho perso la testa… avevo preso delle pastiglie di Roipnol… avevo bevuto troppo vino… non sono sato io a uccidere… è lei/lui che ha fatto tutto”), collocando nell’altro, attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva, la fonte del potere distruttivo (“mi ha plasmato… era entrata nel mio cervello…”)

In altri casi, invece, alcuni protagonisti proteggono il complice fino al punto di scagionarlo, addossandosi ogni responsabilità dell’omicidio. Questo atteggiamento può essere letto come tentativo estremo di conservare nel proprio mondo interno quel legame di coppia che l’intervento giudiziario ha spezzato”. (…) “Se per alcune coppie l’omicidio rappresenta qualcosa che spezza per sempre il sodalizio, per altre costituisce un elemento che rinsalda ulteriormente il legame esistente. Nel primo caso i meccanismi primari fanno sì che l’oggetto “cattivo”, inizialmente collocato nella vittima venga poi spostato sul complice, che diventa l’induttore, il perverso, l’ideatore; nel secondo caso l’oggetto “cattivo” viene mantenuto all’esterno della coppia, che si compatta ulteriormente, anche al di là del reato, mantenendo nell’immaginario quella fusione che preesisteva al passaggio all’atto. (…)

 Legami

I legami che uniscono due assassini possono esssere di diverso genere: amanti eterosessuali, amanti omosessuali, madre e figlia, fratelli, sorelle, amici, marito e moglie, cugini.

 Moventi

Oltre a motivazioni più comuni come quelle passionali e quindi amanti che vogliono liberarsi di mariti ingombranti o  crudeli o addirittura mariti e mogli che uccidono l'amante di uno di loro, magari per vendetta, le cause di questi omicidi sono le più disparate.  

Rabbia e disperazione

Sorelle Papin

Christine era la sorella maggiore di Léa Papin, ed era nata nel 1903 ad Angers. I genitori, divorziarono e misero le sorelle nell’istituto del Buon Pastore dove erano obbligate a fare lavori manuali, pulire, cucinare, cucire e naturalmente pregare. Christine era convinta che la madre le avesse affidate alle suore perché non le voleva tenere con sé, non perché le mancassero i mezzi per mantenerle. Quando ebbero ventotto e ventidue anni furono assunte a servizio dalla famiglia Lancelin a Le Mans. René Lancelin era un avvocato in pensione e viveva con la moglie e l’unica figlia, Geneviève. Lui era un uomo mite ed estremamente formale. La moglie era vivace ma ugualmente formale. Aveva un’alta opinione della classe sociale a cui apparteneva e disprezzava i ceti inferiori. Ogni giorno rimproverava le domestiche, indossava guanti bianchi per ispezionare i mobili e scoprire tracce di polvere, controllava se la coperta del letto avesse delle grinze, costringeva Léa, la sua vittima preferita, a inginocchiarsi per raccogliere la carta di una caramella che aveva appena messo in bocca.

Un giorno il ferro da stiro si rompe e madame Lancelin decurta dallo stipendio delle sorelle il prezzo della riparazione. La sera del 2 dicembre 1933 il ferro si rompe di nuovo e provoca un corto circuito che toglie la luce a tutta l’abitazione. Quella sera Madame Lancelin e la figlia tornano a casa a cambiarsi per andare con Monsieur Lancelin a cena insieme al fratello. Scoprono che la casa è al buio e salgono le scale per rimproverare e aggredire le due domestiche. Christine, vedendo l’espressione delle due donne, si lancia sulla figlia e le strappa gli occhi. Lèa fa lo stesso con la madre. Christine scende poi in cucina a prendere un martello e un  coltello. Passandosi le armi finiscono di uccidere le vititme e con il coltello tagliano loro ripetutamente la carne delle gambe e dei genitali. Poi vanno in camera, infilano la camicia da notte e aspettano la polizia.

In carcere Christine, la più intelligente delle sorelle, deve essere costretta in una camicia di forza per impedirle di cavarsi gli occhi. Per molto tempo grida il suo dolore per essere stata separata dalla sorella, poi smette di nominarla. La coppia è distrutta.

Fuori dal tribunale una folla inferocita reclama la pena di morte che in Francia è stata abolita solo nel 1981 da Mitterand ma non viene applicata dal 1887.

Secondo Lacan è la paranoia e non la schizofrenia ad aver portato le sorelle al delitto. La follia a due

L’avvocato della difesa, Germaine Brière, commenta di aver trovato due povere ragazze al posto di due bruti. Gli psichiatri le considerano sane di mente. Ciò che proprio manca è il movente. Sembra certo che la personalità della più giovane è stata totalmente annichilita dalla più anziana.

E’ la classica folie à deux: quando una persona folle scatena la follia in un soggetto vicino si tratta sempre di una coppia formata da un soggetto attivo e uno passivo. Christine è attiva e ordina. Lèa è passiva e ubbidisce.

La giuria trovò un accordo dopo soli quattro minuti. Christine fu condannata ad essere ghigliottinata sulla pubblica piazza, Lèa a dieci anni di lavori forzati. Nell’udire la sentenza, Christine cadde in ginocchio sul pavimento dell’aula. Lèa chiese l’appello, Christine, no. Lèa non ebbe il processo d’appello e la pena di Christine fu commutata in prigione a vita. La sua salute mentale lentamente deteriorò nel carcere di Rennes. Ripeteva continuamente di essere una buona a nulla e di meritare la morte. Quando le fu portata la sorella, disse di non riconoscerla. Smise di mangiare e morì per una infezione ai polmoni dovuta a malnutrizione nel 1937. Lèa fu rilasciata nel 1943, due anni in anticipo, per buona condotta e andò a vivere con la madre che durante il processo e la prigione non si era mai fatta vedere. Si impiegò come cameriera e visse quieta con la madre Clemence a Nantes. Lèa prese il nome di Marie. Dopo L’affaire Papin di Paulette Houdyer, 1966, sono stati scritti altri libri. Il documentario di Claude Ventura “En quete des Soeurs Papin”  rivela che Lèa non è morta nel 1982. nel dicembre del 2000 Lea è ancora viva in un ospizio in Francia. E’ semiparalizzate e incapace di parlare. Aveva 89 anni. Non ci sono più sue notizie.  

Lea era completamente dominata dalla sorella. Era timida, poco intelligente, con disturbi d’ansia. Christine era intelligente, con una personalità difficile, paranoide. Se Lea fosse stata separata da Christine la sua vita sarebbe stata diversa. Il loro notto era violento ed epilettico. Il padre, Gustave, avea problemi di alcolismo e aveva violentato la figlia Emilia quando aveva nove anni.  Questo aveva accelerato il divorzio dalla moglie. Lea e Christine erano state messi in un orfanotrofio. La madre era spesso andata a visitarle nonostante il cattivo rapporto con Christine. Poi, la madre aveva smesso di andare a trovarle.

Estremamente legate una all’altra. Si è parlato di legame omosessuale.

A teatro. Jean Genet: "Les bonnes” (1947)  

Al cinema: La Céremonie di Claude Chabrol (1995)

Le Abysses (1963) di Nico Papatakis

“Sister my sister” (1994) di Nancy Meckler.

I due film girati in Francia sottolineano l’aspetto politico e di disagio di classe mentre il film inglese punta l’obiettivo sul rapporto morboso tra le due sorelle. I due film francesi usano la storia delle sorelle come paradigma della classica storia sociale della rivolta degli schiavi e della vendetta sui padroni. Il film di Papatakis appare dopo la fine della guerra in Algeria in cui i colonizzatori francesi sono sconfitti e la storia appare come una metafora. La cèremonie esce nel 1990 in una società in cui molti immigranti soffrono, come Sophie, perché sono illitterati. Secondo Chabrol avere un inadeguato accesso alla lingua significa essere privi di potere.

Negli anni ottanta e novanta scoppia un nuovo interesse nei confronti della donna omicida.

Fino ad allora la donna assassina veniva rappresentata secondo i dettami di Cesare Lombroso, con caratteristiche maschili. In tutti e tre questi film le sorelle Papin sono graziose e molto femminili. E questo rende al pubblico più difficile comprendere il loro delitto.

La donna ha quasi sempre compiuto i suoi delitti all’interno delle mura domestiche e ha ucciso familiari e parenti. Le sorelle Papin uccidono in casa coloro con cui hanno convissuto per lungo tempo. Sappiamo che il crimine sessuale appartiene quasi esclusivamente all’uomo. Ma in questo caso ci sono molti dettagli che possono far rientrare il crimine fra quelli sessuali: l’uso del coltello (considerato dagli psicologi un simbolo fallico), strappare gli occhi (considerati analoghi ai testicoli), le ferite ai genitali delle vittime.

La storia delle sorelle Papin è quindi paradigmatica del rapporto schiavo-padrone, del rapporto delitto femminile-sesso, del rapporto sessuale morboso in una coppia omicida.

“Les Abyssess” fu rifiutato dal festival di Cannes nel 1963 ed esaltato da intellettuali come Sartre, Breton, Genet, Prévert. Secondo simone de Beauvoir era il miglior film che avesse mai visto. Le sorelle Papin, interpretate da due sorelle Colette e Francine Bergé, secondo Prévert erano: “belle come il giorno e la notte, folli, crudeli e tenere, com’è spesso la vita”. Simone de Beauvoir: “Solo la violenza del crimine commesso dalle due eroine ci fa misurare l’atrocità del crimine invisibile di cui sono state vittime”. Secondo Sartre: “le inconsistenti vittime si rivelano i veri boia. Attraverso la loro mollezza e la loro inutilità, questi tre borghesi rappresentano l’ordine di ferro che ha condannato le due sorelle fin dalla nascita”. Inizialmente il regista avrebbe voluto fare la trasposizione cinematografica de “Les Bonnes” di Genet, ma dopo aver litigato con Genet, decise di rifarsi solo al fatto di cronaca. Secondo Sartre il film rappresentava “la prima tragedia del cinema”. Il film si svolge tutto rispettando l’unità di tempo, di luogo e di azione. Il film si svolge in una fattoria. A far esplodere le sorelle il fatto di non aver ricevuto lo stipendio negli ultimi tre anni a causa dei problemi economici della famiglia.

Letteratura

Sono stati scritti racconti, libri e commedie teatrali su questo caso. Alta e bassa letteratura. Simone de Beauvoir ne parla ne La forza dell’età e dice che le vittime meritavano cento volte di essere uccise.

Per denaro

La storia di Burke e Hare (Gran Bretagna, 1828), i due amici che avevano scoperto che i medici pagavano profumatamente i cadaveri per le loro lezioni di anatomia. 

C'è la  storia di Bonnie e Clyde (Stati Uniti, 1932),  un amore assoluto e disperato. Clyde era un fuorilegge ma anche un ragazzo sensibile che oltre alle armi e alle auto aveva la passione per il sassofono dal quale non si separava mai. Uccise sempre per autodifesa, se prese degli ostaggi poi li liberò, rischiò la vita per aiutare i suoi complici ad evadere dai penitenziari organizzando rocambolesche fughe, protesse e amò Bonnie fino all'ultimo momento.

Raymond Fernandez e Martha Beck; Stati Uniti 1947

A tredici anni Martha Scabrook, una ragazza già avvilita per la sua obesità, fu violentata due volte da suo fratello. Seguì un corso di infermiera e dopo aver lavorato come assistente, divenne diretrice di un asilo per bambini zoppi a Pensacola, in Florida. Il suo matrimonio con Alfred Beck nel 1944 si concluse con un divorzio. Fernandez Raymond (1914-1951) nacque nelle Hawaii da genitori spagnoli. Avventuroso per natura, fu un abile agente del servizio di spionaggio inglese durante la seconda guerra mondiale. Nel 1945 fu ferito gravemente alla testa e questo mutò in modo radicale la sua personalità. Si occupò di magia nera, fu imprigionato per furto e raggirò oltre cento donne conosciute per mezzo delle associazioni dei “Cuori solitari”. In Spagna, dove vivevano sua moglie a la sua famiglia, si ritiene abbia assassinato una certa signora Thomson somministrandole una dose di digitale. La Beck conobbe Fernandez nel 1947 dopo uno scambio di lettere sempre per mezzo dei “Cuori solitari” e la sua romantica infatuazione favorì la strana unione mentale e sessuale di questi due esseri menomati. A New York i due continuarono l’attività di estorsione a danno dei soci dei “Cuori solitari”. Fernandez combinava contratti matrimoniali e la Beck si faceva passare per sua sorella. Le loro tresche li portarono ben presto al delitto: a New York, la signora Fay fu percossa a morte. Nel Michigan uccisero la signora Downing affogandone anche il figlioletto per soffocarne il pianto. la polizia, seguendo la psta dei pettegolezzi del vicinato, scoprì i corpi dei due Downing in una cantina. La legge del Michigan, dove ebbe luogo l’arresto dei due complici, non prevedeva lapena di morte, perciò la coppia fu riportata a New York e imputata dell’assassino della Fay. Ilprocesso ebbe vasta eco e nonostante la difesa mettesse in evidenza l’infermità mentale, la personalità isterica e psicopatica della Beck e le sue aberrazioni sesuali, i due vennero giudicati sani di mente, imprigionati e giustiziati nella prigione di sing Sing, l’otto marzo 1951 dopo un vano ricorso.

Partenicidi

La complessa storia dei fratelli Menendez, avvenuta qualche anno fa negli Stati Uniti, in cui  Erik e Lyle, figli del miliardario José Menendez, uccidono il padre e la madre con fucili a canne mozze. Al processo emerge una storia di stupri e sevizie psicologiche di cui i ragazzi erano oggetto da parte dei genitori da quando erano piccolissimi.

Vendetta

Pauline Parker e Juliet Hulme, Nuova Zelanda 1954                                          

Studentessa sedicenne, riconosciuta colpevole, con la quindicenne Juliet Hulme, di aver assassinato la madre. Nel pomeriggio del 23 giugno 1954 le due ragazze entrarono in una sala da the nelle vicinanze di un parco, dicendo che la madre di una di loro era stata seriamente ferita. Il cadavere della signora Parker fu trovato in un sentiero del parco con segni di percosse violente al cranio. Le ragazze, che sembravano isteriche, sostennero che la vecchia era casualmente scivolata e si era spaccata la testa, ma questa versione era così evidentemente falsa che la polizia procedette a interrogarle con particolare insistenza. Già da qualche tempo i rapporti fra le due ragazze avevano mostrato di tendere all’omosessualità, e i genitori di entrambe avevano tentato in ogni modo di interrompere la loro amicizia; la preoccupazione della signora Parker venne considerata dalla figlia inspiegabilmente tirannica e determinò queste sinistre riflessioni annotate nel suo diario: “Perché la mamma non potrebbe morire? Dozzine di persone, migliaia di persone, muoiono ogni giorno...” “Abbiamo discusso sul progetto per assassinare la mamma e siamo arrivate a qualche conclusione abbastanza precisa. Voglio che non sembri né una morte naturale, né una morte accidentale”. L’arma del delitto fu un mattone avvolto in una calza e trovato in seguito nelle vicinanze del cadavere. Molti misero in dubbio la loro responsabilità mentale, ma la giuria le dichiarò colpevoli. Essendo troppo giovani non furono impiccate ma condannate a rimanere in carcere “a piacere di Sua Maestà”. Sia Pauline che Juliet vennero poi rilasciate nel 1958.  

Caso Nadia Roccia

divertimento

Doveva essere perfetto il delitto di Richard Loeb e Nathan Leopold. I ragazzi, ricchissimi e molto intelligenti (la storia si svolge a Chicago nel 1924) scelgono una vittima a caso e la uccidono per poi chiederne il riscatto,  ma un piccolo particolare li fa scoprire.  

Per amore  

Hawley Harvey Crippen è  un uomo di media statura, con due baffoni neri e occhi scuri sporgenti, il cui sguardo è sbiadito da spesse lenti. E'  timidissimo e molto insicuro. E' nato nel 1862 nel Michigan, e ha studiato odontoiatria. Incontra per la prima volta Cora nel pronto soccorso dell'ospedale dove lavora. E' una ragazza molto vivace, sensuale e molto appariscente. Ama cappelli vistosi, abiti alla moda e molti gioielli. Sogna di diventare una grande cantante lirica. Capisce di aver colpito il dottor Crippen,  lo seduce e fa di tutto per indurlo a sposarla. Si trasferiscono a New York e  Crippen trova lavoro presso uno studio dentistico. Cora non può avere figli e desidera invece sfondare in campo artistico. Finalmente con il denaro che il marito comincia a guadagnare può pagarsi le lezioni di canto e permettersi bei vestiti e gioielli. La coppia si trasferisce a Londra. Crippen paga gli impresari  perché   Cora sia ingaggiata in teatri di second'ordine per cantare in operette senza alcun successo. Così perde tutto il suo denaro e la gente sparla di lui. Viene licenziato. E’avvilito, si sente tornato al punto di partenza, senza lavoro e con una moglie che lo tradisce.

In un ufficio Crippen conosce  Ethel LeNeve, una diciassettenne che lavora come stenodattilografa.  I colleghi la chiamano: "Non molto bene, grazie" perché è talmente fragile e delicata da soffrire sempre di qualche malessere. I due si innamorano. Ethel vede in Crippen la    figura di un padre tenero e protettivo e Crippen trova in lei la dolcezza che non ha mai trovato nella moglie. Cora infatti lo tiranneggia. Sebbene con il marito non ci siano più rapporti sessuali vuole sempre apparire al suo braccio nei migliori ristoranti della capitale e ai diversi ricevimenti a cui è invitata per sfoggiare abiti e gioielli.  Vuole che la sua nuova casa sia tutta dipinta e arredata di rosa. Crippen apre uno studio dentistico e assume Ethel come sua assistente.

A casa la vita di Crippen è un inferno. Cora affitta alcune stanze a dei pensionanti per pagarsi i gioielli  e pretende che il marito pulisca gli stivali degli ospiti ogni mattina. Un giorno Crippen la scopre la moglie a letto con un ex pugile, non dice niente ma prende il cappello e esce di casa. Raggiunge Ethel e le racconta tutte le umiliazioni che è costretto a subire. Il 17 gennaio 1910 acquista cinque grani di iosciamina, un veleno fatale. Due giorni dopo annuncia agli amici che la moglie è dovuta partire improvvisamente per l'America a causa della malattia di un parente.  In seguito impegna alcuni gioielli di Cora e  regala il medaglione preferito dalla moglie a Ethel. Un mese dopo lei si trasferisce a casa di Crippen. Questi comuncia agli amici  che Cora è morta di polmonite in California dove era andata a trovare dei parenti.

Insospettiti anche dal medaglione di Cora che invece porta Ethel, gli amici avvertono la polizia. L'ispettore Dew va a trovare Crippen che cambia versione della sua storia.La moglie non è morta ma è fuggita con il suo amante. Ha inventato la malattia per nascondere lo scandalo. L'ispettore Dew ispeziona l'abitazione di Crippen ma non trova nulla di sospetto. Va via ma vuole fare un'ulteriore sopralluogo nella villa. Avverte il dottore che, spaventato, decide di partire insieme a Ethel. Quindi prepara le valigie, sistema tutti i suoi affari, e fugge a Rotterdam con la sua amante. Qui le  tagliare tutti i capelli e  le fa indossare abiti maschili. Dew ripassa a casa Crippen ma trova la villa chiusa e vuota.Allora capisce che la coppia è fuggita. Fa forzare la porta d'ingreso e riprende le ricerche. Alla fine scende nello scantinato dove viene tenuto il carbone. Con un attizzatoio solleva il  pavimento ed emergono alcune parti di un corpo umano avvolte in un pigiama da uomo. Viene emesso un mandato di cattura per Hawley Crippen e Ethel LeNeve.

Crippen  si imbarca con Ethel vestita da ragazzo sulla nave Montrose che in undici giorni deve raggiungere Quebec, in Canada. Sulla nave il capitano che ha velleità di detective, sospetta qualcosa di strano nel signor Robinson e suo figlio. Li vede infatti dall'oblò mentre passeggiano sul ponte tenendosi per mano, scopre che il ragazzo tiene su i pantaloni con spille di sicurezza, e il cappello è troppo grande per lui. Così fa una ricerca sui giornali che tiene in cabina e, trovata la foto dei due ricercati, la modifica con un pennarello e ottiene le immagini dei due Robinson. Allora invia un radiomessaggio a Scotland Yard. L'ispettore Walter Dew ottiene dai suoi superiori il permesso di imbarcarsi a Liverpool sul Laurentic, un piroscafo più veloce della Montrose, per  arrivare in Canada prima di Crippen. Sulle due imbarcazioni viene mantenuto il più rigido silenzio riguardo all'inseguimento e i poliziotti viaggiano in incognito. Ma in tutto il mondo i giornali seguono minuto per minuto l’inseguimento della Montrose in mezzo all'Oceano Atlantico.Il Laurentic raggiunge la Montrose e l'ispettore Dew sale a bordo ad arrestare Crippen e la sua amante. Li vede da lontano e grida: Buongiorno dottor Cripper!, Imperturbabile, Crippen risponde: Buongiorno detective Dew.

Comincia il processo a Londra. Crippen viene riconosciuto colpevole di omicidio e condannato a morte. Ethel LeNeve viene assolta anche perché Crippen fa di tutto per scagionarla. L'opinione pubblica considera  Crippen l'innamorato modello, l'uomo romantico che non avrebbe mai lasciato la donna che amava neppure per sfuggire al boia. Crippen cerca di uccidersi con il vetro degli occhiali prima dell'esecuzione ma il suo piano fallisce. Viene giustiziato mentre Ethel  parte per New York e si rifa una vita con i soldi che lui le ha lasciato. Sposa un uomo che gli somiglia e fino alla morte dichiara di essere ancora innamorata di Crippen.  

Ruth SNYDER.

RuthMay Brown nasce a Manhattan nel 1895 da una famiglia di origine norvegese. Lascia la scuola a tredici anni per lavorare come centralinista, mentre di sera segue corsi di stenodattilografia. E’ una grande lavoratrice e vuole fare strada. Ma il desiderio di fare carriera non cancella certamente quella che resta la meta principale: sposarsi. Per questo confessa di essere restata vergine. Ruth è una ragazza bionda, con gli occhi chiari, alta e robusta. Nonostante la morbidezza delle forme, lo sguardo è glaciale, la mascella dura, la bocca sottile e volitiva.  Nel 1914, mentre lavora ancora al centralino, sbaglia nel passare la linea. Il cliente la rimprovera e lei si scusa. Poi cominciano a parlare. Lui è Albert Snyder, trentaduenne editor di una rivista nautica. Le chiede di diventare la sua dattilografa. Lei accetta e si licenzia. Bruciano i tempi. Ruth compie diciannove anni. Si sposano e vanno ad abitare a Brooklyn. Poi passano nel Bronx.

Intanto nasce una figlia, Lorraine. Dopo di che, appena le sostanze lo consentono, si trasferiscono in una villetta a Long Island. Per Albert è il segno del successo nel lavoro. Ruth, invece, sente che lì rischia di isolarsi, di vivere nella solitudine della grande città. Ma non si perde d’animo. E’ allegra, efficiente, si dà da fare lavorando in casa e occupandosi della figlia. Passano gli anni. Nel 1925 Ruth ha tutto ciò che una donna americana può desiderare: una casa, un’automobile, la radio, dei bei mobili, un conto in banca, una figlia e un marito. Ama il ballo e il bridge.

E’ proprio il marito il punto debole di un sistema perfetto. Come tanti, Albert lavora tutto il giorno e quando torna a casa è stanco e non ha voglia di parlare. Diventa sempre più introverso. E si scarica con violenti scoppi di ira. Al ristorante è capace di rovesciare il tavolo apparecchiato se la cena non gli piace. Lo stesso succede a casa se la bambina fa i capricci o se Ruth gli chiede di uscire. La sera, quando torna, le dice qualche parola e poi sprofonda nella poltrona a leggere il giornale. Durante il week end esce in mare con la sua barca e negli altri momenti liberi traffica in garage intorno alla sua macchina. La verità è che dopo il matrimonio per lui Ruth è tornata ad essere la ex centralinista che lavorava nel suo ufficio. Insomma, una nullità.

Aumenta dunque il malessere di Ruth. Sua madre rimane vedova e va ad abitare con la figlia e il genero. Nota subito che qualcosa non va. Ruth sembra allegra come sempre, ma Albert è cupo, silenzioso, triste. E’ freddo anche con la figlia. Ruth vorrebbe tenere degli animali ma lui le permette solo un canarino. Lei vorrebbe uscire ma Albert preferisce stare a casa. Insomma è evidente che il marito  la trova troppo giovane, troppo vivace per lui. Litigano e lui ogni volta rimpiange la sua prima fidanzata, Jessie, morta da dieci anni, pochi giorni prima del matrimonio. Tiene un suo ritratto in camera e rinfaccia a Ruth di non essere come lei.

La madre di Ruth, assistendo ai litigi della coppia, consiglia la figlia di chiedere il divorzio. Ma Ruth teme che il marito non acconsenta. Preferisce distrarsi con qualche avventura sessuale. Vestita da ragazzina, con le gonne corte e i tacchi alti, esce di nascosto. Va nelle sale da ballo e poi finisce in qualche motel con il fidanzato di turno. La figlia è a scuola e Albert disegna barche nel suo ufficio a Manhattan.

L’incontro fatale avviene nel giugno del 1925. Ruth accetta un appuntamento al buio in un ristorante svedese con una coppia di amici. E lì conosce Judd Gray, trentareenne rappresentante di biancheria intima. Sposato ma sensibile alle divagazioni.  Mangiano salmone, polpette e bevono acquavite. Con lui sente che può cominciare un’avventura. Judd non è bello: grassoccio, capelli rossi, un tic nervoso che gli fa sbattere continuamente gli occhi. Porta anche spessi occhiali da miope. E, però, è un uomo simpatico, racconta storielle che non vanno per il sottile e si porta dietro anche una fama di seduttore. Durante il pranzo ignorano l’altra coppia e parlano dei loro infelici matrimoni. Ruth gli racconta le sue giornate vuote, le serate gelide trascorse accanto a un uomo che ormai considera  un estraneo. Judd la ascolta con molta attenzione. Gli stringe la mano sotto il tavolo, mentre gli dice  che era solo una ragazzina quando ha sposato Albert. “Aveva un buon lavoro, mi portava sempre fuori e mi faceva regali. Ma era solo per convincermi a cedere.. Ho accettato di sposarlo e la mia vita è finita lì.” Poi è Judd a parlare di sua moglie Isabel. Le dice che è talmente insignificante da essere chiamata dagli amici “la donna invisibile”.

Dopo quattro ore di confidenze Ruth e Judd promettono di rivedersi nel mese di agosto, quando lei sarà tornata da un viaggio in barca con  il marito Albert e la figlia Lorraine.  Judd è puntualissimo. La sera del 4 agosto telefona a Ruth e la invita a cena nel loro ristorante. Alla fine della serata le chiede di accompagnarlo nel suo ufficio. Deve prendere un campionario con gli ultimi modelli di biancheria intima.  Arrivati in ufficio lei si toglie la sciarpa di cotone che tiene intorno alle spalle per nascondere le bruciature del sole. Lui non perde l’occasione. Prende una crema e gliela spalma sulle bruciature. Ruth è contenta che si prenda cura di lei. Poi Judd tira fuori un corsetto nuovo dal suo campionario e le chiede di provarlo. Lei sta al gioco e gli consente anche di aiutarla a indossarlo.

Ruth e Judd si innamorano come due adolescenti. Si scambiano teneri biglietti e regali. Si danno appuntamento negli alberghi. Passano ore a baciarsi in macchina. Per Ruth quell’uomo è un sogno che si realizza: uno schiavo d’amore a tempo pieno, e anche divertente.

E via via la temperatura del rapporto sale. C’è bisogno di tutta la notte e allora la coppia si rifugia al Waldorf Astoria. Di giorno, Ruth porta con sé la piccola Lorraine che rimane nella hall a leggere o  si diverte con l’ ascensore. Nella camera al Waldorf, Ruth e Judd trovano anche il tempo di conoscersi.

Durante una delle loro notti appassionate, Ruth racconta all’amante certi strani episodi avvenuti negli ultimi tempi. Albert si trovava in garage per cambiare una gomma alla sua Buick e mentre era sdraiato sotto la macchina, il crick era scivolato via e l’auto si era piegata di lato rischiando di schiacciarlo. Non basta. Albert è davvero sfortunato nel garage. Qualche giorno dopo, Ruth gli aveva portato del whisky perché si scaldasse. Albert aveva sentito la testa girare e poi si era accorto che la porta del garage era stata chiusa dall’esterno e che il monossido di carbonio emesso dalla macchina in moto stava per soffocarlo. Era riuscito  a forzare la porta e si era salvato. Ma Ruth non aveva rinunciato. Una sera aveva provato col gas. Aveva aspettato che il marito si addormentasse e aperto  il gas della cucina. Poi era uscita a fare una passeggiata. Ma anche in quel caso non va bene, perché Albert si sveglia. Quando Judd sente quei racconti la guarda inorridito. Le chiede  se si rende conto di ciò che sta  facendo. Dio la punirà. Lei risponde che non ha scelta visto che non sopporta  più il marito. Infatti, continua nei tentativi: a luglio riprova col gas, a gennaio cura il suo singhiozzo con un veleno, qualche mese dopo gli dà una spintarella mentre pulisce la barca, facendolo finire fuoribordo. Judd gradualmente si abitua ai racconti di Ruth. Che a un certo punto arriva al cuore del problema: ha bisogno del suo aiuto. Per convincerlo gli racconta di aver fatto firmare al marito ben tre polizze di assicurazione per un totale di centomila dollari. Albert non ha capito molto: è convinto di avere stipulato una sola polizza, per mille dollari, e che i tre fogli che la moglie gli ha sottoposto non erano che copie dello stesso documento. Qualcosa però sospetta, se assume un detective privato per sorvegliare Ruth. Lei ripete all’amante la sua richiesta: “Devi aiutarmi”. Mentre lo abbraccia e lo accarezza, gli sussurra che non può fare tutto da sola… Il potere che ha su di lui è enorme. Lo soggioga sessualmente, lo seduce provando e riprovando la biancheria del suo campionario. E gli fa balenare davanti un sogno: Albert morirà e loro vivranno insieme e ricchi per sempre.

Una notte, una delle tante notti che passano insieme al Waldorf, dopo aver pregato e scongiurato Judd, Ruth gli spiega cosa deve fare: deve procurarsi del cloroformio, un filo metallico e un grosso contrappeso, uno di quelli per le finestre a ghigliottina.  Così avranno tre diverse opportunità per uccidere Albert. Prepara tutto minuziosamente. Una sera, mentre il marito è fuori con la figlia, invita  Judd per fargli conoscere la casa. Lo minaccia che la loro storia finirà se lui non la aiuterà nel delitto. E rivelerà tutto a sua moglie Isabel.

Si vedono ancora una volta a cena per discutere i dettagli. Con loro a tavola c’è anche la piccola Lorraine che ascolta la conversazione senza capirne il senso.  Ormai il piano non si ferma più.

La notte del 19 marzo 1927, Judd Gray, dopo una giornata passata a vendere corsetti a Syracuse, arriva in treno a Long Island. E’ pallido come un morto e ubriaco fradicio Ha accettato di aiutare Ruth, ma fino alla fine ha sperato che lei ci ripensasse. Vagabonda intorno alla casa e beve. Spera che un poliziotto si accorga che è ubriaco e lo arresti mandando così a monte il piano omicida. Alla fine entra attraverso la porta posteriore che Ruth gli ha lasciato aperta.

La casa è vuota perché Ruth, Albert e Lorraine sono a un party dai vicini. Judd si nasconde nella stanza della madre di Ruth che è partita per qualche giorno. Sul letto trova gli oggetti che ha procurato: il grosso contrappeso, il filo metallico e la bottiglietta di cloroformio. Il party si prolunga fino alle due. Judd si siede sul letto a bere. Anche Albert ha bevuto molto ed è andato a dormire. Ruth indossa la camicia da notte e raggiunge Judd per baciarlo e pregarlo di aspettare ancora qualche minuto. Accompagna a letto Lorraine e aspetta  che il marito si addormenti. Mezz’ora più tardi torna da Judd. Finiscono la bottiglia di whisky e alle tre sono pronti. La casa è immersa nel silenzio assoluto. Judd indossa guanti di gomma e ha con sé tutti gli attrezzi. Ruth lo prende per mano e lo conduce fino alla camera da letto. Poi lo spinge dentro.  Judd si avvicina al letto e fa cadere il contrappeso sulla testa di Albert che si sveglia,  comincia a gridare e riesce a afferrare Judd per la  camicia. Albert chiede a Ruth di aiutarlo ma anche Judd, inorridito di ciò che ha fatto, chiede aiuto a Ruth. Lei non ha esitazioni. Afferra il contrappeso e colpisce Albert una seconda volta, poi lo finisce strangolandolo con il filo metallico.

I due amanti passano due ore a pulire, a lavarsi e a cambiarsi senza dire una parola. Nascondono il contrappeso in cantina e buttano all’aria la casa in modo da simulare un furto. Judd lega Ruth alla spalliera del letto nella camera degli ospiti, le mette una garza in bocca e lascia un quotidiano italiano sul pavimento per sviare i sospetti. Ma il delitto appena compiuto ha già scavato tra di loro un abisso. Prima di uscire Judd le lancia un ultimo sguardo. Nei suoi occhi adesso c’è solo disgusto. Dice: “passeranno mesi, anni prima che ci si riveda, o forse non mi rivedrai mai più!”.  La odia per quello che l’ha costretto a fare. Con l’omicidio l’odio ha sostituito l’amore. Non c’è più nessun motivo perché stiano insieme. In preda allo shock, Judd torna nel suo albergo di Syracuse dove un amico gli ha procurato un alibi. Ha disfatto il letto e appeso un cartello con scritto “Non disturbare”. 

All’alba, a casa Snyder, la piccola Lorraine viene svegliata da colpetti alla porta. Trova la madre legata e imbavagliata nel corridoio. Ruth è riuscita a scivolare dal letto e a spingersi fino alla camera della figlia. Liberata dal bavaglio, chiede alla figlia di chiamare una coppia di vicini, Harriet e Louis. Non vuole essere slegata, piuttosto insiste perché avvertano subito la polizia. Harriet entra in camera di Albert e scopre che è stato ucciso.Finalmente arriva il commissario. Libera subito Ruth dalle corde che gli sembrano troppo lente. E poi procede a una prima ispezione sul luogo del delitto.  

Ruth racconta di essere stata aggredita da un uomo grosso e con folti baffi neri, probabilmente un italiano, che li ha derubati di gioielli e pellicce. Ma il commissario è molto perplesso. Il medico legale non rileva ferite sul suo corpo. Quando poi si trovano i gioielli sotto un materasso e le pellicce in un armadio, è certo di avere  a che fare con una bugiarda. Poi, in cantina salta fuori il contrappeso e nel sacco della biancheria gli agenti scoprono una federa insanguinata.   I poliziotti trovano anche un taccuino dove Ruth ha annotato ventotto numeri telefonici di uomini. Alcuni sono cerchiati in rosso o sottolineati oppure seguiti da un punto esclamativo. Nella lista c’è anche quello di Judd Gray, contrassegnato da un circoletto rosso e il suo nome compare pure su un assegno di duecento dollari a suo favore ritrovato in un cassetto.  Ma a fare sospettare di lui è una spilla con le iniziali JG che in realtà sono quelle della precedente fidanzata di Albert. La polizia le associa a Judd Gray e chiede a Ruth: Cosa ci dice di Judd Gray? E lei si tradisce: “perché? Ha confessato?”.

Le indagini avanzano rapidamente. Il medico legale stabilisce che la morte di Albert è avvenuta per asfissia e strangolamento da filo metallico. Il contrappeso è servito solo a ferirlo. Ruth viene portata al commissariato e sottoposta a un interrogatorio di dodici ore. Ma la sua storia appare sempre più ridicola. Dice che l’uomo che ha aggredito lei e il marito somiglia a Bartolomeo Vanzetti.. Li ha legati prima di effettuare il furto e poi ha ucciso barbaramente Albert. Anche una mezza bottiglia di whisky trovata in casa accusa Ruth: le sue impronte confermano che, a dispetto di quello che dichiara, ha bevuto. Basta un piccolo tranello per farla cedere: il commissario le annuncia che Judd Gray ha ammesso il delitto. Ruth cede e firma una confessione. E butta tutta la responsabilità sull’amante. E’ lui che ha ideato e eseguito l’omicidio di Albert.

 E’ vero che Judd confessa, ma la sua versione è opposta a quella di Ruth. Rintracciato nell’albergo di Syracuse, nega di avere ucciso. Giura addirittura di non essere mai stato a casa Snyder. Solo quando i poliziotti gli mostrano il biglietto del treno da Syracuse a Long Island, ammette la sua complicità nel delitto, ideato e commesso però da Ruth.

Il processo comincia il 27 aprile 1927. E diventa subito un evento per l’informazione. La stampa intitola il caso “Ruth contro Judd”. Visto che i due si accusano a vicenda. Quando Ruth entra in tribunale centoventi giornalisti sono pronti a descrivere ogni dettaglio che la riguarda. Porta un vestito nero molto semplice, un cappellino dello stesso colore e un rosario con crocefisso appeso al collo. Recita subito la parte della moglie trascurata, della madre amorevole, della brava donna di casa, molto religiosa. L’aula è stracolma. Molti restano fuori e ascoltano Ruth attraverso l’amplificazione dei microfoni. Durante il processo Ruth e Judd si accusano a vicenda. Lei afferma che Judd beveva moltissimo. Rimaneva ore a guardarlo ubriacarsi. Judd le ha suggerito l’inganno dell’assicurazione sulla vita del marito, le ha mandato il veleno e i sonniferi per ucciderlo. Tutti i tentativi di uccidere Albert sono stati ispirati da lui:  “il genio del male della mia povera vita”.

Judd è calmo. Dice che lei gli ha raccontato come cercava di uccidere Albert e lui le ha dato della pazza. Afferma che è stata lei ad avere l’idea delle polizze. E soprattutto l’accusa di essere l’assassina: lei ha strangolato il marito con il filo metallico.

 L’avvocato di Judd Gray, ribatte alle accuse della donna spiegando ai giurati che il suo cliente è stato forzato a bere una gran quantità di whisky quella notte, per spingerlo a entrare nella camera da letto di Albert Snyder. Judd Gray è stato un cittadino irreprensibile prima di incontrare l’amante. E dichiara: “E’ stato dominato da una donna fredda, calcolatrice, senza cuore. Schiavo di una femmina priva di coscienza, un serpente, un demonio in vesti umane. E’ stato sedotto e trascinato in un abisso senza speranza, dove la ragione non contava più e dove la sua mente era ormai indebolita dalla lussuria e dalla passione”. Ruth comincia a piangere silenziosamente. Judd non la guarda mai. Fissa il banco dei giurati e il viso di sua madre che lo ascolta annuendo. La signora Gray, con gli occhi rossi dal pianto e la bocca serrata, durante tutto il processo sposta la sua sedia in modo da poter sempre osservare il volto di Ruth Snyder. I giornali dedicano pagine intere a quello che viene definito l’omicidio più sciocco, più  maldestro, ma anche più brutale della storia del crimine. Doveva essere un delitto perfetto ma era forse il più imperfetto che si potesse realizzare. Ruth viene descritta di volta in volta come “la donna di granito”, “la donna di marmo”, “il vampiro”,  “il serpente”, “il diavolo biondo”. Le giornaliste non hanno simpatia per lei. La paragonano a Lucrezia Borgia, a Messalina, a Lady Macbeth. Con Judd, invece, i giornali sono più teneri: un soldato coraggioso durante la guerra, sempre presente alle funzioni della chiesa metodista, bravo golfista e buon giocatore di bridge. Ma mettono anche in evidenza la sua fragilità e la sua sottomissione all’amante, chiamandolo “L’uomo di gesso”.

Il processo si conclude: Ruth e Judd sono condannati per omicidio premeditato di primo grado. Quando viene letta la sentenza di morte Ruth si accascia sulla sedia con la testa fra le mani. Judd rimane in piedi, con l’espressione di un uomo colpito al cuore. Ruth e Judd aspettano il giorno dell’esecuzione nel carcere di Sing Sing. Entrambi scrivono la propria autobiografia, ognuno indicando l’altro come il mostro e se stesso come la vittima. Judd dedica il suo memoriale alla moglie Isabel.  Se n’è andata da New York con la figlia. Di tanto in tanto va a trovarlo. Lo perdona per l’adulterio ma non per l’omicidio.L’autobiografia di Ruth, acquistata dal Mirror, è un continuo lamento. Se la prende con Judd. Lo dipinge come un donnaiolo e un ricattatore. Solo lui è colpevole dell’omicidio di Albert. Nessuno le crede come nessuno ritiene sincera la sua conversione al cattolicesimo, motivata dal fatto che il governatore dello stato è cattolico.

La personalità di Ruth affascina i lettori. In carcere riceve 164 proposte di matrimonio. Non solo, il famoso gangster Dummy Dugan, cuoco del braccio della morte di Sing Sing si innamora di lei. La vede mentre la portano nel braccio della morte e fa di tutto per incontrarla.  E’convinto che i giornali abbiano raccontato un mucchio di bugie su di lei. Ogni pomeriggio riesce ad andare nell’ala occidentale del carcere e da una finestra la guarda passeggiare nel cortile. Le lancia baci. Le scrive lettere d’amore che nasconde nei panini imbottiti.  Vuole sposarla. E’ lui a prepararle l’ultimo pasto. Poi si ubriaca e distrugge la cucina. Nelle ultime ore Ruth legge la Bibbia e  gioca  a carte con la sorvegliante. Quando vanno a prenderla, si pettina  e cammina da sola fino alla camera della morte. Sono le 23 di un gelido 12 gennaio 1928. Il cronista del New York Daily News ha nascosto una piccola macchina fotografica alla caviglia, sotto i pantaloni, e nel momento in cui la sedia viene messa in funzione accavalla la gamba, alza la stoffa e scatta una fotografia. L’immagine di Ruth Snyder, legata alla sedia elettrica, con il cappuccio nero a coprirle la testa, appare il giorno dopo in prima pagina sul giornale.

Interpretazione

sposa un uomo più grande di lei. Lui sembra il marito perfetto, le da ciò che una donna poteva desiderare. In realtà è cupo, burbero, non vuole avere figli e quando gli nasce una figlia esprime la sua delusione, tiene la foto della precedente fidanzata morta prima del matrimonio, consente a Ruth solo un canarino, non vuole mai uscire con lei.

Ruth uccide il marito con l’aiuto dell’amante. Il caso fa scalpore. Si pensa con orrore che i due amanti sono due persone normali e che presentarli come tali può essere pericoloso, il loro comportamento potrebbe attrarre l’emulazione. Così ruth viene raccontata dai media come una non donna: cattiva moglie, cattiva madre, cattiva donna, fredda, orrenda, un vampiro. Paragonata a Messalina, Lucrezia Borgia, Lady Macbeth. Un frenologo studia le sue foto e rileva una disposizione alla poligamia. Scrittori, giornalisti, fanno a gara per descrivere dettagli fisici che fanno presupporre la violenza, l’egoismo, la malvagità. Uno scrittore dice che se Ruth Snyder è una donna bisogna trovare un altro nome per indicare sua moglie, sua sorella e sua madre. Judd viene invece descritto come una vittima, il suo tradimento non viene troppo menzionato, si dice che non è stato mai un assassino nel suo cuore.  Viene considerato un pupazzo nelle mani di Ruth. Al processo dice di aver cercato di dissuadere rRuth dal commettere l’omicidio, ma era senza potere davanti a lei. Comunque è lei ad avere ucciso, lui ha soltanto assistito. Non dice che è stato lui a sferrare il primo colpo. Neanche che ha acquistato il materiale per l’omicidio e preparato il suo alibi in anticipo. Anche dopo l’esecuzione i giornali trattano diversamente i due assassini. Lei viene descritta mentre si fa prendere da crisi isteriche prima di essere giustiziata, lui va serenamente incontro alla morte.  

Processi

Caso Bebawi che si svolse a Roma nel 1964 e in cui i due coniugi egiziani si accusarono a vicenda dell'omicidio di Farouk Chourbagi, amante di Claire Bebawi. Questa strategia legale dell'accusa reciproca portò ad una sentenza eclatante di innocenza per entrambi. E soltanto in appello i due imputati vennero condannati a ventidue anni di carcere,  ma ormai erano scomparsi.

E’ un lunedì. Lunedì 18 gennaio 1964. Sono da poco passate le 9.00 quando Karin, segretaria negli uffici romani di via Veneto della Tricotex - società che commercia in lana, stabilimenti a Latina – scopre, riverso a terra nel suo studio, il cadavere di Faruk Chourbagi, 27 anni, egiziano di nascita, nazionalità libanese, ricchissimo industriale, figlio di un ex ministro del Tesoro del re d’Egitto.

Chourbagi, la cui morte risale al sabato precedente, è stato assassinato con un intero caricatore di pistola cal. 7,65 ed il suo volto è stato sfregiato con un’intera boccetta di vetriolo.

Le indagini puntano subito dentro la cerchia di amicizie del giovane industriale, conosciuto nella capitale come ricco playboy e si soffermano su una coppia, i coniugi Bebawi: proprio pochi giorni prima di essere ucciso – racconta la segretaria – Faruk ha ricevuto una telefonata che lo ha turbato ed innervosito: quella di Gabrielle Bebawi, detta Claire, egiziana molto avvenente con la quale aveva avuto una relazione sentimentale che, proprio il sabato precedente al delitto era partita dalla Svizzera diretta a Roma, assieme al marito, anche lui ricco industriale.

Il soggiorno romano dei Bebawi era stato brevissimo: arrivati nella capitale attorno alle 17, avevano preso alloggio in una piccola pensione vicina agli uffici di Chourbagi, per poi partire alla volta di Napoli con il treno delle 19.20, destinazione Brindisi e da lì, con il traghetto, per Atene, in attesa di un volo per Beirut.

Un soggiorno troppo lampo per non destare la curiosità degli investigatori che fermano la coppia nella capitale greca: hanno già scoperto che Claire è stata l’amante di Faruk e che il marito, Youssef, pur avendola ripudiata secondo la legge coranica, aveva deciso di continuare a vivere con lei ed i loro tre figli.

E’ a partire dall’arresto dei Bebawi che comincia a dipanarsi una trama sottile ed ambigua che sembra essere stata studiata nei minimi particolari: lei accusa lui. Lui accusa lei. Entrambi diventano personaggi: lui freddo, schivo, ma sempre cortese. Lei aggressiva, bellissima, sempre seducente.

Quello dei coniugi Bebawi sembra proprio un piano diabolico che due anni dopo, nel 1966, farà del loro processo (lunghissimo, 142 udienze, 120 testimoni) un dibattimento che appassionerà l’opinione pubblica con continui colpi di scena, lacrime, svenimenti, feroci litigate coniugali, accuse e controaccuse, fino alla sentenza, dopo 30 lunghissime ore di camera di consiglio: entrambi assolti per insufficienza di prove.

I giudici, pur sicuri che ad uccidere Faruk Chourbagi, sia stato uno dei due o forse tutte e due insieme, nel dubbio assolvono.

Quando nel ’68, in Appello, i due saranno entrambi condannati a 22 anni di reclusione – sentenza confermata nel ’74 in Cassazione - le loro esistenze saranno troppo lontane per la giustizia italiana: ormai divorziati, lei vive al Cairo dove fa la guida turistica; lui in Svizzera, con i figli, industriale di prodotti dietetici.  

Serial Killer

Si arriva poi alle storie terribili degli ultimi anni, coppie di serial killer (VEDERE LEZIONE SU COPPIE SERIAL KILLER). Coppie che uccidono prevalentemente per motivi sessuali. Ragazze innamorate del loro compagno o marito a tal punto da procurargli delle schiave sessuali da usare a suo piacimento.