PLURIOMICIDI  

MASS MURDERER

Omicida di massa (mass murder): secondo l’FBI è qualcuno che Uccide 4 o più vittime nello stesso luogo e in un unico evento; di solito, il soggetto non conosce le proprie vittime e la scelta è per lo più casuale.

La strage di solito si conclude con il suicidio dell’autore.

Per convenzione vengono escluse le stragi di tipo terroristico, mafioso e di guerra.

Francesco Bruno: soggetti in cui si scatena, più o meno all’improvviso, una violenta scossa mentale che li porta a ritenere di aver subito gravi torti da parte della famiglia, dei datori di lavoro o della società in genere. Vivono sordidamente questa frustrazione fino al punto in cui nel loro cervello tutto questo si trasforma in un’aggressione intollerabile.

Hanno molte armi da fuoco. Cominciano sterminando la famiglia oppure sparano sui passanti. Ma anche in grandi magazzini o nei luoghi di lavoro. Spesso la loro azione omicidiaria si esaurisce in poche ore o finiscono le munizioni.

Non sono  interessati all’identità delle loro vittime. Massacrano coloro che hanno la sfortuna di incontrarlo.  Sono bombe umane.  

L’FBI ha distinto:

Il family mass murderer (omicida di massa familiare):  si rivolge contro i membri della famiglia. Spesso l’omicida si suicida dopo aver compiuto la strage. Tra le cause c’è la malattia mentale, soprattutto la depressione maggiore. Spesso le stragi familiari sono reati passionali o impulsivi, per lo più occasionali, maturati nell’ambito di difficoltà relazionali all’interno della famiglia.

Il classic mass murderer (omicida di massa classico):  inizia improvvisamente a uccidere, di solito sparando all’impazzata ad un gran numero di persone che ritiene nemiche perché convinto di aver subito torti da parte loro: sceglie le vittime identificandole come simboli dell’istituzione da colpire. Quando decide di sferrare l’attacco si equipaggia col maggior numero di mezzi letali possibili e va avanti nell’opera di distruzione omicida senza fermarsi, a viso scoperto. Alla fine della strage quasi sempre si suicida o viene ucciso oppure si fa uccidere dalla polizia.

De pasquali: L’omicidio di massa è un tipo di delitto che si verifica soprattutto negli Usa e nei paesi anglosassoni ed è tipico di paesi industrializzati. Viene attuato soprattutto individualmente (71%) ma anche in gruppi, composti quasi esclusivamente da uomini. In un caso su 10 ad agire è una coppia.  

Spree killer (omicida compulsivo), colpisce a morte 2 o più vittime in due o più luoghi differenti e in uno spazio di tempo molto breve.

I delitti fanno parte di un unico evento: l’assassino uccide ripetutamente, senza che vi sia un momento di raffreddamento emozionale, tutto diventa parte di un unico, prolungato momento distruttivo. Questi crimini spesso hanno un’unica causa scatenante e sono tra loro concatenati. Il soggetto non conosce le sue vittime e, lasciando molte tracce dietro il suo passaggio, può essere catturato facilmente (Vedi: Martin Bryant).  

Serial Killer: Uccide tre o più vittime,in luoghi diversi e con un periodo di intervallo emotivo (cooling off time) fra un omicidio e l’altro. Può colpire a caso o scegliere accuratamente la sua vittima. Spesso ritiene di essere invincibile e che non verrà mai catturato.  

Definizione di Ruben De Luca: L'assassino seriale è un soggetto che mette in atto perso nalmente due o più azioni omicidiarje separate tra loro (nei lo stesso luogo o in luoghi diversi) oppure esercita un qualche tipo di influenza psicologica affinché altre persone com mettano le azioni omicidiarie al suo posto. Per parlare di as sassino seriale, è necessario che il soggetto mostri una chiara volontà di uccidere, anche se poi gli omicidi non si compiono e le vittime sopravvivono: l'elemento centrale è la « ripetitività dell'azione omicidiaria ». L'intervallo che separa le azioni omicidiarie può andare da qualche ora a interi anni e le vittime coinvolte in ogni singolo evento possono essere più di una. L'assassino seriale agisce preferibilmente da solo, ma può agire anche in coppia o come membro (o capo) di un gruppo. Le motivazioni che spingono all'omicidio seriale sono varie, ma c'è sempre una componente psicologica interna al soggetto che lo spinge al comportamento omicidiario ripetitivo. In alcuni casi, vanno considerati assassini seriali anche i soggetti che uccidono nell'ambito della criminalità organizzata (quando un movente psicologico personale li spinge ad uccidere al di là degli interessi dell'organizzazione), i terroristi (quando uccidono per soddisfare un proprio piacere personale e non solo per confermare l'ideologia in cui credono), i soldati (quando il gusto di uccidere subentra al fatto di eseguire solo degli ordini).

SERIAL KILLERS  

TERMINE  

Lucarelli-Picozzi: Il termine "serial killer" (omicida seriale) è recente anche perché solo dagli anni Cinquanta i ricercatori hanno cominciato a distinguere le varie forme di omicidio.

Il criminologo James Reinhardt nel suo libro “Sex Perversion and Sex Crimes” (1957) parla di Chain killer per indicare l’assassino che lascia dietro di sé una scia di delitti.  Nove anni dopo uno studioso inglese, John Brophy parla di serial murderer, termine ripreso dieci anni dopo dallo psichiatra forense Donald Lunde nel suo “Murder and Madness”.

Nel 1988 il National Institute of Justice statunitense elabora una prima descrizione di ciò che si intende per omicidio seriale: l’uccisione di una serie di due o più soggetti, delitti separati e commessi generalmente, ma non sempre, da un solo autore. 

Nel 1992  l' agente dell'Fbi Robert Ressler pubblica “Whoever Fights Monster” e da allora questo tipo di assassino sarà noto universalmente come serial killer. 

Per Ressler, John Douglas e Ann Burgess (“Crime Classification Manual”, 1992) il s.k. commette tre o più eventi omicidiari in tre luoghi differenti, separati da un intervallo di “raffreddamento emozionale” (cooling-off period)

Negli ultimi anni anche l’FBI si è allineata alla commissione del National Institute of Justice nel ritenere sufficienti due vittime per parlare di s.k.

Un altro ex agente dell'Fbi, John Douglas, psicologo e specialista di assassini seriali, ha studiato a fondo la sindrome da "cacciatore" tipica di questi assassini: "Un leone nella pianura del Serengeti in Africa, quando vede le antilopi che si abbeverano, ne fissa solo una su mille. Ad attirarlo è una speciale sensazione di fragilità, qualcosa che fa di quell'animale una vittima". Secondo Douglas la psiche dell' assassino seriale funziona nello stesso modo: "Per buona parte di loro" ha scritto nel suo libro Mindhunter "la caccia e l'uccisione sono il centro stesso della vita, ci pensano di continuo". E per molti di loro, aggiunge: "il rischio di essere scoperti costituisce una fonte ulteriore di eccitamento".

Ne Il silenzio degli innocenti, il best-seller di Thomas Harris, Hannibal Lecter il sinistro protagonista confessa all'ispettrice di polizia: "Quale bisogno soddisfa un omicida seriale uccidendo? Desidera. Come incominciamo a desiderare? Incominciamo desiderando ciò che vediamo ogni giorno". 

Nel 1992 viene pubblicata la prima edizione del Crime Classification Manual realizzato da un team di profiler, investigatori ed esperti della salute mentale. Il CCM affronta 3 principali categorie di delitti violenti: l’omicidio, le aggressioni sessuali e gli incendi dolosi attraverso  la chiave di lettura del movente.

Quattro categorie motivazionali: il delitto realizzato nell’ambito di un’impresa criminale, di una ragione personale, di una spinta sessuale, oppure nel contesto di un gruppo.

 FASCINO

Francesco Bruno: Siamo irresistibilmente attratti dai s.k. perché i soggetti in questione rappresentano quanto di più si accosta al concetto di cattiveria assoluta: uomini svincolati da ragioni di carattere passionale o vendicativo, con un movente che consiste nell’uccidere per uccidere, nel piacere di procurare la morte altrui. La motivazione è principalmente di ordine edonistico e avvicina intrinsecamente il s.k. al dominio del male più totale.

Prevale la distruzione rispetto alla costruzione, la morte rispetto alla vita, l’orrore rispetto al piacere.

I s.k. sono il simbolo e la drammatica conferma che nell’uomo si annidano potenzialità spaventose.

L’interesse generalizzato e, per certi versi morboso, verso questo fenomeno, ha indotto i mass media ad occuparsi costantemente dell’argomento serial killer, rilevandolo ad ogni sua manifestazione, spesso ricercando le opinioni di studiosi del campo specifico, ma anche, soprattutto negli Stati Uniti, procedendo ad una spettacolarizzazione di un fenomeno così brutale. In Italia, c’è stato un bisogno di conoscenza e di risposta agli interrogativi aperti e posti dai grandi processi del 1994, come il processo nei confronti di Pacciani, il presunto “mostro di Firenze”, e il processo Chiatti, per le gesta del “mostro di Foligno”.

Che il mistero, dunque il fascino, degli omicidi a catena fosse sfruttabile era scontato. Quel che stupisce, tuttavia, è il sereno cinismo impiegato ad alimentare il mito di questi nuovi divi del male, anche da parte di individui o riviste all’apparenza alieni da morbosità. In fondo i serial killer, psicotici o psicopatici che siano, o ipernormali, come definiti da alcuni, possiedono quasi tutti un’altissima opinione di sé. E finiscono, piaccia o no, per prendersi la scena. Secondo molti hanno perfettamente colto un messaggio comune a tutto il mondo occidentale: ci si ricorda solo dei vincitori. Essere ricordati o dimenticati, diventare star a livello nazionale oppure restare comparse.

Sono la più pura espressione del male, il male privo di qualsiasi giustificazione. Qualsiasi motivazione appare, in un certo senso, liberatoria. In più, a sollecitare l’interesse, c’è l’innocenza della vittima, che, di solito, è debole ed indifesa. In quell’innocenza ci s’identifica tutti. 

Quando un caso di questo tipo occupa lo schermo della televisione o le pagine della stampa, in una prima fase, le reazioni emotive, la compassione, i sentimenti di solidarietà sono tutti in favore della vittima. Nel momento in cui, dopo un po’, il colpevole compare dinanzi ad un tribunale, incomincia a verificarsi un viraggio e l’interesse emozionale della gente muta di oggetto: lo sdegno diviene meno violento, l’imputato viene posto sotto le luci della ribalta; è lui a diventare il primo attore. Tutto quello che il serial killer fa, lo fa per un pubblico. 

La figura della vittima perde rilievo e il nucleo dell’attenzione pubblica si va concentrando sull’imputato: la sua storia di vita, la sua personalità, i suoi problemi sono quello che ora maggiormente interessa. Allorché il colpevole, una volta condannato, sarà posto in carcere, si verifica un ulteriore viraggio: è passato del tempo ed egli, per l’opinione pubblica non è più tanto il reo che sta espiando il male che ha fatto, quanto un uomo che sta soffrendo la pena.

L’omicidio seriale ha riscosso, da una decina d’anni a questa parte, un’enorme attenzione da parte dei media: dal cinema alla letteratura, dalla saggistica all’arte. Per poi giungere su Internet.

Il s.k. assembla il potere dell’autorità e le proprietà di un dio; uccide chi vuole lui, per puro piacere o per imperscrutabili motivazioni. Può essere privo di regole o ponderato, simbolo della trasgressione assoluta, parziale o iniqua. L’uomo comune da una parte lo considera un grande pericolo e dall’altra lo guarda quasi con un malcelato senso di invidia.

I s.k. sono personaggi nuovi, figli dei nostri tempi.

Instaurano un rapporto con la polizia che incuriosisce il pubblico, è una sfida e si vuole vedere come finirà.

Sono in alcuni casi individui complessi e molto intelligenti. Ecco un altro elemento di fascino: la genialità.

 STORIA

Ruben De Luca (Anatomia del Serial Killer): L'omicidio seriale esiste fin dai tempi più remoti, anche se non veniva riconosciuto e definito come tale. Certamente, gli imperatori Nerone e Caligola erano degli assassini seriali in piena regola: uccidevano per il solo gusto di sperimentare nuove emozioni, quando erano annoiati dalla monotonia della loro vita quotidiana.

Nerone era sia assassino seriale che di massa: usò il veleno per uccidere l'imperatore Claudio e il fratellastro Britannico; dopo vari tentativi andati a vuoto, riuscì a far uccidere la madre, Agrippina, e, in seguito, fece uccidere la zia paterna per impossessarsi dei suoi beni; dopo vari altri omicidi, raggiunse il culmine delle atrocità, facendo incendiare Roma, semidistruggendola; per completare la sua opera, accusò i cristiani di essere gli incendiari, facendone massacrare quanti più possibile.

Caligola amava gli spettacoli violenti e provava un gusto sadico nell'assistere alle torture e alle esecuzioni capitali; tra le sue abitudini preferite, c'era quella di vagabondare per le strade di Roma con una parrucca, per non farsi riconoscere, in modo tale da poter frequentare indisturbato i locali equivoci della città; una volta morto l'imperatore Tiberio (anche lui un serial killer, che risiedeva a Capri e aveva l'abitudine di gettare in mare da una rupe i giovanetti dopo aver soddisfatto le sue voglie omosessuali e pedofile), Caligola assunse il potere e si macchiò di una serie di uccisioni totalmente indiscriminate e senza nessun motivo: un giorno, innervosito dalla confusione delle persone che si ammassavano all'ingresso di un circo, ordinò alle sue guardie di bastonarle, facendone uccidere cinquanta; il suo motto preferito (che potrebbe essere anche quello di molti assassini seriali moderni) era: “Colpisci in maniera che quello si accorga di cre­pare»

Il più antico caso di omicidio seriale registrato dagli storici, è quello che vede coinvolto Zu Shenatir, un ricco possidente che risiedeva ad Aden (nell'odierno Yemen), nel quinto secolo: la tecnica che usava era quella di attirare a casa sua dei ragazzi, con la promessa di offrire loro cibo e denaro, mentre l'obiettivo reale era quello di sodomizzarli prima, per poi ucciderli, gettandoli fuori da una finestra dei piani superiori. Non si sa con esattezza quante siano state le vittime di Zu Shenatir, ma gli storici ci dicono che, alla fine, egli venne ucciso nella sua stessa casa, da una delle potenziali vittime.

Nel 1090, Hasan bin Sabbah fonda l'ordine degli Assas­sini, nell'odierno Iran, una setta di fanatici, veri e propri precursori degli assassini seriali di gruppo moderni. Hasan era un leader carismatico e addestrava i suoi seguaci con metodi militari. La setta veniva mantenuta unita dal fanatismo religioso, oltre che dalla devozione nei confronti della figura del capo. Gli omicidi avevano un fine prevalentemente politico, dato che Hasan utilizzava i suoi sicari per liberarsi di rivali scomodi. Nel 1092, gli Assassini fanno la loro prima vittima ufficiale. Nel 1125, Hasan muore, ma la setta gli sopravvive; superate le prime difficoltà, uno dei loro rami attecchisce in Siria, e sarà quanto racconteranno di loro i crociati rimpatriati che introdurrà nel lessico europeo il termine « assassino ». 

Gli Assassini cominciano a figurare in tutte le cronache della Terza Crociata e diventano figure leggendarie che colpiscono la fantasia degli europei: vengono definiti “maestri del travestimento” e “specialisti dell'inganno e dell'omicidio”. Intorno al 1300, gli Assassini cessano di esistere come forza politica e ne restano solo alcuni gruppetti, sparsi in diversi paesi, che agiscono indipendentemente.

In India, nel tredicesimo secolo, esisteva una setta omicida formata dagli adoratori di Kali, la dea Indù. I suoi seguaci si autodefinivano truffatori o thags (termine che, in inglese, è stato cambiato in thugs) e i loro rituali comprendevano furti, omicidi per strangolamento e mutilazioni di vittime scelte a caso. La setta dei thugs venne soppressa soltanto nel 1848, dopo aver commesso una serie infinita di omicidi: basti pensare che le autorità coloniali britanniche vennero a conoscenza di quarantamila omicidi collegati alle attività della setta, solo nell'anno 1812.

I primi veri s.k. di cui ci parla la storia sono Gilles de Rais, compagno d’armi di Giovanna d’arco, visse tra una battaglia e l’altra diventando maresciallo di Francia ma rapiva uccideva e sezionava i bambini nel suo castello (Vedi “Gilles de Rais”) e Erszébet Bathory (Vedi “Bathory”) che nel suo castello uccise oltre seicento giovani per fare il bagno nel loro sangue. Una personalità sadica tendente a considerare gli altri alla stregua di oggetti, persone di secondo livello e trascurabili.

Il primo vero prototipo di assassino seriale così come lo intendiamo oggi è Jack lo Squartatore (Vedi “Jack lo Squartatore”). La vicenda risale agli ultimi anni del secolo diciannovesimo, in una fase di profonde trasformazioni della società inglese, in piena rivoluzione economica e nel momento in cui la società stava passando da un’organizzazione contadina ad una prevalentemente industriale.

 Tra il 1900 e il 1960 la polizia scopre in america 1,7 sk per anno. Negli anni ottanta la cifra passa a 24 per anno. In seguito si arriva a 36 per anno.

Dal 1960 non solo sono aumentati i sk ma anche le vittime di ciascuno di loro e così il livello di crudeltà degli omicidi.

La crescita sembra inarrestabile. Tra il 1970 e il 2000 le segnalazioni riguardano circa 600 criminali efferati. Le scienze criminologiche e il mondo delle investigazioni iniziano a occuparsi con la dovuta attensione del fenomeno solamente a partire dagli anni ottanta.

Gli Stati Uniti che hanno solo il 5% della popolazione mondiale, hanno il 60-70% dei sk del mondo.

La nazione in cui si manifestano con più insistenza crimini di questo tipo sono gli Stati Uniti, seguono a ruota il Regno Unito, la Germania, la Francia, il Giappone e l’Italia.

I s.k. sono molto più numerosi nei paesi industrializzati ( Stati Uniti, poi Gran Bretagna, Germania, Francia,Giappone e Italia) E’ stata rilevata una sorta di legame tra questa tipologia di omicida plurimo e il progresso delle società moderne. Secondo alcune stime, in attività potrebbero essercene decine di migliaia sparsi nel mondo, con una preferenza per i paesi più industrializzati. Perché è là dove i rapporti sono più freddi, distaccati e proiettati verso il successo personale che il fenomeno sembra esplodere.

In Europa, l'omicidio seriale è più frequente nei paesi dell'Europa settentrionale, mentre nei paesi dell'area mediterranea (Spagna, Grecia, Turchia), i casi sono pochi. Anche in nazioni mediterranee come l'Italia e la Francia, l'omicidio seriale è concentrato prevalentemente nelle zone settentrionali, a conferma del fatto che esiste un rapporto inversamente proporzionale fra omicidio seriale e omicidio passionale.

Nelle nazioni più industrializzate, quelle appunto ai primi posti per l'omicidio seriale, il grado di "alienazione" è molto alto, le famiglie sono sempre più disgregate e i rapporti sociali frammentati. Tutto questo porta l'individuo a sentirsi più solo e la competitività sfrenata, che è una costante di questi paesi estremamente sviluppati, diventa insopportabile per chi non ha le capacità adeguate per affermarsi. Nell'Europa meridionale, la gente è più "calda" e disposta a rapporti di tipo "esplosivo", in cui si agiscono le passioni piuttosto che tenerle represse e frustrate.

Le grandi metropoli sono i luoghi prediletti dagli assassini seriali europei. Londra, Parigi, Berlino, Roma, Milano, Mosca, in ognuna di queste città ci sono stati diversi serial killer e la stessa cosa avviene negli Stati Uniti. La grande città permette una mimetizzazione migliore ed è proprio in questo tipo di ambiente che è più pesante il grado di alienazione vissuto dal soggetto, il suo sentirsi privo d'identità in un ambiente che vive come freddo e ostile. Gli assassini seriali europei tendono a essere molto più sedentari dei loro "colleghi" statunitensi che si spostano con estrema facilità da uno stato all'altro. 

 (Francesco Bruno) L’omicidio seriale aumenta quando più crescono nella società le condizioni che rendono difficili i rapporti. Oggi le nostre società non sono più quelle in cui si manifestavano i primi segni di industrializzazione ma sono tuttavia ulteriormente peggiorate dal punto di vista della sincronia con la natura e il rapporto con gli altri.

Gli omicidi plurimi seriali cominciano a manifestarsi nel periodo in cui cominciano a formarsi dei dubbi congruenti e sistematici e in cui l’individuo esce dalla lunga condizione di sottomissione agli eventi della natura in quanto tali, quando si spezza la cappa integralista egemone nel Medioevo per fare spazio alla fase contraddistinta dall’umanesimo, caratterizzata da un ritorno alla centralità dell’uomo. 

(…) La morte causata dal crimine abnorme sembra contraddire le consuete fragili espressioni dell’edonismo consumistico, per trasformarsi, almeno momentaneamente, in rappresentazioni in cui la morte prevale. Si tratta di una morte che non ha ragioni evidenti ma che viene dal profondo della personalità umana. Una morte che diventa mezzo di comunicazione. E’ come se in questi paesi il successo di alcuni scateni la reazione politica, sociale e culturale di altri. Il benessere che diviene il target della maggior parte della popolazione, e che viene presentato dai mezzi di comunicazione di massa come a portata di mano per tutti, risulta invece una sorta di chimera irraggiungibile. Alcuni vivono la contraddizione in modo pacato, ma per altri l’impossibilità di esprimere i propri bisogni lavora in modo profondo, insinuante, per certi versi con connotazioni ptologiche. E’ come se s’innescasse un processo condizionato di invidia e gelosia, per cui l’individuo frustrato può giungere, come esito finale, ad imporre questa sua richiesta d’autorità. Egli reagisce con la soddisfazione di minare la felicità dell’altro, in alcuni casi di distruggerne completamente anche la sua esistenza fisica. (…) il s.k. è una sorta di “semplificatore”, un individuo che sostituisce la complesità delle relazioni sociali con modalità più elementari e dirette.

De Luca: i s.k. sono accomunati dal fatto di provare una marcata sensazione di disagio nei rapporti interpersonali e di sentirsi emarginati dalle possibilità di successo ottenibile nella società. Sono sfiduciati, pessimisti, ostili, alienati socialmene e culturalmente, si disprezzano. L’omicidio è un modo per esercitare la loro rivalsa contro la società e liberare l’aggressività accumulata a causa delle varie frustrazioni subite nel corso della vita.

 TEORIE

De Luca:  Colin Wilson ha scritto un libro nel quale espone diverse teorie per spiegare il fenomeno.

1)Teoria dei bisogni progressivi (A.Maslow): l’uomo è motivato ad agire perché vuole soddisfare alcuni bisogni. Il primo è il bisogno di nutrirsi, il secondo è il bisogno di sicurezza. Una volta soddisfatti questi bisogni primari la persona sente il bisogno di gratificazione emozionale e sessuale. L’ultimo è il bisogno di autostima, l’individuo vuole essere un vincente.

Secondo Wilson, il crimine si è evoluto negli ultimi tre secoli parallelamente allo sviluppo dei bisogni nell'essere umano: nel XVIII secolo, le condizioni di vita erano misere e la maggior parte dei crimini venivano commessi per il solo scopo di sopravvivenza; intorno alla metà del XIX secolo, gli omicidi avvenivano soprattutto all'interno delle mura domestiche e la motivazione principale era la salvaguardia della sicurezza familiare; tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, fa la sua comparsa l'omicidio a sfondo sessuale, mentre, dopo il secondo conflitto mondiale, il quarto livello di Maslow - il bisogno di autostima - diventa il motivo principale degli omicidi. Wilson sostiene che l'omicidio seriale scaturisce da questo bisogno insoddisfatto: l'assassino seriale non ha un sufficiente livello di autostima, sente di essere un perdente e allora sfida la società, mettendo in atto il comportamento omicidiario, che gli consente di sentirsi «qualcuno ». L'insicurezza e la mancanza di un'identità precisa, tornano, però, prepotentemente a opprimere il soggetto, costringendolo a ripetere il comportamento, sempre nella speranza di affermare il proprio sé.

2) Sindrome della volontà di potenza: secondo Wilson, l'obiettivo principale dell'assassino seriale non è il sesso, ma il controllo totale della vittima. Per affermare la propria individualità, l'assassino seriale ha bisogno di sperimentare un senso di onnipotenza. Il suo mondo interiore è governato da fantasie di dominio e il sesso violento è uno dei mezzi che il soggetto ha a disposizione per realizzare le proprie fantasie: per lui, umiliazione e sottomissione della vittima equivalgono all'affermazione del proprio io.

3) Sindrome di Jekill e Hyde: Wilson ritiene che questa sindrome sia tipica di quegli assassini seriali che si suicidano oppure che commettono un errore talmente grossolano, nella sequenza omicidiaria, da condurre al loro arresto; è come se questi individui avessero una parte «buona » che si accorge della presenza di una parte «cattiva »: l'impulso a confessare spontaneamente o a fare in modo di farsi catturare, è la risultante di un tentativo inconscio della parte positiva di sconfiggere quella negativa.

4) Teoria della sovrappopolazione e del 5% dominante (J. Calhoun): questo psicologo, partendo dalle osservazioni degli etologi Lorenz e Tinbergern sulla presenza di un 5% dominante in tutte le specie animali, ha fatto un'interessante osservazione: quando i topi si trovano a vivere in una situazione di sovraffollamento, il 5% dominante diventa criminale e mette in atto un comportamento completamente estraneo agli altri tipi che vivono in condizioni normali.

Secondo Wilson, queste considerazioni valgono anche per l'uomo, il quale tende a sviluppare un comportamento di tipo criminale in situazioni di eccessiva densità di popolazione. L'omicidio seriale è una delle possibili modalità di comportamento criminale scelta dalla personalità dominante, che non trova sfogo attraverso i mezzi permessi dalla società al suo desiderio di dominio. Wilson rafforza la sua teoria, osservando che nessun assassino seriale ha alle spalle un ambiente di vita socialmente privilegiato e che, la maggior parte di essi, è cresciuta in quartieri periferici sovraffollati.

5) Sindrome dell'imperatore romano: è un'esasperazione della sindrome della volontà di potenza. Wilson ritiene che molti assassini seriali siano annoiati dalla vita moderna, perché essa, attraverso il progresso e le sempre maggiori comodità, produce soltanto situazioni di routine. Questi soggetti, allora, cercano disperatamente nuovi stimoli, sensazioni forti in grado di dare un senso alla loro vita; nel fare ciò, si comportano proprio come gli imperatori romani che consideravano le altre persone come dei semplici « oggetti », utili per il loro piacere e divertimento. L'assassino seriale tipico considera le sue vittime come oggetti che hanno la sola funzione di servire ai suoi scopi.

6) Teoria dell'uomo violento o dell' uomo che ha sempre ragione (A.E. van Vogt): nel 1954, questo scrittore di fantascienza osserva che tutti i dittatori sembrano avere in comune una convinzione irrazionale di essere sempre e comunque nel giusto.

Wilson applica questa teoria agli assassini seriali, sostenendo che essi razionalizzano ogni loro azione per autogiustificarsi. Molti di loro non provano alcun rimorso per le proprie azioni, perché credono di avere sempre ragione: qualsiasi forma di violenza è giustificata perché gratifica il loro egocentrismo. Di solito, questi assassini manifestano già da bambini la tendenza a considerarsi il centro dell'universo e a sviluppare un comportamento aggressivo nei confronti degli altri.

 CHI SONO: MOSTRI O VITTIME?

De Luca: Il s.k. non è un mostro, anche se spesso questo è il termine più usato per riferirsi a lui, ma è un essere umano che reagisce in maniera patologica ad alcuni eventi che segnano il corso della vita e che per lui assumono un significato speciale e particolarmante negativo.

Li definiamo mostruosi perché sono al limite della nostra capacità di intendere (Bruno).

“La gente ha bisogno di credere che questi personaggi siano diversi, malati, uno sbaglio della natura”, afferma Ugo Fornari, il neuropsichiatra che ha curato la perizia di alcuni tra i più efferati criminali seriali italiani. “Ma non è così. Salvo rari casi essi non sono né mostri né folli. Il loro modo di agire richiede una programmazione e una capacità di sfuggire alle indagini che è incompatibile con la malattia mentale”.

Dottor Jekyll e Mr Hyde. Si nascondono tra la gente comune. A volte hanno una doppia vita: buoni mariti, fidanzati premurosi, lavoratori instancabili; ma tolta la maschera, diventano belve feroci e irriconoscibili.

Alcuni sono straordinariamente intelligenti, altri addirittura conversatori brillanti.

 “Uccidono ripetutamente, con violenza inaudita. Ma questo non basta a definirli”, continua Fornari. “Il vero serial killer commette omicidi caratterizzati da una accoppiata perversa di sesso e morte, in cui l’oggetto del piacere sessuale viene distrutto”.

Ma cosa spinge il vicino di casa a trasformarsi in un assassino seriale? Gli scienziati hanno cercato di collegare il comportamento violento con anomalie organiche, ma con poco successo. Sono state tirate in ballo un’attività cerebrale anormale, traumi cranici e lesioni al cervello riportate durante lo sviluppo o alla nascita, un cattivo funzionamento del sistema limbico e dell’ipotalamo e persino anomalie genetiche, come un cromosoma Y soprannumerario.

Gli psichiatri, invece, fanno risalire tutto a fattori psicologici e all’ambiente di vita e di crescita del soggetto. “Anche se è difficile generalizzare, nella loro esistenza ci sono delle costanti. Alcuni sono stati maltrattati e abusati da bambini. Tutti quanti hanno un passato freddo e vuoto oppure un’infanzia priva di calore e di sentimenti”, assicura Fornari. “Sono individui senza emozioni, incapaci di mettersi in rapporto empatico con gli altri. Quando appaiono socievoli, in grado di corteggiare e sedurre, lo fanno solo per tessere la tela di ragno nella quale far cadere la preda. Con un’unica strategia: prendere le persone, usarle e poi disfarsene. D’altro canto convincendosi che le vittime sono delle cose diventa più sopportabile il carico psicologico delle violenze che compiono”.

Sete di vendetta. Spesso è un abbandono a scatenare la rabbia omicida.

Da quel momento in poi vivono con una sola ossessione: distruggere l’oggetto che ha generato in loro sofferenza, sfogando quell’odio su chiunque in qualche modo lo ricordi.  “L’apice della distruttività corrisponde quasi sempre al piacere sessuale e a una sensazione di benessere sia fisico che psichico”, conclude lo psichiatra. “Un senso di soddisfazione e di eccitazione dovuto al fatto che sentono di essere onnipotenti, di disporre della vita e della morte di una persona”.  

Secondo le statistiche il serial killer è un maschio bianco, di età compresa tra i venti e i trent’anni, eterosessuale. Di solito è un uomo di circa 27 anni quando compie il primo crimine. Il 71% dei sk ha commesso il crimine prima dei 30 anni.

Il 90 per cento dei soggetti è di sesso maschile.

Il delitto per lui rappresenta il climax di una elaborata fantasia a sfondo erotico sessuale.

E’ un soggetto affetto da gravi disturbi della personalità. Riesce a capire, ad avere consapevolezza delle proprie azioni ma non si ferma. In lui non c’è coscienza, percezione etica del comportamento delittuoso (o è troppo debole per inibirlo di fronte allo scatenamento del desiderio); le vittime pertanto sono vissute come oggetti inanimati o esseri inferiori e spregevoli per cui è impossibile provare pena o rimorso.

E’ un individuo solo e lo è perché è un individuo diverso, una persona che ha fantasie insistenti in cui esprime la sua aggressività finché non arriva il momento in cui sente la necessità dell’azione.

Ci sono s.k. che amano farsi riconoscere e stabiliscono con le forze dell’ordine una sorta di sfida che finisce o con la loro cattura o con la loro vittoria.

I serial killer senza un movente uccidono per dimostrare di essere qualcuno, di poter dominare, di essere potenti. E spesso vogliono essere scoperti.

Hanno paura del sesso e non possono fare l’amore che con vittime ridotte all’impotenza, svenute o morte.

Sono dipendenti dal delitto come da una droga.

Sono spinti da una forza che non comprendono. Come predatori tormentati non commettono omicidi semplici. Spesso torturano le loro vittime, godono dell’agonia delle vittime, delle loro espressioni di terrore, delle grida e del dolore.

Il normale omicida che uccide una volta sola è catturato con maggiore facilità perchè non ha esperienza, viene preso dal panico o dal senso di colpa, lascia numerosi indizi sulla scena del crimine.

Il sk è una bomba innescata, un vulcano che può esplodere per la giusta stimolazione: un odore, un suono, un dettaglio.

Lucarelli-Picozzi: quasi tutti gli assassini seriali appaiono come soggetti profondamente disturbati da sentimenti di inadeguatezza e da dubbi circa le proprie capacità. Durante la sua esistenza, il futuro s.k. si espone poi a fattori facilitanti: l’uso di alcol e di droghe, il consumo di materiale pornografico, l’interesse per il mistico e l’occulto rinforzano le costruzioni di fantasia che, gradualmente, si arricchiscono di componenti sadiche e perverse. 

 GENESI

Lucarelli-Picozzi: il comportamento criminale è un comportamento umano, pertanto costuituito da un’inestricabile interazione tra eredità e ambiente.

Alterazioni o danni in alcune zone dell’encefalo sono stati posti in correlazione con un aumento dei comportamenti violenti. (…) quanto più precoce è il danno, prima cioè che vengano appresi nel corso dello sviluppo gli opportuni schemi di autocontrollo, tanto maggiore è il rischio di condotte aggressive. Le alterazioni neurologiche possono inoltre produrre una maggiore suscettibilità agli effetti di alcol e droghe. Quando poi il danno cerebrale comporta un difetto di intelligenza nel soggetto, ecco aumentare il rischio di una marginalizzazione sociale, di un’adesione a contesti subculturali dove la violenza rappresenta la modalità primitiva e privilegiata di comunicazione.

Le ricerche sulla biochimica della violenza si sono concentrate su due principali categorie di sostanze: i neurotrasmettitori e gli ormoni. Tra i neurotrasmettitori la serotonina sembra avere un ruolo di primo piano nella regolazione della violenza: bassi valori di serotonina sono stati associati a comportamenti aggressivi, soprattutto di tipo impulsivo.

Da alcuni decenni, invece, le ricerche sul ruolo degli ormoni vedono il testosterone come principale imputato nell’aggressività; anche in questo campo non sono mancati i ripensamenti, e oggi l’influenza delle alteraioni nella concentrazione di questa sostanza viene posta in correlazione con quelle di altri elementi: estrogeni, prolattina, cortisolo.

Abusi nell’infanzia

Secondo l’FBI il 42% dei serial killers ha sofferto di abusi fisici da bambini, il 43% è stato molestato sessualmente e il 74% è stato sottoposto a torture psicologiche.

Brutalizzati nell’infanzia, i serial killer crescono pieni di rabbia assassina contro tutta l’umanità. Trovano piacere soltanto infliggendo pene al prossimo. Possono sentirsi vivi soltanto procurando la morte.

Bambino trascurato o vittima di abusi, attraversa numerosi conflitti nella sua infanzia senza essere capace di costruire e utilizzare un sistema di difesa adeguato.

Questo porta l’individuo a isolarsi totalmente dalla società che percepisce come un’entità ostile.

Alcuni scelgono di suicidarsi da adolescenti piuttosto che affrontare una vita di solitudine e frustrazione.

Possiede una scarsa opinione di sè e rifiuta una società che lo scarta. Incapaci di tenersi un impiego.

La famiglia e gli amici lo descrivono come una persona tranquilla, piacevole, chiusa, che non riesce a realizzarsi.

Da ragazzo può commettere atti di voyerismo o feticismo che sostituiscono la sua incapacità ad avere rapporti sessuali.

Altri sceglieranno di esteriorizzare questa ostilità. La esprimeranno con gesti violenti o insensati.

La metà dei sk ha avuto criminali in famiglia. Più della metà hanno avuto precedenti psichiatrici in famiglia.

Gli abusi subiti lo portano a costruirsi una vita fantasmatica basata su pensieri aggressivi e su rituali che mescolano la morte al sesso.

Rhodes, che ha scritto il libro “Perché uccidono” e riporta le conclusioni di un altro psichiatra famoso, Athens, parla della violentizzazione progressiva dell’individuo dovuta ai soprusi subiti da piccolo ma non solo. Basta anche essere testimoni di fatti brutali per reprimere la rabbia e trasformarla in una sorta di desiderio di vendetta. Persone che passano da una bassa stima di sé, perché magari non hanno saputo reagire sul momento, approdano con il delitto o la violenza a una esagerata stima di sé.

Perché una persona compie il male? Predisposizione, infanzia, traumi, educazione, società? Nel caso dei serial killer la disgregazione della famiglia è un fattore che facilita l’emergere di una situazione deviante. Ma non basta.

Non esiste una predisposizione a diventare s.k. ma si entra nella categoria attraverso un lungo percorso che comincia nell’infanzia, con i primi traumi e le prime angosciose situazioni da superare. Si innescano le prime perversioni (torture ad animali) che si stabilizzano con il tempo e che fanno in modo che un soggetto maturi con disposizioni psichiche molto particolari.

Tutti i s.k. sono stati in qualche modo vessati durante l’infanzia. Hanno vissuto una violenza, spesso sessuale, in un’età in cui non potevano ribellarsi e questa brutalità non ha fatto altro che minare in modo esponenziale una personalità già di per sé fragile, costretta a difendersi con meccanismi del tutto inadeguati e tali da portare poi all’espletazione omicidaria mostruosa.

Francesco Bruno: I traumi sessuali possono essere molteplici, vanno da quelli molto semplici dell’aver visto il proprio genitore nudo, all’aver assistito alla cosiddetta “scena capitale”, ad un rapporto sessuale dei propri genitori, molte volte male interpretato dai fanciulli che ritengono di aver assistito a un atto di violenza. Ad una certa età la visione o la partecipazione a situazioni ed esperienze violente può far sì che il bambino leghi la gratificazione provata nell’ambito sessuale ad un’altra sensazione prettamente di angoscia e che quindi scelga poi la violenza come mezzo per poter ritornare ad uan soddisfazione di tipo sessuale.

Molti s.k. proprio intorno al periodo pre-adolescenziale hanno subito essi stessi violenze sessuali o vissuto rapporti di natura non chiara con altri coetanei, o esperienze sadiche nei confronti di poveri aminali che hanno poi associato alle prime curiosità e morbosità della crescita sessuale.

Quando si è giunti all’età post-adolescenziale e si è passati attraverso un percorso che non è andato liscio, ci si infila inevitabilmente in un sentiero in cui si sommano problemi di rapporto con i genitori, di relazione con la società già nei primi anni di vita, problematiche di interazione con la scuola. E poi la povertà, il disagio, l’assenza di valori ecc. Si raggiunge l’età di 17-18 anni senza aver prodotto un’individualità propria, senza essersi identificati stabilmente nella figura genitoriale dello stesso sesso. Quando ciò si verifica è possibile che il ragazzo, ormai reso adulto da meccanismi a lui sconosciuti, si possa identificare in eroi negativi che posseggono una capacità d’attrazione pari, o forse superiore, a quella degli eroi buoni. Gli eroi negativi sono coloro che raggiungono il massimo di potenza nell’esercizio delle attività più socialmente dannose come la criminalità, l’omicidio, il terrorismo, la partecipazione a gruppi, a sette, a culti alimentati e basati sulla violenza. In queste situazioni il giovane non identificato può trovare un’identificazione certa. Ecco perché i s.k. catturati di solito ricevono in prigione migliaia di lettere di giovani che ritengono questi personaggi degli eroi di cui vorrebbero imitare le gesta (vedi Maso).

 

Il ruolo della fantasia

Lucarelli-Picozzi: Disturbo dissociativo dell’identità (DDI): presenza di due o più distinte identità o stati di personalità che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento.  Il DDI può anche essere visto come una tecnica di sopravvivenza altamente creativa che il bambino utilizza per sfuggire a una situazione di abuso fisico, sessuale e psicologico estrema e ripetuta. La dissociazione gli permette di separare l’esperienza del trauma dai sentimenti di intensa paura sperimentati, che altrimenti lo porterebbero a un totale annientamento, alla perdita di contatto con la realtà e alla follia. Le tracce dei traumi subiti permangono però assai più a lungo dei normali ricordi. Spesso spingono il bambino a scegliere inconsapevolemnte giochi centrati su aggressività e violenza, a ricorrere a un mondo immaginario di sogni a occhi aperti, di fantasie sempre più caratterizzate, nel corso delgi anni, da rappresentazioni sadiche e sessuali.

Nel 1963 MacDonald ipotizza l’esistenza di una triade di sintomi, del tutto caratteristica, espressione nel bambino di una grave alterazione psichica che condurrà, se non immediatamente trattata, a comportamenti antisociali, da adulto. Queste condotte-sintomo sono la crudeltà verso gli animali, l’enuresi notturna e la piromania; tutte e tre devono essere presenti perché si possa parlare, per il bambino, di un rischio futuro di divenire un assassino seriale. I lavori più recenti giudicano non scientificamente fondata la validità predittiva della triade di John MacDonald.

La fantasia è lo strumento che permette al bambino traumatizzato di sfuggire al mondo dei suoi carnefici; nella fantasia il piccolo ha il controllo della situazione, nella fantasia può rendirizzare l’ostilità e la violenza di cui è bersaglio, indirizzandola verso gli altri. Nel s.k. violenza e sesso sono asserviti a un piacere maggiore: il totale controllo della vittima.

Le torture e le umiliazioni che il s.k. attua rappresentano poi il tentativo di disumanizzare, spersonalizzare la vittima possono trascorrere anche 10 l 20 anni fra gli eventi traumatici e il comportamento omicidiario, periodo durante il quale il killer si è totalmente dissociato dal trauma, lo ha rimosso e confinato al di fuori dell’area di consapevolezza. La dissociazione ha permesso all’omicida di mantenere un sufficiente controllo della realtà e un accettabile inserimento nel mondo sociale. Ma quando interviene un fattore scanenante, un trauma che anche simolicamene riconduce al passato, un’umiliazione, un abbandono, la drammaticità dell’esperienza infantile riprende il sopravvento, minaccia di travolgere un equilibrio psichico esile e precario, di annientare. Uccidere diviene un mezzo per dominare paure inesprimibili. Il primo delitto non può esssere pienamente progettato e costruito con precisione: l’assassino è allora maldestro, forse la morte della vittima non è nemmeno ricercata consapevolmente. La sensazione di onnipotenza, tuttavia, è inesprimibile. Non è più possibile rinunciarvi.

 

La famiglia

De Luca: molti assassini seriali rientrano in una delle seguenti categorie:

-         figlio illegittimo

-         orfano di uno o di entrambi i genitori

-         figlio di un genitore abusivo, di solito il padre, mentre l’altro è sottomesso, spesso     la madre

-         infanzia caratterizzata da violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali,perpetrate       da uno o entrambi i genitori.

L'infanzia è un momento fondamentale per la salute fisica e mentale del futuro adulto ed è molto importante la formazione di un buon legame di attaccamento fra il bambino e chi si prende cura di lui. Con il procedere della costruzione del legame, il bambino si identifica e cerca attivamente il contatto con i genitori o con chi ne fa le veci. La frantumazione o la mancata formazione del legame di attaccamento, può produrre un bambino - e un futuro adulto incapace di provare simpatia, affetto o rimorso per un altro essere umano, caratteristiche comuni anche agli assassini seriali.

Alla base del mancato processo di attaccamento, molte volte c'è un problema di abbandono genitoriale. (Vedi David Berkowitz) 

Frequentemente, il bambino cresciuto in un orfanotrofio non riceve le cure adeguate alle esigenze della sua età, in quanto gli istituti sono spesso sovraffollati e gli operatori non riescono a occuparsi di tutti i bambini allo stesso modo. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli assistenti sociali il più delle volte sono giovani e inesperti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati: la conseguenza logica è che molti bambini vengono trascurati e devono soffrire abusi e deprivazioni negli anni cruciali della crescita 

Diversi assassini seriali hanno sofferto dell'abbandono genitoriale, pur nascendo all'interno di un matrimonio regolare, che però presentava caratteristiche di instabilità.

Si tratta sempre di famiglie multiproblematiche, che possono presentare diverse caratteristiche. Secondo la definizione di Mazer (1972), una  famiglia multiproblematica è ogni gruppo familiare composto da due o più persone in cui più del 50% dei membri ha sperimentato in un arco di tempo indicato, dei problemi di pertinenza di un servizio sociale e/o sociosanitario o legale.

Bruno: Di solito gli psicopatici, i tossicodipendenti e i criminali di ogni tipo provengono da famiglie nella gran parte dei casi disgregate per l’assenza, la morte o l’allontanamento di uno dei genitori. In questi casi gli equilibri interni appaiono fortemente compromessi e nelle relazioni familiari si genera una notevole sofferenza, un disagio per il quale i bambini sono costretti a crescere in un ambiente in cui, invece di essere protetti, devono difendersi dalle insidie.  La disgregazione della famiglia è senz’altro un fattore che facilita l’emergere di una situazione deviante, ma non ne è il presupposto necessario e assoluto. Molti ragazzi che provengono da famiglie fortemente conflittuali riescono comunque a costituirsi una personalità stabile.

Accade che i comportamenti trasgressivi dei giovani che vengono da queste famiglie siano stigmatizzati dalla società e si arriva quindi a un circolo vizioso: a una maggiore stigmatizzazione corrisponde una devianza più intensa e quindi un’emarginazione più marcata, fino a quando il soggetto viene posto al di fuori del vivere comunitario in modo spesso irrecuperabile.

Non esiste una predisposizione a divenire s.k. ma si entra nella “categoria” attraverso un lungo percorso che comincia proprio nell’infanzia, con i primi traumi e le prime angosciose situazioni da superare. Si innescano le prime perversioni che si stabilizzano con  il tempo e che fanno in modo che un soggetto maturi con disposizioni psichiche molto particolari.

La figura genitoriale che il bambino tende a introiettare è una struttura composita in cui si mescolano aspetti tratti dall’esperienza quotidiana ma anche elementi che derivano dagli incontri occasionali, da figure adulte protettive che spesso sono utilizzate quando i veri genitori sono insufficienti. (…)

Il superamento della fase adolescenziale dovrebbe corrispondere alla disgregazione delle figure genitoriali e all’instaurarsi di un rapporto autentico con il padre e la madre, vissuti non per ciò che sono apparsi durante l’infanzia ma per ciò che essi sono realmente. Purtroppo questo percorso è molto accidentato e quasi mai nella realtà procede in modo tale da consentire che il bambino cresciuto possa abbandonare le proprie figure genitoriali senza traumi. Queste figure tendono allora a trasformarsi in fantasie, in fantasmi dotati di proprietà effettive che continueranno spesso ad ossessionare il soggetto negli anni successivi fino all’età matura, alla vecchiaia e addirittura fino alla morte.

Ci sono individui che non riescono mai a superare le proprie figure genitoriali, che tendono psicologicamente a non rendersi conto che sono diventati loro stessi dei procreatori e che per questo spesso perpetuano nei figli stati di disagio che hanno caratterizzato il loro rapporto con i genitori.

Il s.k., in particolare, per tutta la vita combatterà con i suoi fantasmi genitoriali, e probabilmente  è proprio in questo rapporto così drammaticamente vissuto che vanno rintracciate le motivazioni che presto o tardi lo porteranno a uccidere.

Questa tipologia di omicida non ha una famiglia necessariamente composta da persone con ruoli ben definiti. … frequentemente compaiono una madre prostituta, o comunque molto “leggera”, e un padre debole, assente e magari violento. Si verifica spesso il caso di genitori che hanno perduto nell’alcol la capacità del rapporto interpersonale e che traducono in abuso ogni tipo di rapporto con i figli. Non è certamente casuale che le vittime preferite dei s.k. più tipici siano le prostitute.

In alcuni casi certe situazioni sono state vissute in maniera tanto conflittuale dal bambino che questo sarà portato a formare una personalità multipla. Le sue individualità separate gli consentiranno da adulto di vivere una vita apparentemente normale, ma di introdurre il delitto nei suoi comportamenti abituali, come se esso fosse commesso da una personalità diversa che si alterna a quella che conduce la vita esemplare di persona corretta, legata alla famiglia e al lavoro. Questo tipo di comportamento è frequente negli uccisori di prostitute. Il dramma ripetuto è l’aver assistito da bambini a rapporti mercenari della propria madre: un trauma spesso non superato anche a causa dell’incapacità della figura paterna di fornire meccanismi di difesa adeguati.

Il disturbo di personalità multiple non ha niente a che fare con la schizofrenia o con le nevrosi o con i cosiddetti disturbi di personalità. Personalità multipla significa poter vivere, in panni diversi, situazioni differenti. 

Si verificano casi in cui non interviene l’accettazione delle diverse personalità, che peraltro non comunicano fra loro, per cui il soggetto o è A o è B, e non può vivere entrambe le dimensioni coscientemente. (…) ci sono molti s.k. con una personalità rigida e autoritaria: la rappresentazione falsamente autentica di un uomo ligio ad ogni forma di regola e alla legge, personalità religiosa e fortemente moralista, strutturalmente conformista. Ma quando scende la notte, liberato simbolicamente dal controllo di una madre invasiva, il s.k. si allontana vestito di abiti diversi e a bordo della sua auto comincia a perlustrare la città e i quartieri periferici. E’ alla ricerca di una facile preda da uccidere.

Le figure genitoriali risultano per i s.k. delle vere e proprie persecuzioni che, coscientemente o no, li guidano nella valutazione delle proprie vittime e nelle attività omicide. A volte questi persecutori non sono soltanto fantasie. Molti s.k. sono stati abusati dai propri genitori e in qualche modo vessati nella loro infanzia. Hanno vissuto una violenza, spesso sessuale, in un’età in cui non potevano ribellarsi e questa brutalità non ha fatto altro che minare in modo esponenziale una personalità già di per sé fragile, costretta a difendersi con meccanismi del tutto inadeguati e tali da portare poi all’espletazione omicidiaria mostruosa.

Esistono ovviamente molti giovani che pur avendo subito l’esperienza terribile di un abuso sessuale riescono a superare l’esperienza e a condurre un’esperienza normale. Non è vero il contrario e cioè che nel passato del s.k. non ci sia stato un episodio di abuso in un periodo, quello dell’infanzia, in cui non c’è la possibilità di fare grandi differenze cognitive,  una fase in cui  l’efferatezza è percepibile come estrema, totale violenza.

I genitori dei s.k. sono nella maggior parte dei casi assolutamente inadeguati, spesso costretti ad assistere passivamente alle violenze subite dal bambino e, quando questo è ormai adulto, incapaci di qualsiasi forma di intervento per poter contribuire al recupero del soggetto.

(il padre di Jeffrey Dahmer ha confessato nella sua autobiografia di non aver mai avuto la percezione che il proprio figlio fosse, o potesse mai diventare, un s.k.). I genitori tendono a non voler percepire dei sintomi palesemente pericolosi. Non posseggono affatto la percezione di essere progenitori di mostri e anche quando questo viene loro dimostrato in modo inconfutabile, la reazione è incomprensiva, paradossale, completamente inadeguata. Talvolta è una risposta suicidaria (il padre di Marco Bergamo si tolse la vita proprio alla vigilia del processo d’appello. Il padre dei fratelli Savi, “i Killer della Uno Bianca” si è ucciso con una forte dose di barbiturici).

robabilmente a volte la famiglia stessa ha connotazioni patologiche, perché produce un’ansia e un malessere talmente pressanti da spingerlo a ribellarsi e ad aggredire in modo abnorme. In questo senso i genitori agiscono come elemento scatenante invece di offrire forza e sostegno. Il legame parentale forza il futuro s.k. ad isolarsi sia nell’ambito dei rapporti familiari sia nell’ambito della società collettiva. La scuola, una partita di pallone o il semplice bighellonare divengono attività complesse, contorte e faticose. A seconda di dove vive e trascorre la sua infanzia, il futuro s.k. ha occasione di manifestare la sua violenza, spesso nei confronti degli animali domestici o di semplici oggetti, sia che siano personali e che ricordino fasi felici o infelici della sua vita, sia che si tratti di oggetti che appartengono ai propri genitori o a qualche individuo verso il quale il giovane nutre una grande ambivalenza (amore-odio).

 

Rapporto con i pari

Bruno: Il sk non è capace di alimentare una trama di rapporti normali e il suo legame con gli altri è conflittuale. Ha paura dei suoi coetanei e per questo li incolpa. Accade che i s.k. dopo aver ucciso le vitime rubino loro degli oggetti apparentemente insignificanti. In realtà a questi oggetti viene attribuito un valore di scambio: l’omicida tende a sostuituire il rapporto con la persona tramite un oggetto, è una sorta di feticismo, un trasferimento al Sé  degli aspetti simbolici del cadavere ucciso e conquistato definitivamente.

Ciò che caratterizza prevalentemente la vita del giovane futuro s.k. è quindi la solitudine: si sente solo e lo è effettivamente perché è un individuo diverso,una persona che avverte dentro di sé un quid, un nucleo di malvagità così spesso da non poterlo neanche identificare come tale. In definitiva è un soggetto al cui inerno si celano elementi sconvolgenti, di cui il s.k. può anche non avere coscienza.

DE LUCA: Le sue fantasie sono continue, insistenti e rotatorie; tendono a sostituirsi alla realtà in toto. In queste ideazioni il soggetto esprime gradualmente tutta la sua aggressività compressa e non tarda ad arrivare il momento in cui sente la necessità dell’azione: in sostanza avverte il bisogno del battesimo del sangue.

I s.k. hanno gravi difficoltà di relazione con gli altri e una vita sociale molto povera.

1) Il modello del « capro espiatorio »: si tratta di bambini che, fin dal primo giorno di scuola, vengono presi di mira dai compagni e devono sopportare ogni tipo di scherzo e di insulto. A volte, sono bambini che hanno dei difetti fisici congeniti o acquisiti che li rendono vittime ideali, altre volte sono tormentati a causa della loro provenienza etnica (è il caso dei figli di immigrati), o, semplicemente, perché sono introversi e nessuno fa lo sforzo di tendere loro una mano. La testa di Gary Heidnik si era leggermente deformata, a seguito di vari incidenti e i compagni di scuola presero a chiamarlo «testa d'uovo » 

Col passare degli anni, il soggetto si adatta al fatto di essere nato per essere un   capro espiatorio  e non fa nulla per uscire da questa situazione, tranne che ritirarsi ancora di più in un suo mondo fantastico. Non ha il coraggio di combattere, di reagire, anche perché nessuno gli ha insegnato, come si fa. Quelle rare volte che l'offesa è talmente grave da scatenare la sua reazione, mostra di avere una forza impensata ed è capace di picchiare i suoi aggressori, anche se è di costituzione meno robusta e più piccolo di statura; la forza è data dall'enorme quantità di rabbia accumulata durante gli anni di frustrazioni sia a casa che fuori. Terminato l'episodio, il soggetto rientra nel suo stato di apatia e torna a essere il «capro espiatorio » che tutti conoscevano. In alcune circostanze, invece, il primo atto di ribellione è il segno di un'inversione di tendenza che spinge il soggetto a manifestare un comportamento aggressivo e violento.

Olweus (1978) descrive le vittime di soprusi a scuola come bambini più ansiosi e insicuri della media dei compagni, sensibili, tranquilli e con una scarsa autostima; questi bambini assumono degli atteggiamenti e hanno dei comportamenti che segnalano agli altri la loro insicurezza e passivita

2) Il modello del « bullismo »: è la configurazione opposta alla precedente. Sono dei bambini particolarmente aggressivi che, nelle relazioni con il gruppo dei pari, assumono  la leadership e sfogano la loro rabbia contro altri bambini.

Secondo Ressler et al. (1988), il 54% degli assassini seriali, durante l'infanzia, ha manifestato comportamenti cmdeli verso altri bambini, percentuale salita al 64% nell'adolescenza. Olweus (1993) nota che il carattere distintivo di chi pratica il «bullismo » è un'aggressività diffusa, diretta non solo ai compagni, ma anche ai genitori e agli insegnanti.

Il «bullismo » non risparmia le ragazze che diventeranno assassine seriali e può essere interpretato come una manifestazione di un disturbo di personalità più generalizzato.

 

Segni premonitori

De Luca: Isolamento sociale: carenza di amici ed evitamento di ogni forma di contatto fisico. Il bambino si lascia sedurre dalle sue fantasie e gradualmente si allontana dal mondo reale.

Difficoltà di apprendimento: Nonostante gran parte di loro abbia una intelligenza media ed elevata, molti abbandonano la scuola superiore senza finirla.

Sintomi di danno neurologico: danni provocati da una ferita o una malattia e include forti mal di testa, attacchi epilettici.  Un forte trauma alla testa può portare a un comportamento aggressivo e una sessualità eccessiva.

Problema con le autorità: incapaci di tollerare le restrizioni e reagiscono in maniera estrema alla minima frustrazione.

Attività sessuale precoce e bizzarra: dimostrazioni di sessualità violenta e abusiva nei confronti di altri. Utilizzo di materiale pornografico in età precoce.

Ossessione per il fuoco, il sangue e la morte.

Ressler afferma che la piromania è presente nel 56% dei s.k. durante l’infanzia e persiste nel 52% di essi durante l’adolescenza: in età adulta la percentuale si dimezza. Per il bambino soddisfa la pulsione distruttiva e quella sessuale. Durante l’adolescenza è un mezzo per scaricare tensioni sessuali. Inoltre mostrano sin da ragazzi una forte attrazione nei confronti del sangue. Un’altra ossessione è con la morte. (Edward Kemper, Dennis Nilsen, poliziotto inglese, adescava i ragazzi nei locali della capitale e una volta abusato di loro li faceva ubriacare per poterli uccidere tranquillamente, poi li riduceva a pezzi per metterli a cuocere in un calderone e infine ne gettava i resti nella rete fognaria. Ne uccise otto senza destare sospetti. Per i vicini era un uomo cortese, educato e premuroso. La rottura di una tubatura diede l'allarme e il poliziotto venne condannato all'ergastolo.)

Crudeltà verso gli animali: nel periodo evolutivo i s.k. fanno le prove degli omicidi su animali che vengono torturati e mutilati. Da una ricerca condotta negli Stati Uniti emerge che il 70% delle donne che hanno subito violenza il partner era stato violento anche verso l’animale domestico.

Furto, accaparramento e ingordigia. Vengono considerati sintomi del vuoto emozionale del bambino. Spesso il furto è la prima tappa della carriera criminale del s.k. i disordini della sfera alimentare sono piuttosto frequenti fra le donne s.k. che sono in gran parte sovrappeso se non obese.

Comportamento autodistruttivo: precoce desiderio di morte, sadomasochismo o solo brama di attenzione.

Precoce abuso di stupefacenti: un modo di evasione psichica dalla realtà o di emulazione del comportamento genitoriale.

 

LE VITTIME

De Luca: spesso i s.k. scelgono un tipo particolare di vittima che diventa l’obiettivo costante dei loro attacchi, in altri casi non ci sono significati simbolici particolari e il focus principale dell’assassino è indirizzato verso l’atto di uccidere in sé.

Francesco Bruno:  il s.k. si porterà avanti per tutta la vita i fantasmi genitoriali e in particolare quello materno: figura da distruggere e da esorcizzare fino in fondo. Per questo ucciderà le prostitute, sadizzerà le vagabonde ed eliminerà le donne scegliendo quelle più avanti negli anni, quasi a voler simboleggiare il suo bisogno di eliminare dentro di sé un’immagine che, lungi dal dargli sicurezza, gli propone invece un profondo senso di disagio e sconforto. (…) Il s.k. si trova ad un certo punto a vivere una scissione profonda tra la madre buona e quella cattiva e arriva a punire la figura genitoriale attraverso l’uccisione delle prostitute. E’ come se liberando il quartiere da queste presenze degeneri riuscisse a vanificare la componente nefasta presente nell’immagine materna. Le prostitute incarnano un simbolo decisivo perché ricordano la figura materna e allo stesso tempo sono oggetti di odio e di ira atavica. Uccidere una prostituta è molto facile, è una vittima in qualche modo predisposta. 

Ci sono anche s.k. che uccidono preferibilmente persone anziane o sacerdoti, come fu il caso di “Ludwig”, una coppia di giovani italiani che si incontravano nei week-end per eliminare quelli che consideravano debosciati, drop-out generici, barboni e tossicodipendenti. Se la presero anche con gli spettatori dei film porno dando fuoco ad un cinema in cui si proiettava una pellicola a luci rosse, e bruciando vive decine di persone. In questi soggetti è fin troppo evidente il bisogno di distruggere un’immagine autoritaria, una figura paterna vissuta come non genuina, incapace di offrire sostegno a personalità estremamente fragili.  Attraverso i loro omicidi tentavano di dare vita ad un’immagine paterna totalmente fantastica che fosse in grado di supportare il loro malessere vitale e capace quindi di rappresentare tutto quel mondo puro in cui la loro personalità migliore avrebbe potuto credere, ma che la loro parte negativa tendeva a distruggere perché non se ne poteva fidare.

 De Luca:

Omicidio seriale di uomini

Non è molto frequente perché può causare molti problemi all’assassino, in quanto è capace di opporre una notevole resistenza fisica. E’ la vittima elettiva delle donne serial killer e degli assassini seriali omosessuali che di solito scelgono come vittime altri omosessuali. Questi assassini mostrano segni evidenti di necrofilia, piuttosto che di sadismo.

Omicidio seriale di donne:

sono le vittime più frequenti. L’assassino sceglie ragazze molto giovani o piuttosto anziane per avere un vantaggio fisico che gli permetta di sopraffare la vittima. L'assassino seriale gioca sul fattore sorpresa per catturare la sua vittima e così, spesso usa tecniche seduttive e manipolative per conquistarne la fiducia. Abbiamo due quadri fondamentali:

1) L'assassino è sessualmente inadeguato e questa sua situazione si trasforma in frustrazione che, ad un certo punto, diventa insopportabile; attraverso la cattura e l'uccisione della vittima, il soggetto riafferma la propria virilità e onnipotenza; la donna è l'oggetto odiato e temuto allo stesso tempo, perché è capace di annullare completamente l'autostima del soggetto, mettendo a nudo tutti i suoi problemi; la donna, quindi, va distrutta, perché con la sua scomparsa, l'assassino recupera la sua onnipotenza; la soddisfazione conseguita dall'omicidio, però, è di breve durata, per cui l'assassino deve ripetere l'azione omicidiaria all'infinito. Questo quadro è tipico nei casi in cui l'elemento sessuale è secondario e in funzione al senso di potere dell'assassino: anche un'eventuale violenza sessuale, con inserzione nella vagina della vittima di oggetti estranei o meno, ha un significato di affermazione estrema della propria potenza.

2) L'assassino è ipersessuato, ha una sessualità prepotente che lo spinge ad avere più rapporti sessuali al giorno. In questo caso, spesso l'omicidio seriale rappresenta l'ultima tappa di una carriera criminale le cui tappe di avvicinamento sono la molestia sessuale, l'aggressione e lo stupro seriale. E come se il soggetto provasse a osare ogni volta un po' di più, fino ad arrivare al limite estremo e cioè l'omicidio.

L'uccisione rappresenta il completamento della violenza sessuale e anche un mezzo per eliminare il testimone di un reato. A volte, l'assassino stupra anche il cadavere della sua vittima e questo, piuttosto che un atto di necrofilia, va considerato come un'ulteriore dimostrazione di sadismo e soddisfazione dei propri impulsi. 

Fra le donne, ci sono alcune categorie particolarmente a rischio, perché per l'assassino seriale simboleggiano l'universo femminile che lui vuole distruggere.

 

La prostituta.

La vittima per eccellenza dell'assassino seriale, da un punto di vista logistico, è una vittima molto facile da avvicinare. Gli elementi principali che fanno della prostituta la vittima ideale dell'assassino seriale sono:

a) la prostituta è abituata ad essere avvicinata da uomini sconosciuti, senza diventare diffidente;

b) la prostituta è disposta a seguire il cliente di turno, in macchina o a piedi, in un posto isolato per consumare il rapporto;

c) quando una prostituta sparisce o viene ritrovato il suo cadavere, spesso si pensa che sia stata uccisa dal protettore o comunque da qualcuno collegato all'ambiente della prostituzione;

d) a meno che l'assassino seriale non sia un cliente abituale, non è possibile collegarlo alla morte della prostituta, se non è lui stesso a confessare;

e) la prostituta è il simbolo massimo del peccato e del “sesso sporco”.

Accanto a questi motivi di opportunità, ce ne sono altri di carattere psicologico che fanno della prostituta la vittima ideale dell'assassino seriale.

L'assassino seriale che prende di mira le prostitute, di solito è un soggetto disturbato nella sfera sessuale. Questo disturbo, piuttosto che a un problema biologico, è dovuto all'incapacità del soggetto di avere una relazione affettiva duratura con una donna. Petiziol (1963) sostiene che il compenso, in cambio di una prestazione sessuale, esclude ogni sforzo personale di conquista.

La donna anziana.

Questa tipologia di vittima si ritrova abbastanza frequentemente negli omicidi seriali. In questa categoria includiamo anche le donne di mezza età, uccidendo le quali è probabile che l'assassino uccida ripetutamente la madre con la quale ha avuto un rapporto traumatico durante l'infanzia; si tratta, generalmente, di soggetti che hanno avuto una madre dominante e oppressiva e, in questo caso, l'assassino non solo non è riuscito a risolvere il suo complesso di Edipo, ma è anche rimasto indissolubilmente legato alla figura materna, per cui ha bisogno di richiamarla nel momentaneo rapporto stabilito con la vittima; i ruoli sono invertiti e lui - il figlio - questa volta può prendere il sopravvento e la sua rivincita; quando c'è lo stupro della vittima, il soggetto afferma ancora di più il suo dominio.

Se le vittime sono donne anziane e/o molto vecchie è probabile che l'assassino, come nel caso dell'uccisione di bambini, sia semplicemente alla ricerca di un oggetto sessuale poco impegnativo; si tratta di soggetti altamente insicuri delle proprie capacità sessuali, per i quali una donna dell'età giusta è un obiettivo che impaurisce e suscita angoscia.

 

La studentessa universitaria.

Questa è una tipologia di vittima specifica soltanto degli Stati Uniti. La struttura universitaria americana prevede una visibilità massima degli studenti, che diventano un obiettivo piuttosto facile da avvicinare non solo per un interno (Norman Collins), ma anche per una persona totalmente estranea al mondo universitario (Danny Rolling). La vulnerabilità di questo tipo di vittima è data soprattutto dal fatto che nei campus universitari gli studenti vivono da soli, o al massimo con altri compagni, e non c'è la sorveglianza dei genitori, che spesso vivono addirittura in un altro stato, distante anche migliaia di chilometri dall'università.

Gli assassini seriali che prendono di mira questi obiettivi sono fondamentalmente più sicuri di sé rispetto a quelli che attaccano le prostitute, proprio perché è un tipo di vittima molto impegnativo. L'assassino si sente molto intelligente ed è convinto di poter competere con successo con l'intelligenza della vittima; comunque sia, l'assassino si cautela scegliendo vittime molto giovani, cioè con una capacità di reazione molto più lenta e una predominanza dell'emotività sulla razionalità; la fase di cattura è sempre molto elaborata e l'assassino fa ricorso a degli stratagemmi per avvicinarsi alla vittima e coglierla di sorpresa, come nel caso di Ted Bundy che andava in giro con un braccio fasciato e legato al collo per dare un'impressione di vulnerabilità alle sue vittime (sceglieva giovani donne bianche, quasi sempre con i capelli mori e la riga in mezzo, perché somigliavano alla sua fidanzata; fermato per eccesso di velocità, fu arrestato perché la sua auto risultava rubata.)

 

 

Omicidio seriale di bambini 

I bambini sono delle vittime ideali in quanto non hanno la capacità di controllare l'ambiente che li circonda e sono facilmente influenzabili e manipolabili da un adulto. Il serial killer che vuole adescare un bambino si presenta con un aspetto rassicurante e a volte può presentarsi vestito da poliziotto o da prete o comunque sfruttare una delle tante figure delle quali al bambino viene insegnato ad avere rispetto. Alcuni assassini pedofili particolarmente organizzati possono prendere di mira soprattutto famiglie monoparentali, proponendosi come aiuto per badare al bambino quando il genitore si deve assentare, aspettando il momento opportuno per rapire la piccola vittima.

Questo tipo di omicidio seriale si divide in due importanti categorie: l'omicidio seriale motivato da pedofihia e l'infanticidio (o il figlicidio) seriale.

 

Omicidio seriale motivato da pedofilia.

L'assassino è sempre un uomo ed è un soggetto che è rimato fissato ad una sessualità immatura. Il bambino è un partner meno impegnativo dell'adulto, perché può oppone una resistenza molto modesta. Spesso, l'omicidio è preceduto da molestie sessuali sul bambino o da veri e propri atti di violenza, mentre l'uccisione può avere la funzione di eliminare un possibile testimone.

Fra il 1969 e il 1980, Pedro Lopez uccise più di trecento bambine in tre stati (Colombia, Perù, Ecuador); era sempre in movimento e prelevava le vittime dalle tribù indigene o nei mercati dei villaggi; le stuprava, poi le guardava negli occhi mentre le strangolava, ottenendo un piacere molto intenso nel vederle morire.

 

Infanticidio e/o figlicidio seriale.

Per infanticidio seriale, indichiamo l'uccisione di bambini con i quali l'assassino non ha un legame di sangue diretto. In questa tipologia, rientrano tutti i casi di infermiere e baby-sitter che uccidono i bambini e i neonati a loro affidati. Chiamiamo invece figlicidio seriale quando sono i genitori stessi (prevalentemente la madre) a uccidere in serie i propri figli. 

L'infanticidio seriale avviene soprattutto negli ospedali, e vede coinvolto personale sanitario femminile affetto da sindrome di Münchausen per procura.

Più frequente è il caso in cui sono le madri a uccidere i propri figli.

 

Omicidio seriale/di massa 

È un tipo particolare di omicidio seriale che ha molte caratteristiche in comune con il mass murder (o « omicidio di massa »). In questo caso, il soggetto non sceglie sempre una vittima singola o una coppia, ma può uccidere diverse persone nella stessa azione omicidiaria. Lo classifichiamo principalmente come omicidio seriale, perché, anche in questo caso, l'elemento centrale del comportamento del soggetto è la ripetitività dell'azione omicidiaria: l'assassino sedale uccide più vittime contemporaneamente perché, così facendo, si sente ancora più onnipotente e da ciò deriva una soddisfazione maggiore.

L'omicidio seriale/di massa si differenzia dall'omicidio di massa classico, in quanto quest'ultimo è una specie di «suicidio allargato »: l'assassino, con l'azione omicidiaria singola, porta a termine la sua missione di rivendicazione verso la società e non ha più nulla da dire, tant'è che, generalmente, si suicida non appena terminata la strage, oppure si lascia catturare (o uccidere) dalla polizia; in questo caso, il comportamento dell'omicida rientra nel quadro della cosiddetta «sindrome del "muoia Sansone con tutti i Filistei" ». L'assassino seriale/di massa, non vuole farsi catturare, né tantomeno farsi uccidere, per cui pianifica con cura le vie di fuga; l'uccisione di più vittime simultaneamente porta una soddisfazione più intensa. 

(Vedi Manson)

 

Omicidio seriale di coppie 

In alcuni casi, l'assassino seriale prende di mira come vittima d'elezione non un individuo singolo, uomo, donna o bambino che sia, ma una coppia, formata da un uomo e una donna, generalmente in una macchina e in atteggiamento di intimità fisica.

Lo scopo dell'assassino è quello di punire la coppia, di cancellare la relazione uomo-donna che, per lui, è inconcepibile da sopportare. Si tratta di soggetti con gravissimi problemi relazionali, che non riescono ad avere alcun tipo di rapporto con la donna (si tratta sempre di assassini seriali di sesso maschile) e che vivono completamente isolati in un loro mondo fantastico. L'uccisione di coppie è una sorta di vendetta dettata dall'invidia e dalla rabbia verso un piacere che gli è precluso. Le coppie prese di mira si trovano sempre in macchina e vengono sorprese in atteggiamenti di intimità fisica, per cui, in questi omicidi, è presente anche l'elemento ((punizione »: il serial killer si investe del compito ( missionario ») di dare il castigo alle coppie clandestine che praticano il « sesso impuro» (al di fuori del legame matrimoniale).

Nonostante il fatto che la rabbia dell'assassino è centrata sulla coppia, generalmente, si nota una maggiore aggressività nei confronti della figura femminile. (Il mostro di Firenze)

 

FASI

Bruno: Prima del primo delitto, il s.k. vive una fase di incoscienza in cui si fondono conlittualità con la famiglia, enormi difficoltà relazionali e patologie psichiatriche. Il soggetto tende ad essere isolato o ad associarsi con persone negative, talvolta asseconda perversioni che lo spingono ad accompagnarsi con giovani dello stesso sesso. In futuro il s.k. adulto vivrà completamente ritirato in sé, spesso con un pensiero persecutorio che non lascia tregua, con angosce ed insicurezze difficilmente sanabili. Comincia a rimuginare e fantastica un delitto. Forse l’uccisione della persona del suo ambiente più ristretto che gli procura particolare acrimonia per un comportamento scandaloso, per il suo appartenere ad una categoria totalmente invisa, per aver importunato casualmente la madre. La vittima è percepita come un pericolo integrale o magari solo come minaccia parziale alla propria fisicità o all’integrità delle figure genitoriali. (…)

Il primo omicidio è determinato spesse volte dal caso, indotto da condizioni decisive, fortuite e correlate. Il s.k. non sfida la fortuna, cerca di fuggire senza lasciare traccia e sente ancora il bisogno di non farsi catturare, perlomeno vivo. In alcuni soggetti questo bisogno si stravolgerà in senso diametralmente opposto, come se loro stessi cercassero di farsi braccare per porre fine alla sequenza, far cessare definitivamente tanta mostruosità, solo apparentemente gratuita e insensata.

Con la prima vittima il s.k. entra direttamente in gioco nell’anima e nel corpo dell’altro per distoglierlo da un vizio oppure per punire un evento in cui la vittima sia stata coinvolta, o per poter realizzare un primo rapporto che in qualche modo è affettivo al contrario. Il futuro s.k.. inizia a vivere una condizione in cui, mentre da una parte la sua solitudine esalta il ruolo delle fantasie, dall’altra lo porta a cercare avidamente una preda, una sorta di sponda su cui far rimbalzare le proprie ideazioni.  In questo modo si correla con l’esterno e si mette alla prova, valuta la sua forza, esprime tutta la sua potenza.

(…) dopo aver compiuto il suo primo delitto, il s.k. ha necessità di ritrovarsi in azione, si muove in un vissuto irrefrenabile di pulsioni omicide. Proseguirà poi con attività manipolative e necrofile, ma rimugina sulle stesse con la voglia imperiosa trsformata in un vero e proprio bisogno inpulsivo di tornare sul percorso del delitto.

Il s.k. che nella sua solitudine giovanile ha vissuto la fantasia del delitto, giunge al crimine generalmente intorno ai vent’anni. E’ un momento topico in cui le fantasie giovanili di tipo masturbatorio possono realizzarsi. Finalmente è maturo per passare all’azione in modo autonomo, libero di selezionare una vittima con caratteristiche che si adattano perfettamente alle fantasie pregresse. Non potrà più tornare indietro. Le sensazioni provate, il gusto e il piacere dell’azione cruenta in qualche modo lo devastano. Si entra in un periodo di incubazione in cui generalmente i s.k. dopo il primo omicidio attraversano un periodo di quiete propedeutico a una catena di delitti con tempi molto più ravvicinati. (ci sono intervalli che durano da svariati lustri a due o tre anni in media) In questo periodo il s.k. è combattuto dal desiderio di continuare e la paura di essere preso.

Il s.k. è fortemente legato alla scelta effettuata nel primo omicidio, e questa esperienza lo condizionerà in seguito.

Dentro di sé sa che, cadendo i freni inibitori, prima o poi tornerà ad uccidere; avverte che il suo destino è segnato. In lui si svolge una battaglia epica fra istanze morali, motivazioni pratiche e spinte profonde. Può riportare la pace nel cuore solo scindendo la sua personalità tra il Dr. Jekill e Mr. Hyde. Può diventare una persona capace di comunicare agli altri i suoi aspetti più positivi proprio come il Dr. Jekyll (rappresentazione del bene assoluto) e poi diventare, in frazioni di secondo, spietato ed efferato come Mr. Hyde (che incarna il male come definizione stessa della cattiveria: ilmale non strumentale ma inteso come fine, obiettivo ed illusoria preservazione della vita stessa all’infinito).

In sostanza la scissione della personalità serve al criminale per non soffrire ripetutamente l’elaborazione che verosimilmente avviene nel periodo di incubazione.

Il s.k. affronta una battaglia in campo aperto con se stesso e la perde inevitabilmente ogni volta perché non sfugge a questa spinta interiore che ha la forza e la preponderanza della compulsione.

Come il tossico l’omicida seriale sente dentro un vero e proprio disagio fisico, una sorta di astinenza relativa a quel bisogno sempre incolmabile di essere a contatto di corpi morti e disponibili alla  manipolazione. Il malessere dell’astinenza è in parte fisico ma, in maniera preponderante, è psichico. Deve rinnovare le sensazioni andate perse con l’omicidio precedente. In quesa fase motivazioni apparentemente razionali e impulsi fisiologici si fondono. Ne nasce un connubio alquanto signolare per cui il soggetto compie la ricerca delle sue vittime tentando di darsi motivazioni congrue. si veste a rotazione dei panni del legislatore, del giudice e del boia.  (…) si mette in moto un processo per cui cercano di dimostrare a se stessi che la morte di un altro non è il fine reale da loro perseguito, ma è solo un mezzo per vincere una causa giustificata in senso etico. (…) Una donna dopo l’altra diviene l’incarnazione onirica e perseguitante degli abbandoni, delle botte e delle delusioni che hanno subito molto tempo prima e che si sommano alla mancanza dell’amore materno, al padre alcolizzato o magari al prete che da piccolo lo ha molestato in parrocchia. (…)questi criteri di scelta sono fragili, e sostanzialmente caduchi. Rappresentano solo il travestimento morale dell’impulso omicida che è il vero motore della mente mostruosa. Dopo il primo delitto il s.k. accetta il momento di uccidere in modo naturale. La seconda volta sarà uno scherzo.

 

Joel Norris, psicologo statunitense, per primo identifica e descrive il comportamento dei s.k. come scandito da un andamento ciclico, secondo il succedersi di fasi ben distinte:

Fase aurorale: il killer gradualmente si ritrae dalla realtà, se ne distacca, elaborando fantasie sempre più precise e articolate, che lo spingono all’azione. Può durare anche mesi o anni. L’assassino vive il crimine nella sua mente, eccitandosi sempre più man mano che la visione raggiunge il suo culmine. Si culla con questa immagine finchè non arriva lo stimolo scatenante che fa esplodere l’istinto assassino.

Fase di puntamento: l’assassino è alla caccia della sua preda, su un terreno che studia con attenzione. Concentrato, determinato, si è trasformato in un predatore letale. Ogni assassino ha dei posti particolari nei quali preferisce appostarsi in attesa della vittima più vulnerabile. L’ultima parte di questa fase include l’identificazione della vittima e l’osservazione dei suoi spostamenti per trovare il momento più opportuno per colpire.

Fase della seduzione: avviene l’approccio con la vittima che viene prima sedotta, poi ingannata e sopraffatta. E’ raro che l’assassino abbia un aspetto che incute paura o diffidenza, spesso indossa una maschera di normalità che ispira fiducia alle potenziali vittime.

Fase della cattura: l’assassino deve agire con estrema rapidità e decisione, per non dar alla vittima il tempo di reagire. Questa fase