SERIAL KILLER 

UOMINI ITALIANI 

 In Italia, come nel resto del mondo, l’incremento del fenomeno si registra a partire dagli anni Settanta. Dal 1975 a oggi sono stati identificati e catturati poco più di 40 assassini, responsabili della morte di oltre 200 innocenti. Oltre due terzi dei casi si registrano nel Nord del paese, con la Lombardia in testa, non vi è sostanziale differenza fra Centro e Sud italia.

De Pasquali: i sk che hanno agito in Italia dal 1850 a oggi sono 43, tra i quali un extracomunitario e un italiano nato all’estero. Solo due sono donne. Uno faceva parte di un gruppo, 6 hanno ucciso in coppia, i rimanenti 36 hanno agito da soli.  Più della metà sono nati al nord, il 16% al centro, altrettanti al su, il 7% nelle isole. Due sono nati all’estero.  

La ricerca dei serial killer in Italia: la Sezione crimini violenti della Criminalpol (Uacv)

De Pasquali: Anche nel nostro paese si presenta, purtroppo, un panorama numericamente ampio di assassini seriali: oltre a quelli catturati sono molti i serial killer ancora liberi e quelli potenziali, che hanno fatto finora solo una vittima o che si sono limitati a violenze o sevizie, ma che potrebbero presto passare all'omicidio. Benché le forze dell'ordine tendano a ridimensionare il fenomeno per non provocare un eccessivo allarme sociale, è indubitabile che esso è presente pure da noi, e non da pochi anni.

Le istituzioni statali hanno comunque colto la rapida crescita degli omicidi con particolari caratteristiche di violenza e di mostruosità, per molti dei quali è risultato impossibile risalire all'autore avvalendosi delle metodiche classiche, ed hanno messo in atto alcune iniziative, la principale delle quali è consistita nella realizzazione, nell'ambito del Servizio Polizia Scientifica, di un apposito reparto per l'analisi dei crimini violenti.

Questa nuova struttura è definita Unità per l'analisi del crimine violento (Uacv), e si ispira alla Behavioural Science Service Unit del National Center for the Analysis of Violent Crime dell'Fbi, con cui è in stretta collaborazione già da alcuni anni. L'Uacv è costituita da oltre 1.500 uomini della polizia scientifica, collegati alla centrale operativa tramite un sistema centrale informativo che consente il monitoraggio in tempo reale di tutte le attività criminali. Tale struttura è di supporto all'attività degli organismi investigativi nei casi di delitti di particolare efferatezza, come quelli commessi dagli assassini seriali. In particolare l'Uacv interviene nei seguenti reati:

• omicidio senza immediato movente;

• omicidio a sfondo sessuale;

• omicidi seriali;

• violenze carnali riconducibili ad un unico autore;

• incendi dolosi riconducibili allo stesso autore.

Lo scopo dell'Uacv è quello di utilizzare le metodologie e le tecniche di analisi della criminalistica, della medicina legale, della psichiatria forense e della psicologia comportamentale, per ricavare elementi utili al fine di risalire al profilo psicologico-comportamentale dell'autore del reato.

Per questo nella struttura sono presenti diverse figure professionali:

a)investigatori con esperienza nel settore del crimine violento provenienti dalla Criminalpol o dalle squadre mobili;

b)personale specializzato nell'esame della scena del crimine;

c) funzionari medico-legali esperti in psichiatria forense;

d) funzionari psicologi esperti in scienze del comportamento criminale.

Dal sopralluogo sulla scena del crimine (punto di partenza di ogni attività investigativa relativa ad un delitto), all'esame delle tracce, agli accertamenti criminalistici di laboratorio, la polizia scientifica concorre all'attività di indagine.

Lo scopo della nuova struttura è quello di utilizzare le metodologie e le tecniche di analisi della criminalistica (fotogrammetria, SART, accertamenti medicolegali, repertazione, indagini balistiche, analisi biologiche delle tracce, analisi dei terreni, delle fibre, rilievi dattiloscopici, analisi delle informazioni, correlazioni tra eventi separati, ecc.) per ricavare elementi utili al fine di risalire al profilo psicologico-comportamentale dell'autore del reato. La speranza è che un tale sforzo scientifico e investigativo consenta una rapida identificazione e cattura dei serial killer che imperversano nella nostra penisola con la loro sommersa e terribile attività.  

L’Uacv ha messo a punto il Sasc, un sistema informativo esperto molto sofisticato. Un’enorme banca dati intelligente, in grado di individuare, grazie a una particolare rete neurale, analogie e correlazioni tra omicidi lontani nel tempo e nello spazio.  “Questo consente di evidenziare l’eventuale operato di un serial killer”, spiega Carlo Bui, direttore dell’Uacv.

“Una delle novità più importanti rispetto ai sistemi in uso all’estero è che al suo interno possono confluire oltre alle informazioni testuali, come i rapporti degli investigatori o le eventuali testimonianze, anche le immagini, che sono un elemento oggettivo insostituibile, perché non solo mostrano come è stata uccisa la vittima, ma anche il luogo del delitto che può essere virtualmente rivisitato anche molto tempo dopo l’accaduto”.  

De Pasquali: Il serial killer catturato è sottoposto al processo.  L’omicidio ha nel nostro sistema processuale un giudice particolare, e cioè la Corte di assise di primo grado e di secondo grado o d'appello.

Si tratta di un collegio decisorio misto composto da due giudici togati, di carriera, e da sei cittadini, scelti con criteri di casualità tra quelli aventi i requisiti. La sentenza di primo grado subisce un'ulteriore verifica di validità e fondatezza dal giudice dell'appello e la sentenza del giudice di secondo grado può essere, a sua volta, impugnata, non per ragioni di merito, con il ricorso per Cassazione.

Spesso avviene che la sentenza di primo grado venga attenuata nel giudizio successivo.  

Lucarelli-Picozzi: L'imputabilità è il requisito individuale determinato dalla capacità di intendere e di volere e che pertanto fa sì che ciascuno di noi possa essere sottoposto a una sanzione penale. Viene anche definita come capacità di diritto penale e raffigura in fondo una condizione psichica di base. Per convenzione, nel nostro ordinamento, non si può essere imputabili sotto i 14 anni, mentre dai 14 ai 18 anni l'imputabilità va accertata caso per caso.

Oltre i 18 anni ognuno è responsabile delle proprie azioni e omissioni, fino a prova contraria; e l'infermità di mente può appunto rappresentare una delle situazioni previste con il generico termine di «prova contraria».  

ART. 85 CODICE PENALE (CAPACITÀ DI INTENDERE E DI VOLERE)

Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se al momento in cui lo ha commesso non era imputabile. E imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.  

ART. 88 C.P. (VIZIO TOTALE DI MENTE)

Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere.  

ART. 89 C.P. (VIZIO PARZIALE DI MENTE)

Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere, risponde del reato commesso, ma la pena è diminuita.  

La nozione di «pericolosità sociale» (art. 203 c.p.) prevede che un soggetto venga appunto giudicato pericoloso quando, avendo commesso un reato, è probabile che commetta altri fatti illeciti previsti dalla legge.

Naturalmente va sottolineato come i concetti di vizio di mente, di capacità di intendere, di volontà, rappresentino semplici convenzioni, indispensabili per potersi ricondurre a un linguaggio condivisibile, ma senza alcuna pretesa di offrire certezze assolute.  

Ma cosa si intende per capacità di intendere e di volere?

La capacità di intendere rappresenta la competenza di un individuo di comprendere il valore o il disvalore sociale di un'azione o di una omissione. La capacità di volere esprime invece l'idoneità ad autodeterminarsi in funzione di uno scopo, di un'azione o dell'evitamento dell'azione stessa.

Un poco più complicato è il concetto di infermità, che possiamo chiarire ricorrendo alle parole di Gianluigi Ponti, che nel suo Compendio di criminologia così si esprime: Il concetto di infermità com'è posto dal codice penale è più ampio di quello di malattia, nel senso che non si limita esclusivamente alle vere e proprie malattie mentali.., ma ricomprende anche più estensivamente qualsiasi condizione patologica che sia stata in grado di interferire sulla capacità di intendere e di volere anche solo transitoriamente, ovvero quei disturbi che abbiano «valore di malattia», cioè che agiscono come se si trattasse di un processo morboso.

Configura dunque l'infermità ciascuno dei tanti disturbi psichici qualificabili con un termine tecnico preciso (psicosi, ritardo mentale, nevrosi, schizofrenia, demenza, paranoia, ecc.), ma anche qualsiasi altra condizione sempreché produca effetti psichici paragonabili a quelli di un vero stato morboso, e che risulti idonea ad interferire sull'intendere o sul volere.

Deve poi essere chiaro che l'esistenza di una infermità al momento del fatto delittuoso non comporta necessariamente un giudizio di non imputabilità, venendo richiesta dal codice penale anche una valutazione di carattere quantitativo...  

De Pasquali: L'analisi dei serial killer italiani ci consente di tracciare il seguente identikit dell'assassino seriale.

  • I serial killer italiani sono uomini all'apparenza normali.

  • Nati in prevalenza al Nord.

  • Famiglie povere di affetti; genitori con disturbi mentali.

  • Spesso sono stati abbandonati in orfanotrofio.

  • I futuri serial killer in molti casi hanno già conosciuto la galera.

  • Traumi psico-fisici importanti hanno spesso preceduto (ma non determinato) l'inizio degli omicidi in serie.

  • Al compimento del 1° omicidio il serial killer ha 30 anni (all'ultimo ne ha 34).

  • È celibe, con uno scarso inserimento sociale, pochi rapporti interpersonali.

  • Lavoro non qualificato, oppure è disoccupato.

  • Soffre di disturbi psichici. Può collezionare armi o coltelli.

  • Compie gli omicidi per lo più al Nord.

  • Di solito esercita un'aggressione diretta; più raramente l'approccio avviene mediante una scusa.

  • Il luogo dell'omicidio è più frequentemente la casa della vittima o del killer.

  • Le armi da fuoco, soprattutto la pistola, sono i mezzi più utilizzati per uccidere.

  • Il comportamento durante il delitto è del tipo «organizzato>).

  • Dopo l'omicidio i serial killer si intrattengono col cadavere, mettendo in atto comportamenti necromanici.

  • Quindi si allontanano, lasciando sul luogo del delitto la vittima, alla quale sottraggono oggetti personali (feticcio).

  • All'arresto non oppongono resistenza, e confessano i delitti in seguito ad interrogatori non particolarmente pressanti.

  • Al processo non si pentono e affermano che, se lasciati liberi, riprenderanno ad uccidere.

  • I serial killer che hanno ottenuto qualche forma di libertà hanno ripreso la serie omicidiaria dove l'avevano interrotta.

  •  Le vittime accertate dei serial killer sono 200.

  • Hanno in media 39 anni e sono sia maschi (60%) che femmine (40%).

  • Possono conoscere o meno l'assassino.

  • Appartengono a tutte le classi sociali e svolgono le più diverse attività lavorative.

  • Sono spesso uccise per motivi sessuali.

  • La prostituta è la vittima prediletta dei serial killer.

  • Ma alcuni di loro godono ammazzando i bambini. Gli omicidi non vengono scatenati dal comportamento delle vittime.

De Luca:  L'argomento "omicidio seriale" è diventato di moda in Italia, soprattutto grazie al processo che si è celebrato a Firenze contro Pietro Pacciani, il contadino accusato di essere l'autore di otto duplici omicidi nella campagna fiorentina dal 1968 al 1985. Pacciani è stato condannato in primo grado per sette degli otto duplici omicidi, ma sul suo caso si sono accese un'infinità di polemiche che hanno diviso il paese fra "innocentisti" e "colpevolisti". Nel processo d'appello, Pacciani è stato assolto, poi è stata la volta della tesi dei "compagni di merende" (cioè si è optato per considerarlo un caso di omicidio seriale di gruppo) e, nel frattempo, Pacciani è morto per cause naturali ed è probabile che il caso rimanga per sempre avvolto nel mistero.

Come per il resto del mondo, l'omicidio seriale in Italia avviene soprattutto nel XX secolo e i casi storici registrati sono pochi. Accanto alle figure quasi mitologiche di due donne assassine seriali, Tofania di Adamo e Hieronyma Spara (vedi Introduzione), troviamo due casi verificatisi nel XIX secolo (oltre a quello di Vincenzo Verzeni, studiato dettagliatamente da Lombroso e ripreso da Krafft-Ebing).

Il primo riguarda Antonio Boggia (?-1862) che, nello spazio di dieci anni, uccise diverse persone, senza curarsi del sesso delle vittime, soprattutto commercianti e uomini d'affari. Il suo m.o. consisteva nell'attirare le vittime in uno scantinato di una viuzza del centro di Milano, dopo aver fatto amicizia con loro e aver bevuto insieme, e le uccideva percuotendole ripetutamente sulla testa, per poi derubarle di tutto. Sceglieva persone sole, senza amici né parenti, per poter poi derubare tranquillamente la loro casa e rivendere i mobili. Prima dell'arresto definitivo, venne già fermato una prima volta dalla polizia, perché una vittima era riuscita a fuggire e a dare l'allarme, ma, fingendosi pazzo, era riuscito a farsi rilasciare. Al processo per i suoi delitti, non mostrò alcun segno di pentimento e venne condannato all'impiccagione.

L'altro caso riguarda Callisto Grandi, conosciuto come « l'Ammazzabambini» proprio perché sceglieva questo tipo di vittime a Incisa Valdarno (Firenze). Era un uomo piccolo di statura e con una testa sproporzionatamente grande, completamente calvo e con la faccia corta, nel complesso aveva l'aspetto di una scimmia e i bambini del paese lo prendevano in giro continuamente. Di mestiere, faceva il cardatore e, a seguito delle continue prese in giro, iniziò a covare un desiderio di vendetta che alla fine esplose e lo condusse a uccidere diversi bambini nella sua bottega utilizzando vari metodi. Al processo, pur non negando i suoi crimini, diede evidenti segni di squilibrio e venne condannato a vent'anni di lavori forzati. Uscì nel 1895, ma venne rinchiuso in manicomio dove morì.  

De Pasquali (2001) ha considerato quelle che lui definisce la « psicobiografie criminali» (le storie di vita) di 43 assassini seriali che hanno ucciso in Italia dal 1850 a oggi. Vediamo quali sono gli elementi principali di questa analisi'.

A) Elementi anamnestici pregressi alla serie omicidiaria.

Più della metà degli assassini seriali sono nati al nord (56%), il 16% al centro e altrettanti al sud, mentre il 7% è nato nelle isole e un 4% all'estero. Ii 44% di essi ha vissuto l'infanzia in una famiglia povera di affetti e il 35% in famiglie povere e "spezzate". Il 14% ha passato diversi anni in un orfanotrofio. Nel 21% dei casi considerati, i familiari dei soggetti hanno delle tare psichiche e quasi tutti i serial killer avevano già commesso altri reati prima dei delitti seriali, sia contro la proprietà che contro la persona.

In più del 40% dei casi, prima dei delitti, si sono verificati eventi traumatici fisici (malattie gravi, traumi cerebrali, ecc.) ma soprattutto psichici (lutti significativi, terremoti), anche se quasi mai c'è un rapporto diretto di causa-effetto tra evento stressante e inizio della serie omicidiaria.  

B) Dati psicobiografici inerenti al periodo del primo omicidio.

Ii 63% ha un inserimento sociale scarso o nullo. 11 26% degli assassini seriali sono disoccupati, il 14% ha un'attività extra-legale e il 38% svolge un lavoro non qualificato (in prevalenza operaio, artigiano o contadino). Soltanto ii 7% ha un lavoro qualificato (commerciante, geometra, amministratore di condominio). Nel 9% dei casi, abbiamo degli studenti, nel 4% infermieri, mentre un serial killer era guardia giurata.

Il 65% è celibe, mentre ii 30% è coniugato. Il 58% soffre di disturbi psichiatrici che non sempre, però, sono la causa dei delitti. Ii 33% abusa di droghe o alcool, ii 14% colleziona armi o coltelli.

L'età media in cui viene commesso il primo omicidio è 30 anni, mentre l'ultimo viene commesso a 34 e gli omicidi vengono compiuti soprattutto al nord (70%), seguito dal centro (17%), mentre l'8% viene commesso al sud e il 2% rispettivamente nelle isole e all'estero.

L'approccio alle vittime avviene soprattutto (55%) tramite aggressione diretta e immediata in cui gioca un ruolo fondamentale l'elemento sorpresa. Nel 37% dei casi, il soggetto avvicina la vittima con scuse, sotterfugi, raggiri o inganni, ad esempio offrendo lavoro o stimolando aspetti sessuali (con le prostitute). Nel 7% dei casi, il serial killer s'intrattiene tranquillamente e instaura una forma di rapporto con la vittima prima di ucciderla. Il luogo in cui viene commesso l'omicidio, nel 45% dei casi, è l'abitazione dell'assassino o, soprattutto, della vittima, nel 25% luoghi aperti (strada, aperta campagna, ecc.), nel 10% luoghi pubblici chiusi (negozi, ospedali, ecc.), in un altro 10% all'interno di un autoveicolo.

Come armi utilizzate, abbiamo le armi da fuoco (37%), armi bianche (16%), strangolamento (17%, di cui 10% manuale e 7% con lacci o legamenti), corpi contundenti (12%), farmaci o veleni (4%).

Il 70% degli assassini seriali italiani è di tipo organizzato, il 20% disorganizzato, il 10% a pianificazione parziale. La metà degli omicidi sono compiuti in uno stato di stabilità emotiva, mentre nel 25% dei casi è presente uno squilibrio emotivo. Nella percentuale restante, l'emotività è variabile.

C) Relazione col corpo della vittima.

Il 10% degli assassini seriali ha avuto rapporti sessuali con le vittime prima di ucciderle e, nel 6% dei casi, ha praticato sevizie. In un 5%, la lotta ha preceduto l'omicidio.

Dopo l'uccisione, nel 60% dei casi, il cadavere viene lasciato sul posto e, soltanto in un 10%, viene trasportato altrove. Il corpo è nascosto o seppellito nel 15% delle circostanze, oppure fatto dissolvere nell'8% (bollito, bruciato, ecc.).

Comportamenti necromañici si riscontrano in circa il 30% degli omicidi (giacere accanto al corpo, decapitare, depezzare, fotografare, avere rapporti sessuali post-mortem, ecc.).  

D) Comportamento post-omicidiario.

Soltanto l’l % si costituisce e una percentuale analoga tenta il suicidio. La metà di essi si allontana dal luogo dell'omicidio subito dopo aver sottratto soldi, documenti oppure oggetti (25%) e aver cancellato le tracce (30%).

I soggetti che restano sul luogo del delitto lo fanno per affermare ancora di più il controllo totale sulla scena e sul cadavere, praticando i rituali necromanici (50%). Ii 10% lancia messaggi di sfida alle forze dell'ordine.

 E) Comportamento all'arresto.

Più o meno tutti si comportano allo stesso modo: all'inizio non confessano, preferendo negare ogni colpa, poi cominciano ad ammettere qualcosa, però mettendo avanti parecchie giustificazioni. Dopo interrogatori abbastanza serrati, confessano prima qualche delitto, poi tutti, mentre una minoranza addirittura si attribuisce un numero di omicidi superiore a quelli realmente effettuati.  

F) Comportamento al processo.

La maggior parte degli assassini seriali non si pente, rimane freddo, distaccato, o manifesta atteggiamenti arroganti. Soltanto il 2% chiede perdono e il 14% dichiara che, se è quando tornerà in libertà, ricomincerà a uccidere.  

Caratteristiche distintive degli assassini seriali italiani.

L'omicidio seriale in Italia viene commesso soprattutto da « predatori solitari », similmente a quanto avviene negli altri paesi industrializzati del mondo.

A differenza di quanto avviene nel resto del mondo, e soprattutto negli Stati Uniti, gli assassini seriali italiani individuali agiscono soprattutto in provincia e nelle piccole città. In un caso (Serviatti), l'assassino opera indifferentemente in una piccola e in una grande città. Le coppie e i gruppi di assassini seriali confermano questa tendenza.

Nella maggior parte dei casi, le vittime sono donne (in sette casi, sono esclusivamente prostitute) e, subito dopo, la categoria vittimologica più frequente è quella dei bambini e anche qui si conferma la tendenza generale dell'omicidio seriale.

Nove casi presentano una vittimologia mista (uomini, donne, bambini) e ciò è indicativo del fatto che per l'assassino è prioritaria l'azione omicidiaria, mentre la vittima è scelta in base all'opportunità.

In due casi (De Martino, Busnelli), abbiamo degli infermieri che uccidono dei pazienti anziani in ospedale.

Singolare il caso di Antonio Cianci, un ragazzo che uccise esclusivamente dei carabinieri.

Non tutti gli assassini seriali in attività vengono arrestati, il discorso vale a maggior ragione per il nostro paese dove non esiste una tradizione culturale specifica sul fenomeno e la polizia non ha la formazione, gli strumenti e l'esperienza accumulata dall'FBI.

Dal 1994, è in circolazione un inafferrabile attentatore seriale, imitatore del famoso Unabomber americano, che ha disseminato in Friuli e in Veneto una ventina di tubi-bomba, molti dei quali hanno ferito diverse persone e non hanno provocato morti per puro caso. L'ordigno è molto semplice, un tubo riempito di esplosivo con un innesco rudimentale e rappresenta la "firma" del misterioso dinamitardo.

Secondo il profilo psicologico tracciato, si tratterebbe di un uomo di mezza età oppure di un neolaureato smanioso di dimostrare di aver raggiunto determinate conoscenze tecnologiche. E comunque una personalità psicopatologica, una persona con seri problemi che però riesce a compensare, salvo scatenarsi nella costruzione degli ordigni durante i periodi di crisi, probabilmente crisi depressive che si accentuano quando vede qualcuno intorno a lui che si diverte e allora l'atto di seminare paura e distruzione avrebbe la funzione di vendetta simbolica contro chi è felice. A conferma di questa interpretazione, c'è il fatto che il dinamitardo posiziona i suoi ordigni in luoghi di ritrovo nei quali la gente è spensierata e si diverte (come, ad esempio, nelle spiagge). Gli ordigni sono semplici, ma costruiti con grande perizia e ciò fa ipotizzare che si possa trattare di un ex militare o di una persona che ha seguito dei corsi di sopravvivenza. Più che uccidere, il suo scopo sembra quello di soddisfare un bisogno di affermazione: vuole dimostrare che è in grado di sfidare autorità e mass media. Le vittime sono scelte casualmente e questo fatto complica notevolmente il lavoro degli investigatori che non possono restringere il campo dei possibili sospetti in base agli obiettivi.  

LE DONNE

De Pasquali: In Italia si conoscono ad oggi solo due casi di serial killer donne: quello ormai storico di Leonarda Cianciulli, «la saponificatrice di Correggio», ed il caso di Milena Quaglini, il cui processo è in corso mentre si scrive. Di entrambe queste assassine seriali si possono leggere le schede relative in appendice. La Cianciulli rientra in una tipologia mista comfort/visionary, avendo ucciso sia per guadagno economico che per convinzioni deliranti, mentre la Quaglini ha ucciso gli uomini con cui aveva relazioni significative ma infelici, dopo averne subito la violenza fisica, non trovando altro modo per sfuggire alla situazione angosciosa. (Vedi serial killer donne).

Pluriomicidi italiani