"Non impiccatemi così in alto" "Nelle sue braccia sarei morta" "Potrebbe capitare anche a voi" La saponificatrice di Correggio Il caso della stricnina fantasma
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Appunti
tratti da varie fonti su Assassine L’omicidio è quasi sempre affascinante se non altro perché è un atto finale, irrevocabile. Ma le donne assassine sono particolarmente interessanti, forse perché costituiscono un fenomeno quasi eccezionale paragonato con gli uomini assassini. Negli
Stati Uniti le donne sono
responsabili solo del 12% del
totale degli omicidi. In tutto il mondo la cifra varia tra 10 e 13 per cento. Questa relativa rarità del fenomeno può
forse spiegare la mancanza di studi seri consacrati alle assassine o
comunque alla criminalità femminile in generale. Ma
c'è stato un aumento del 138% nel numero dei crimini commessi dalle
donne dal 1970. Mentre l'aumento dei crimini maschili è stato del 57%. Non
essendo forti come gli uomini, le donne storicamente hanno dovuto
ricorrere a maniere di uccidere più originali e tortuose. Gli
uomini sono sicuramente più violenti; uccidono mogli e figli in
accessi di rabbia e spesso ammazzano sconosciuti durante le risse, in
raptus alcolici, nel corso di rapine o per commissione. L’omicidio
femminile è un crimine intimo, meditato a lungo che crea uno speciale genere di
orrore e un conseguente fascino. La
donna prima concepisce l'omicidio nel cuore. Da
molti studiosi la donna è stata considerata più
crudele dell’uomo nelle vendette, instancabile nell’inseguimento
della vittima e con minori scrupoli di coscienza. Rudyard
Kipling ha scritto che la
femmina di ogni specie animale è più implacabile del maschio. F.
Tennyson Jesse ha paragonato la donna alla pantera:
“Può inseguire la sua preda inesorabilmente giorno dopo giorno, può
aspettare il momento giusto, può giocare con la sua vittima e
torturarla per puro capriccio, e può uccidere per pura crudeltà come
fa la pantera e mai il leone”. Poiché
sappiamo che la maggioranza delle donne assassine uccidono gli uomini
che le molestano (negli
Stati Uniti il 90% delle vittime
delle omicide sono uomini) siamo portati a considerare
invariabilmente le donne assassine come vittime. “Le
donne che uccidono”, scrive Ann Jones, “trovano soluzioni estreme a
problemi con cui migliaia di donne convivono in maniera pacifica ogni
giorno”. Secondo
lo scrittore inglese Enid Bagnold “un’assassina è solo una donna
comune che ha una crisi di collera”. Il
racconto della vita delle donne omicide dimostra invece che non
sono affatto donne comuni, alcune hanno avuto un’infanzia
drammatica, altre hanno ucciso perché provocate per lungo tempo, alcune
soffrivano di sdoppiamento della personalità, altre erano succubi di
passioni indomabili, altre ancora erano spinte da una naturale
propensione all’omicidio. In ogni caso non si è mai trattato di donne
comuni. Un
gran numero di assassine concepiscono il crimine da
sole e colpiscono in segretezza. Non si fidano di nessuno. Spesso
considerano l’uomo debole e senza carattere, inutile per la loro
implacabile decisione. Sono pochissimi i casi di donne convinte a
uccidere da un partner maschile. Esistono molti più casi di uomini
convinti da una donna a commettere un delitto. Questo accade soprattutto
nei crimini di passione. Le
donne hanno sempre avuto meno interesse per certe
passioni che hanno mosso gli uomini come l’ambizione, il gioco,
l’alcol, la sconfitta. Quindi moventi
di questo genere sono meno comuni nei delitti femminili.
Sicuramente invece lo sono la cupidigia e l’amore, la gelosia e la vendetta. In genere però le
donne commettono delitti per cupidigia insieme all’uomo, sia esso il
marito o l’amante. Per
quanto riguarda la vendetta, scrive Vincenzo Mellusi: “L’abbandono non rappresenta soltanto la perdita dell’oggetto
amato, ma il disprezzo dell’amante e l’umiliazione agli occhi di
tutti. La morte della persona amata è per la fanciulla meno crudele
dell’abbandono, che riassume tutte le sofferenze morali; perdita
dell’amore, disprezzo della sua bellezza, preferenza accordata a una
rivale, umiliazione pubblica, resa più dolorosa per il timore di vedere
la rivale ridere del proprio dolore”.
E
riguardo all’amore George Sand scrisse che la donna che non trova nel matrimonio
l’amore cui ha diritto, può cercarlo altrove. Commenta
Mellusi: “La donna passionale, che apprende il matrimonio come un episodio
dolorante dell’amore, non può votarsi alla fedeltà coniugale che è
una semplice convenzione utilitaria... Il dono continuo del suo corpo,
senza affetto e senza desiderio, la stanca e la nausea. E da quel
momento può benissimo concepire e provare il grande amore, passando
dalla castità ignorante all’unione carnale per amore”. Per
una donna delusa nella sua
passione l’omicidio appare come un prezzo modesto da pagare per la
sua libertà, poiché la passione coinvolge la sua intera vita. Senza di
essa, lei pensa, la vita sarebbe una lunga morte. Gli uomini sono meno coinvolti dall’amore.
Possono andare in pezzi se le cose vanno male ma di solito si riprendono
abbastanza presto e il delitto come via d’uscita non rientra nei loro
calcoli. Nel
suo classico studio sulla criminalità femminile lo psichiatra Cesare
Lombroso vede la donna criminale come un insieme
di tutte le caratteristiche
criminali maschili sommate ai peggiori difetti delle donne, per esempio
l’astuzia, il rancore e l’inganno. Riteneva
che le donne fossero più crudeli dell’uomo e portate ad essere
vendicative, feroci e fredde. La donna omicida gioca con l'idea di
disporre della sua vittima per ragioni che le sembrano giuste, ma
possono non esserlo per un uomo. Se decide di uccidere è capace di
giustificare l'atto a se stessa e inventare una propria moralità adatta a quel particolare caso. Le
motivazioni ed i percorsi del
delitto femminile erano diversi fino a cinquant'anni fa, oggi
somigliano sempre più a quelli maschili. Rabbia, vendetta, rivalità,
invidia, odio, interesse. Il
raptus femminile è figlio dell'emancipazione della donna. Aumenta
la criminalità femminile in generale, ma la proporzione rispetto ai
crimini maschili è la stessa. Dichiara
Vittorino Andreoli: Aumentano gli infanticidi. Per secoli la società
ha tenuto le donne a freno. L'uomo
era educato per essere un guerriero, lei per l'amore e per mettere al
mondo dei figli. Ma è bastato dare alle donne una pistola, nei
movimenti di resistenza durante l'ultima guerra mondiale o negli anni
del terrorismo, per constatare quanto bene anche loro sapessero
uccidere. Usano le armi come e meglio degli uomini. La parità sociale
permette loro di difendersi e di scaricare l'aggressività con sistemi
che erano di esclusiva competenza maschile. Per
molto tempo, sulla scia di Freud, si è ritenuto che la donna fosse incapace
di uccidere. Si teorizzava una sorta di differenza biologica tra i
due sessi. Il corpo femminile, predisposto per accogliere e dare la
vita, non poteva essere in grado di toglierla. L'infanticidio,
in particolare, era ritenuto impossibile: le donne che lo commettevano
dovevano essere certamente folli, malate di mente, non-donne. Come se
soltanto la perdita della femminilità e dell'istinto materno potesse
giustificare un delitto del genere.
Oggi le donne che abbandonano nei cassonetti i loro bambini sono
giudicate dagli psichiatri tutt'altro che pazze e se lo fanno i motivi
sono: perché il bambino dava fastidio, perché non era previsto, perché
avrebbe complicato la vita. I
reati di violenza non sembrano essere facilmente conciliabili con il
concetto tradizionale di comportamento femminile. l'assassinio e altri
atti violenti contro le persone fisiche sembrano in completa antitesi
con il delicato, riservato, protettivo ruolo del sesso femminile. Le
serial killers uccidono i bambini
perché sono le vittime più vulnerabili. Ma ci sono donne che uccidono
i propri figli e poi si suicidano perché odiano il marito e, incapaci
di attaccarlo, uccidono i bambini per vendicarsi di lui. Nel
passato la criminalità femminile non ha mai costituito una
significativa minaccia per l'ordine sociale. Se
l'amore e la famiglia erano
l'ambito in cui la donna viveva e si affermava, amore e famiglia erano
anche le sfere in cui si scatenavano le passioni omicide.
Le
vittime delle donne omicide erano in netta maggioranza in rapporto di
parentela con l'assassina oppure ne erano gli amanti. Gran parte delle vittime:
fiduciosi e privi di sospetti, malati, ubriachi, addormentati, infermi,
bambini. Le
donne uccidevano più frequentemente mariti,
amanti e parenti vari mentre gli uomini assassinavano per lo più amici
intimi ed estranei. Inoltre le donne criminali tendevano ad usare,
nel consumare un omicidio, una minor forza fisica. Per esempio erano
molto meno inclini dei maschi omicidi a colpire ripetutamente la vittima
per provocarne la morte. La
maggior parte dei crimini commessi da donne sono
crimini di letto. Hanno la loro origine, in molti casi, nell'amore
e nell'odio. Sono pianificati ed eseguiti con quell'implacabile e
spietata crudeltà di cui le donne sono capaci così come sono capaci di
amore e devozione immensi. Alcune
assassine sono state incolpate perché hanno parlato troppo durante gli
interrogatori. Ci
sono infinite sfumature nel campo dei disturbi
mentali tra i due estremi di salute e pazzia. La stessa donna può
essere sana la mattina e insana la notte. Ci sono delle donne che hanno
dei periodi di squilibrio e per il resto del tempo sono normali. Per
la nostra cultura, mentre l'uomo è vizioso, la donna è prevalentemente
corruttrice. La
fragilità predispone la donna all'astuzia. La sua forza sta nella
finzione e nel calcolo. Ciò ne fa una assassina con premeditazione
che mette in opera i suoi misfatti dietro la maschera dell'innocenza,
dell'amore e a volte perfino della pietà. La doppiezza è insita nella
sua natura. E' questo l'elemento affascinante nelle figure di donne
criminali che la cronaca si compiace sempre di sottolineare. Le
donne hanno avuto maggiori possibilità di non vedere scoperti i loro
crimini, commessi di solito in ambiente familiare. Probabilmente il
numero di crimini commessi da loro è superiore a quello rivelato dalle statistiche
ufficiali. Negli
ultimi anni sono stati moltissimi gli
studi di stampo femminista sul delitto commesso dalle donne.
L'accento è posto soprattutto sull'ambiente sociale e familiare della
donna e sulle condizioni sociali e familiari svantaggiate che
l'avrebbero portata al delitto. Tradizionalmente
le donne non sono educate all'aggressività bensì alla passività.
Tutti i condizionamenti sociali fanno sì che le donne passino raramente
all'atto delittuoso. La
sindrome premestruale che comporta depressione, irritazione e
ostilità nella donna contribuisce secondo gli ultimi studi a rendere la
donna più aggressiva. Nel 1953 in Usa in una prigione è stata condotta
un'inchiesta: su cento donne che avevano commesso un crimine il 62%
aveva commesso un crimine non premeditato nella settimana pre-mestruale
a cui si aggiunge un altro 17% di atti criminali commessi durante
le mestruazioni. Solo
recentemente certi criminologi hanno cominciato a considerare
l'importanza dell'influenza delle strutture sociali sul crimine femminile. E fra queste influenze il denaro
sembra essere il movente fondamentale degli omicidi commessi dalle
donne. In
un'inchiesta compiuta negli Usa su 22 serial killer donne i moventi in
ordine erano: i soldi, desiderio di vendetta, piacere di uccidere,
sesso, droga. Solo
il 5% dei serial killers è di sesso femminile.In America le serial
killers femmine rappresentano l'8% dei criminali ma le criminali donne
americane rappresentano il 76% di tutte le serial killers del mondo. La
serial killer uccide più
di due persone intervallando gli omicidi. Quando la donna uccide più
persone nello stesso breve periodo si parla di pluriomicide. L'assassina
passionale uccide di solito una volta sola. Di
solito le donne non sono spinte da motivi sessuali a differenza degli uomini.
Uccidono in maniera più dolce, meno visibile, utilizzando veleni o
medicinali. La violenza che accompagna i colpi di pugnale, lo
strangolamento o la mutilazione sono propri degli uomini. Difficilmente
le donne conservano parti del cadavere delle loro vittime come trofei. Ci
sono le "infermiere della
morte" che uccidono pazienti anziani o in fase terminale e le "vedove
nere" che si sbarazzano di diversi mariti o di amanti con il
veleno. Ma
entrambi, uomini e donne, condividono uno stesso movente, quello del
bisogno di esprimere un potere
quasi divino di vita e di morte. Vogliono essere uguali a Dio. Gli
uomini uccidono di solito degli sconosciuti mentre le donne scelgono i
membri della loro famiglia o parenti e amici. La vulnerabilità della
vittima si riscontra anche nei bambini che sono tra le vittime preferite
delle serial killers. E'
il modo che hanno trovato di prendersi delle rivincite sulla vita, di
esprimere la loro superiorità e di diventare celebri. Di solito queste
assassine non hanno figli ma
lo stesso accade ai serial killers. Non hanno una vita familiare
stabile, vivono di solito sole e quando sono sposate la loro unione non
funziona. Sono male inserite nella società anche se spesso non appare.
Le serial killers appartengono alla categoria degli assassini
organizzati. Premeditano i delitti che sono preparati con la più grande cura. Uccidono
in un luogo determinato, non affrontano grandi distanze come gli uomini. I
delitti non sono di solito scoperti subito. Le vittime sembrano morte
per cause naturali e raramente si sospetta un avvelenamento. Se una
donna uccide il marito si pensa a una crisi cardiaca magari perché
l'uomo ha dei precedenti in famiglia o perché è anziano. Il primo
crimine di solito passa inosservato. Solo dopo molte morti simili
vengono fatti degli esami tossicologici e i cadaveri vengono riesumati. Come
l'uomo, la serial killer donna è generalmente bianca.
Se l'uomo commette di solito il primo crimine prima dei trent'anni, la
donna ne ha di solito trentuno. Di
intelligenza di solito
superiore alla media. Introversa, si sente incompresa, tendenza a
comportamenti psicotici. Di solito hanno avuto una vita mediocre e
rapporti negativi all'interno della famiglia. Ci sono casi di abuso
nella loro infanzia, che siano fisici, psicologici o sessuali.
L'altro
fattore importante è l'esistenza di una vita
fantasmatica. Il soggetto è una bambina trascurata o vittima
di abusi che ha subito diversi conflitti nella sua infanzia senza
esser capace di costruirsi e di utilizzare degli adeguati sistemi di
difesa. Spesso queste bambine perdono uno o entrambi i genitori e sono
costrette a vivere in un ambiente ostile. Queste frustrazioni,
situazioni di stress e crisi di angoscia, unite a un'incapacità cronica
a superarli possono condurre questa adolescente a isolarsi totalmente
dalla società che percepisce come un'entità ostile. Alcune
scelgono di suicidarsi durante l'adolescenza piuttosto di conoscere una
vita di solitudine e frustrazione. Ci sono fra queste criminali
moltissimi casi di tentato
suicidio che sono altrettante richieste di aiuto. Queste donne hanno
uno scarso concetto di sé e si sentono scartate dalla società. Si
parte dall'insoddisfazione della vita familiare e sociale per immaginare
un mondo in cui sono padrone. Le loro energie sono canalizzate non verso
obiettivi creativi, bensì verso idee di aggressione e dominio,
sostituendosi così all'aggressore o al dominatore che le ha fatte
soffrire. La
donna, a differenza dell'uomo, si rende meno visibile. Non provoca la polizia come molti serial
killers fanno. Esempi Le
serial killers donne
hanno ucciso soprattutto per tre motivi: denaro:
(Belle Gunness; Louise Peete) perversione
sessuale (Erzzébet Bathory) desiderio
di uccidere creature indifese come i bambini (Jeanne Weber; Marie
Besnard) Le
donne pluriomicide invece possono avere ucciso per gelosia (Rina
Fort); per
rabbia (assassina della Lomellina); Nel
libro: Erszébet Bathory: uccise seicentodieci donne (giovani
vergini) per sadismo, per perversione sessuale. Marie
de Brinvilliers: oltre ad alcuni malati dell'ospedale su cui sperimentò
il veleno, fece uccidere i fratelli e il padre. Catherine
Deshayes: avvelenava per soldi Anna
Zwanziger: uccideva uomini che voleva sposare o le mogli che
ostacolavano i suoi progetti Kate
Bender: insieme alla famiglia uccideva per derubare Belle
Gunness: uccideva i pretendenti per derubarli Jeanne
Weber: uccideva i bambini che le venivano affidati Louise
Peete: uccideva per derubare Marie
Besnard: fu assolta dall'accusa di aver ucciso tredici parenti per
ereditare Martha
Marek: uccise amante, marito e figlia per ereditare Leonarda
Cianciulli: uccise tre donne per derubarle o per superstizione Caterina
Fort: uccise la famiglia del suo amante per gelosia e rabbia In
genere: Mary Ann Cotton (uccise diversi familiari); Louisa De Melker;
Falling Christine (Usa 1980) (uccise i bambini che le venivano
affidati); Gburek Tillie (Chicago 1914) (uccide con il cibo vari mariti
e i figli dei vicini con cui ha litigato); Grills Caroline (Australia
1947) (uccideva i parenti sia per denaro che per affermare il suo potere
sulla vita e sulla morte. Uccideva somministrando tallio in tazze da té);
Archer Gilligan Amy) (USA 1907) (accusata di aver commesso diversi
omicidi nel vicinato di cui uno solo fu provato e per cui fu
condannata); Hahn Anna Marie (Usa 1929) (uccise diverse persone mentre
le curava, forse per soldi); Jegado Hélène (Francia 1849) (uccise per
il piacere di uccidere diversi familiari con il veleno); Lehmann Christa(Germania
1944) (uccise cinque persone tra amici e parenti per raptus di rabbia);
Lyles Anjette (USA 1955) (uccise marito e altre persone per denaro ma
anche una bambina con il veleno); Allitt Beverley (USA 19907) (pazza.
uccise diversi bambini e malati all'ospedale in cui lavorava); Puente
Dorothea (Usa 1980) (uccise diversi pensionati poveri a cui affittava le
camere per derubarli e poi seppellirli in giardino); Rendall Martha
(Australia, ultima donna giustiziata in Australia, nel 1909 ) (uccideva
sadicamente i figli del marito versando acido nella loro gola); Sherman
Lydia (Usa, 1860) (uccise col veleno il primo marito e i suoi sei figli,
il secondo marito e i suoi figli, sempre per denaro); Tinning Marybeth
(Usa 1972) (uccise i suoi otto figli e uno adottato soffocandoli);
Toppan Jane (Usa 1900) (orfana, adottata, infermiera, uccise dozzine di
pazienti con morfina); Turner Lise Jane (Nuova Zelanda 1980) (uccise tre
bambini due dei quali suoi e tentò di ucciderne altrettanti); Wilson
Catherine (GB :1860) (infermiera, uccise sette pazienti, il
marito, poi fu scoperta mentre tentava di uccidere una donna presso cui
lavorava e che aveva fatto testamento a suo favore); Wilson Mary
Elizabeth (GB: 1950) (avvelenò il primo marito, un amante e altri due
mariti); Wuornos Aileen (Usa, 1989) (prostituta, uccise diversi uomini
con la pistola per derubarli. Poi li spogliava). Appunti
di Cinzia Tani su
"Assassine" Perché
l'ho scritto? Forse perché era il libro che mi sarebbe piaciuto leggere. L'ho cercato, non l'ho
trovato e allora l'ho scritto io. Ho sempre amato il genere "noir'
in letteratura e quindi anche la cronaca nera. Leggendo, purtroppo,
sempre di più di delitti commessi da donne mi sono spesso chiesta se e
in che modo questi crimini si differenziassero da quelli maschili. E così
è cominciata la ricerca dei testi per documentarmi. Sono andata nelle
librerie specializzate, la Sherlockiana a Milano, Murder One a Londra,
un'altra a Lione e così via e gli altri libri li ho ordinati in America
e negli altri paesi tramite Internet. Anche perché nei paesi
anglosassoni c'è una vera e propria passione per il "true
crime", il crimine reale. Inizialmente,
dovendo trovare una data con cui cominciare avevo pensato di limitarmi agli ultimi tre
secoli (1650-1950) escludendo la stretta attualità. Poi, però, sarebbe
rimasta fuori l'assassina più efferata, la Bàthory, quindi ho
cominciato dal 1600, ecco perché nel sottotitolo ho messo "delitti
di quattro secoli". Se fossi andata ancora indietro avrei fatto
un'enciclopedia del crimine femminile e non era quello che volevo. E poi
delle più antiche assassine o si sa troppo poco o si sa troppo. Come
ho scelto le trentacinque storie? Ho scartato i crimini politici e i
crimini della follia. Nessuna di queste donne è stata considerata
totalmente insana di mente. Mi
sono fermata alla metà di questo secolo perché i delitti commessi
dalle donne cambiano totalmente con l'emancipazione femminile. L'omicidio non è più l'unica via di
fuga per la donna che vuole sfuggire a un padre autoritario, può sempre
andarsene di casa e trovarsi un lavoro. Se costretta dalla famiglia a
sposare uno sconosciuto che poi la tradirà o la metterà da parte può
divorziare. Per vendicarsi di un tradimento non è più necessario
uccidere, tradisce anche lei o comunque per la vendetta ci sono anche
altri mezzi. Insomma per la donna
l'omicidio non è più l'unica via d'uscita a una situazione altrimenti
insostenibile. Quindi l'aumento di criminalità femminile dipende da
altri motivi, le donne uccidono ormai per gli stessi motivi per cui una
volta uccidevano gli uomini: rabbia, violenza, aggressività, impulso,
sconfitta, rivalità, ambizione, invidia ecc. E con gli stessi mezzi:
pistola, coltello soprattutto. Ho
scelto le storie di cui avevo più materiale per raccontare la vita
dell'assassina dalla sua infanzia fino alla sua morte. Ho scelto storie
di donne "comuni" e delitti per lo più familiari. Ho poi
cercato di avere un certo numero di "rappresentanti" di
diversi paesi e di diverse epoche storiche. Ho
trovato le storie dei delitti femminili, anche quelli che non ho
raccontato, molto intriganti, forse perché le donne, non essendo forti
come gli uomini, storicamente hanno dovuto ricorrere a
maniere di uccidere più originali e tortuose. Gli uomini sono più
violenti, più impulsivi, uccidono in accessi di rabbia, in risse, in
raptus alcolici, nel corso di rapine, per commissione. Uccidono per
ambizione, rivalità, perdite al gioco, dopo una sconfitta. La
donna è più lucida, determinata nel delitto, non rinuncia mai. I
motivi dei suoi delitti, a parte quello economico, sono di solito le
grandi passioni: odio, amore, vendetta. Per amore di un uomo uccidevano
il padre tiranno o il marito, per vendetta e quindi odio uccidevano
l'amante. E l'arma storicamente preferita era il veleno, quindi l'omicidio durava molto tempo, veniva
centellinato. L'arsenico
è un elemento chimico diffuso in natura, di solito associato a minerali
metalliferi. Ha fatto innumerevoli vittime, forse anche Napoleone
Bonaparte, che può essere rimasto fatalmente avvelenato
dall'arsenico dietro la tappezzeria del soggiorno della sua prigione a
Sant'Elena. Ma è anche stato variamente utilizzato in medicina e in
altri campi. Per esempio, nel sedicesimo secolo, la
regina Elisabetta I usava l'arsenico come cosmetico, applicandoselo
sul viso per renderlo candido. Nel
1786 il dottor T. Fowler riferiva dei giovamenti procurati dall'arsenico in casi di
febbri e cefalee sporadiche. La
Medicina di Fowler nell'ottocento era dunque un tonico popolare. Il
vocabolo greco da cui deriva arsenico,
arsenikon, significa potente. Molti uomini pensavano che l'arsenico
aumentasse la loro virilità come una specie di afrodisiaco,
motivo per il quale cominciavano ad assumerlo, ma poiché si
tratta di una sostanza che dà dipendenza, non potevano più
staccarsene. L'arsenico,
il veleno più usato, fino al 1840 non poté essere rivelato da alcun
esame. Per esempio in
Inghilterra, tra il 1850 e il 1890 41 donne sono state giustiziate di
cui 26 si sono servite del
veleno, arsenico nella maggior parte dei casi, per uccidere le loro
vittime. L'arsenico
veniva mescolato alla minestra o versato nel caffè o nel cioccolato. Impossibile
distinguerne il gusto se la bevanda è calda, possibile riconoscerlo
invece in qualcosa di freddo. In
grandi dosi uccide in qualche ora ma i dolori sono terribili. La vittima
soffre di mal di stomaco orribili e di diarrea, è piegato in due da
intense convulsioni e a volte gli si paralizzano gli arti. Poiché
questi sintomi si potevano verificare anche in diverse malattie era
difficile diagnosticare un avvelenamento da arsenico. Oggi l'arsenico
non si trova più così facilmente eccettuato in certi pesticidi. Si usa
invece il cianuro. Alcune
donne, soprattutto quelle del popolo, uccidevano con uno strumento per
loro usuale, la scure, l'accetta e colpivano alle spalle. Quasi
mai usavano il coltello o la pistola che le avrebbe messe faccia a
faccia con le vittime. Questo succede solo più tardi, dopo
l'emancipazione femminile. Infine
un'ultima annotazione: la grande dignità di queste criminali durante il processo e prima
dell'esecuzione. Orgogliose, eleganti, controllate. Tanto che una di
loro, l'inglese Mary Blandy,
prima di essere impiccata chiese al boia di abbassare il cappio per
pubblica decenza visto che sotto il vestito non portava niente. La
più simpatica è Alma Rattenbury, protagonista della storia che ha come titolo
"L'amante bambino": donna attraente, sposa un facoltoso
architetto molto più vecchio di lei che presto cade in depressione,
smette di lavorare e soprattutto di avere rapporti con la moglie. Smette
anche di guidare e quindi la coppia deve trovarsi un autista. Questi è
un giovanotto di diciannove anni, George,
che si innamora, riamato, di Alma. Uccidono il marito. Lei che è
ricca riesce ad avere un bravissimo avvocato che la fa assolvere, lui ne
ha uno d'ufficio e viene condannato a morte. Una volta uscita dalla
prigione, lei non riesce a sopportare l'idea che il suo amante venga
ucciso e si uccide a sua volta accoltellandosi sei volte al petto.
Quindi non viene a sapere che il giorno dopo anche al suo amante sarà
accordata la grazia. Moltissimi anni dopo lui viene arrestato in un
bagno pubblico mentre adesca un ragazzino. Non è ironico tutto questo?
Non è un po' la parabola dell’amore femminile? Tanto amore, tanta
passione al punto da morirne e per una persona per cui non ne valeva
assolutamente la pena! La
più crudele: Erszébet Bàthory,
(che fa parte del Guinness dei primati come l'essere umano che ha fatto
più vittime) fece uccidere seicentodieci fanciulle per fare il bagno
nel loro sangue visto che aveva capito che il rosso fluido rendeva la
pelle più bianca e più luminosa. Ma anche perché era una donna
perversa, che prima di farle uccidere adorava veder seviziare le sue
vittime, le puniva in modi assurdi: cucendo loro la bocca, passando il
ferro da stiro sulle loro piante dei piedi, legandole agli alberi e
lasciandole preda delle bestie feroci. Tutto questo per dei capricci. E
inoltre il culto della propria bellezza era davvero odioso, tutta la sua
vita ruotava intorno agli specchi della sua stanza da letto. Quegli
stessi specchi che poi ne riflessero l'agonia e la morte. Il
movente più strano è forse
quello della nostra Cianciulli, la Saponificatrice. Uccideva per
superstizione. La madre si era opposta al suo matrimonio e quando lei
aveva voluto sposarsi lo stesso, la genitrice l'aveva maledetta. E ogni
volta che la Cianciulli perdeva un figlio la sera prima la madre le era
apparsa in sogno maledicendola. Tutto questo si interruppe per molti
anni e la Cianciulli ebbe finalmente tre figli forti e sani. Poi la
madre le riapparve. A quel punto, terrorizzata, la donna decise di
sacrificare tre vittime in cambio della vita dei suoi figli. Per questo
architettò i suoi tre omicidi. Il
movente più consueto nel
passato e soprattutto nel passato inglese, durante l'epoca vittoriana,
era il desiderio di liberarsi del proprio marito. Erano mariti
traditori, possessivi, gelosi che tenevano le proprie mogli
nell'assoluta dipendenza anche economica. Succedeva che finalmente la
donna incontrava l'amore e per quell'amore era disposta a fare di tutto,
anche ad uccidere. La donna era pienamente consapevole delle conseguenze
penali (la morte) nel caso fosse stata scoperta ma non rinunciava, la
passione era più forte di qualsiasi altra cosa. Preferiva l'idea della
morte all'idea della rinuncia. Diverse
assassine l'hanno fatta franca. Soprattutto perché avevano la possibilità di pagarsi
i migliori avvocati dell'epoca. Racconterò qui alcuni casi che
dimostrano quando la giustizia sia stata ingiusta anche nel passato.
Considerando questi casi è evidente quanto poteva contare nel giudizio
finale l'epoca in cui si viveva, i mezzi finanziari dell'imputata, la
sua classe sociale, i pregiudizi dei giudici. Per
esempio il caso di Edith Thompson, giustiziata il 9 gennaio 1923 per l’uccisione del
marito Percy. In realtà non era colpevole, aveva semplicemente espresso
il desiderio di uccidere il marito nelle lettere che inviava
all’amante Freddy Bywaters che, geloso a causa di una apparente
riconciliazione tra Edith e il marito ammazzò quest’ultimo
accoltellandolo alle spalle. Edith
era insieme al marito quella notte e fece appena in tempo ad accorgersi
di ciò che accadeva. Gli amanti furono entrambi condannati a morte
nonostante il giovane Freddy avesse in tutti i modi tentato di
scagionare la donna. Il boia che la giustiziò, John Ellis, scrisse un libro di memorie nel quale dichiarò che al
processo era emerso chiaramente che Edith sognava soltanto di eliminare
il marito per tornare una donna libera ma non aveva preso parte
all’omicidio. E
aggiunse che molte altre donne come Edith Thompson possono aver
avuto gli stessi sentimenti qualche volta nei confronti dei loro mariti.
Fu accusata sulla base delle lettere trovate nella cabina della nave
dove Freddy lavorava. Le lettere furono lette al processo. Il
giudice Shearman nel suo riassunto alla giuria disse che non
si stava giudicando un grande amore ma solo il solito squallido caso di
un uomo e un’adultera che avevano ucciso il marito di quest’ultima. Il
pubblico che durante il processo era stato contrario all’imputata dopo
la sentenza di morte fece un voltafaccia. Inoltre erano quindici anni
che una donna non veniva impiccata per omicidio. Il boia ricevette una
lettera dalle autorità che gli chiedevano di tenersi libero per il due
gennaio per impiccare l’uomo e il giorno successivo per la donna. La
lettera aggiungeva che, nel caso di appello il boia doveva far sapere quali erano le altre sue
disponibilità per il mese di gennaio. Il boia era comunque convinto che
le proteste della gente avrebbero avuto un esito positivo. Invece gli
arrivò un’altra lettera con la conferma dell’esecuzione in un
giorno da scegliere tra il 5 e il 9 gennaio. Ellis fu preso allora da un
problema di coscienza: poteva giustiziare una donna colpevole di
omicidio solo nella fantasia? Infine decise di fare il suo dovere.
Sapeva di diventare un mostro e infatti ricevette numerose lettere
anonime con frasi come: “Sii un uomo e non una macchina” oppure
“la legge non è sinonimo di giustizia”. Fino all’ultimo Edith
Thompson non credette di poter essere uccisa, scrisse lettere agli amici
in cui parlava dei libri che aveva intenzione di leggere, organizzò il
compleanno di sua madre, convinse anche i suoi familiari
dell’impossibilità di un’esecuzione. Quando il giorno infine arrivò
fu portata in stato di semi-coscienza dalla sua cella al patibolo.
Quando andarono a prenderla cadde in terra svenuta e poi ebbe una crisi
isterica, dovettero darle numerosi sedativi e portarla quasi di peso
davanti al boia. Il giorno dopo venne impiccato Freddy Bywaters che
prima di morire disse ancora una volta: avete impiccato una donna
innocente. Nel
1923, dopo la sua ultima esecuzione, il boia Ellis tentò di uccidersi
sparandosi al viso. Sopravvisse, fu giudicato, assolto e interpretò la
parte del boia in una commedia, affermando di essere più nervoso sulla
scena che nella realtà. Infine riuscì finalmente ad uccidersi
tagliandosi la gola. Un’altra
donna, Marguerite Fahmy, lo
stesso anno viene processata per aver sparato al marito egiziano, il
principe Fahmy Bey, che dopo averla sposata la sottoponeva ad ogni sorta
di sevizia sessuale e la faceva vivere come una schiava controllata a
vista da sei africani ai suoi ordini e dal suo assistente Said Enani che
era anche il suo amante. Marguerite Fahmy venne assolta. Nonostante, a
differenza di Edith Thompson, fosse assolutamente certa la sua
colpevolezza. Ma grazie alle arti del più famoso avvocato dell’epoca,
Marshall Hall, venne rilasciata. L’avvocato disse che l’unica colpa
della sua cliente era stata quella di sposare un orientale e questa
dichiarazione gli valse le critiche dell’ordine degli avvocati
egiziani che lo accusarono di razzismo. Infine convinse la giuria che si
era trattato di legittima difesa e interpretò la parte del marito
cattivo che cercava di possedere la moglie così bene che il pubblico in
aula applaudì e quella sera a teatro il pubblico si alzò in piedi in
una specie di standing ovation. Qualche
anno prima in Francia, nel 1914, Henriette
Caillaux, moglie del ministro delle finanze Joseph Caillaux aveva
ucciso sparandogli un colpo dietro l’altro il direttore del quotidiano
parigino “Le Figaro”, Gaston Calmette,
che aveva iniziato una campagna stampa feroce contro il marito.
Nei due mesi precedenti erano apparsi 138 articoli e vignette di
contenuto diffamatorio nei riguardi del ministro ed Henriette esasperata
si era vendicata. Il marito pagò per lei il grande avvocato Labori che
insegnò all’imputata tutto ciò che doveva fare e dire in aula,
perfino come doveva vestirsi e infine convinse la giuria che Henriette
non aveva intenzione di uccidere il direttore, infatti il primo colpo
non era andato a segno. Gli altri colpi si erano succeduti
automaticamente, senza la volontà della donna e solo uno di essi aveva
colpito seriamente la vittima e solo perché lui, muovendosi, era andato
incontro al proiettile. In
Inghilterra, fino al Criminal Evidence Act del 1898 che cambiò il sistema giudiziario
nei casi di omicidio non era consentito all’imputato di un delitto di
testimoniare al proprio processo. Molti
giudici erano inflessibilmente severi verso le donne adultere e
riuscivano a influenzare negativamente la giuria. In quegli anni vigeva
ancora un codice morale diverso per uomini e donne. L’adulterio
femminile era considerato una grave colpa e la donna non ne era soltanto
responsabile di fronte al marito ma verso l’intera società. Nel
caso di Florence Maybrick, di
origine americana, imputata nel 1889 per l’omicidio del marito,
avere uno dei migliori avvocati dell’epoca, Sir Charles Russell,
non servì. Il giudice, James Fitzjames Stephen,
inflessibile verso le donne adultere, disse ai giurati che
l’imputata era una donna spregevole che durante la malattia del marito
non aveva pensato che a scrivere lettere all’amante. “Tutto questo
dovete considerare quando vi chiederete se questa donna è colpevole o
no!” I giurati non sapevano però che il giudice soffriva di gravi
disturbi nervosi dovuti a una paralisi che l’aveva colpito tre anni
prima e non potevano immaginare che poco tempo dopo il processo sarebbe
stato ricoverato in manicomio. Non diedero troppa importanza neppure
alla confusione mentale che dimostrò per tutto il processo e ai
frequenti vuoti di memoria. Il loro verdetto fu di colpevolezza.
Florence Maybrick doveva essere impiccata. Fortunatamente la stampa,
l’opinione pubblica e il governo americano si mossero per chiedere la
commutazione della pena che infine fu accordata nonostante la
disapprovazione della regina Vittoria. Nel
1913 invece l’italiana contessa Maria
Elena Oggioni Tiepolo uccise l’attendente del marito sparandogli a
bruciapelo. Nonostante fossero in molti a testimoniare che la donna
avesse un rapporto d’amore con il giovane, la giuria stabilì che la
contessa aveva sparato per difendersi da un approccio troppo caloroso e
quindi per difendere il suo onore come lei stessa continuava a ripetere.
Fu assolta.
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