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GIORGIO BASSANI

 

Giorgio Bassani nasce a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia della borghesia ebraica. La sua famiglia è ferrarese da parecchie generazioni. Dora ed Enrico Bassani hanno anche altri due figli, Paolo e Jenny e vivono nell'antica casa signorile di via Cisterna del Follo. A Ferrara Giorgio Bassani studia fino alla maturità classica, conseguita nel luglio del 1934 presso il Liceo "Ludovico Ariosto".

Da qualche anno manifesta vivo interesse per la musica, tanto da far presagire un avvenire di pianista, ma sui diciassette anni rinuncia d'un tratto a questa passione e si interessa alla  letteratura. Prima d'ora non ha mai letto nulla di letteratura italiana contemporanea, ma dall'autunno del 1934 ha la fortuna di frequentare la casa e la biblioteca di Giuseppe Ravegnani, il più illustre dei letterati ferraresi. Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, infrangendo una lunga tradizione familiare: padre e nonno, infatti, erano medici. Dal 1935 al 1939 frequenta l'Università del capoluogo emiliano, prendendo giornalmente un treno di terza classe: da una parte, quindi, c'è la Ferrara degli amici, fra i quali Giuseppe Dessì (narratore) e Claudio Varese (critico letterario); dall'altra la Bologna dei docenti, delle conoscenze nuove, dei modelli umani e morali. Il suo ideale alto è Benedetto Croce, ovviamente fuori dal cerchio delle conoscenze dirette, esempio estremo di intellettuale libero. Nel corso del 1938 vengono promulgate le leggi antisemite. Docenti e studenti di origine ebrea sono esclusi in via di massima e con pochissime eccezioni da tutte le scuole del Regno e i cittadini ebrei immigrati in Italia dopo il 1919 sono invitati a lasciare il territorio italiano. Ormai, d'ora in avanti le disposizioni contro gli ebrei si faranno sempre più restrittive fino a che, nel 1943, la cosidetta "soluzione" del problema ebraico passerà nelle mani degli occupanti tedeschi. Nel 1940, sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi, per motivi razziali, Bassani pubblica il primo libro: "Città in pianura", prose e racconti  ambientati in Ferrara e nel mondo borghese israelita.

Da giovane letterato, Bassani si trasforma in attivista politico clandestino, sottraendosi sia alle amicizie letterarie ferraresi, sia a quelle più varie di Bologna. Si laurea nel 1939 con una tesi su Niccolò Tommaseo, mentre il fratello Paolo, già costretto per motivi razziali a frequentare l'università di Grenoble, ne verrà addirittura espulso quando l'Italia dichiarerà guerra alla Francia. Sono anni intensi  che Bassani dedica quasi del tutto a una segreta militanza antifascista, fino al 1943, quando nel maggio viene arrestato e tenuto in carcere per qualche mese. Riavrà la libertà il 26 luglio, dopo la caduta del fascismo e la dichiarazione d'armistizio dell'Italia con l'esercito alleato.

Bassani è attivo nel Partito d'Azione, sotto la guida di Carlo Ludovico Ragghianti. Ai primi d'agosto del 1943 si sposa con Valeria Sinigallia, sistemandosi precariamente a Firenze dove è costretto a vivere sotto falso nome. Quando nel 1945 pubblica le poesie di "Storie dei poveri amanti e altri versi", Bassani si accinge a vivere in pace la sua esistenza di intelletuale e scrittore, dopo anni di rischio e di disperazione, durante i quali migliaia e migliaia di ebrei, compresi suo padre, familiari e parenti, conoscenti e amici, erano andati alla morte in guerra, in prigionia, nei lager.

Impiegato, bibliotecario, insegnante e persino attore: Bassani vive nella Roma difficile del dopoguerra assieme alla moglie e ai due figli Paolo ed Enrico. Tuttavia scrive, ed è del 1947 una seconda raccolta di versi: "Te lucis ante". Sono le brevi composizioni d'ispirazione religiosa di un giovane poeta non credente ma che subisce il fascino terribile di un Dio che comanda la storia e lascia che, senza sosta né scampo, gli uomini vadano al loro destino di morte.

Nel 1948, su iniziativa della signora romana Marguerite Caetani, che fonda e cura la pubblicazione della rivista letteraria "Botteghe Oscure", Bassani è invitato a redigerla. E' un periodico esclusivamente antologico, ma egli ne diventa la coscienza critica, scegliendo e autorizzando il meglio della creatività letteraria internazionale. Dal 1949 Bassani ha ricominciato a scrivere racconti, ma nel 1951 pubblica ancora composizioni poetiche sotto il titolo "Un'altra libertà".

 Il 1953 segna il ritorno di Bassani alla pagina di prosa con la pubblicazione di: "La passeggiata prima di cena" che, unitamente a "Gli ultimi anni di Clelia Trotti", uscito nel 1955,  a "Lida Mantovani"; "Una lapide in via Mazzini" e "Una notte del '43"  formano le famose "Cinque storie ferraresi " del 1956 (premio Strega di quell'anno).

Intanto Bassani diventa redattore anche della rivista "Paragone", periodico mensile di arte e letteratura fondato a Firenze nel 1950 da Roberto Longhi. Due anni dopo le "Cinque storie ferraresi" Bassani pubblica "Gli occhiali d'oro". Il 1958 è anche l'anno in cui Bassani, consulente e direttore editoriale della Feltrinelli, scopre e lancia Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de "Il Gattopardo", romanzo che Elio Vittorini aveva rifiutato per Einaudi. L’autore era uno sconosciuto, un nobile siciliano da sempre assai distante dall’ambiente letterario. Straordinario il successo, aspre le polemiche: un vero e proprio “caso” letterario.

 "Cinque storie " e “Occhiali d'oro” confluiscono in una nuova edizione accresciuta nel 1960 sotto il titolo" Le storie ferraresi", un libro che raccoglie il meglio della produzione narrativa di Bassani. E' qui testimoniata per la prima volta nella sua consistenza l'intenzione dell'autore di riprendere più e più volte la sua opera e farla oggetto di accanita riscrittura, fra l'alternato parere della critica. Il centro geografico e sociale delle Storie non è però la città di Ferrara in quanto tale, bensì la particolare comunità israelitica borghese e benestante che la anima e i legami che essa intrattiene con il mondo che la attornia: il tutto reso con scrittura magra e liricamente soggettiva.

Bassani collabora ormai alle più prestigiose riviste e ad alcune testate giornalistiche di alto rilievo: da un lato l' "Approdo", "La Fiera letteraria", "Letteratura", "Nuovi Argomenti"; dall'altro lato "Il Mondo", quello fiorentino, diretto da Alessandro Bonsanti ed Eugenio Montale. Dopo lunghissima gestazione Bassani pubblica nel 1962 "Il giardino dei Finzi-Contini", il suo primo vero romanzo, premio Viareggio di quell'anno.

 Dopo essere stato consulente e direttore editoriale, Bassani sarà pure, tra il 1957 e il 1967, vicepresidente della Radiotelevisione italiana, presidente di "Italia Nostra" (associazione per la tutela del paesaggio e la cura del patrimonio artistico), docente di Storia del Teatro all'Accademia Nazionale di Arte Drammatica a Roma. La cronologia delle sue opere vede invece, dopo il volume antologico di tutte le sue poesie, dal 1942 al 1950, pubblicato col titolo L'alba ai vetri, la stampa di due libri di prosa: Dietro la porta (1964) e L'airone (1968) con l'intemezzo della raccolta di saggi Le parole preparate (1967). Nel 1972 Bassani pubblica la raccolta di racconti L'odore del fieno, seguita dalle poesie di Epitaffio (1974) e di In gran segreto (1978). Ma ormai lo scrittore è da anni intento alla riproposta della sua intera opera, secondo criteri di riscrittura e di revisione rigorosamente perfezionistici.

Nel 1996 inizia il processo promosso dalla moglie che chiede alla magistratura di dichiararlo incapace di intendere e di volere, e in balia della nuova compagna Portia Prebys. E' morto dopo lunga malattia, all'ospedale San Camillo di Roma, il 13 aprile 2000. E’ sepolto a Ferrara, al cimitero ebraico.

 

 

IL ROMANZO DI FERRARA

 

Opera che comprende “Il giardino dei Finzi Contini” “Dentro le mura”, “Gli occhiali d’oro”, “Dietro la porta”, “L’airone” e “L’odore del fieno”. Il filo conduttore è la città, con le sue atmosfere rarefatte e malinconiche, descritte in modo struggente ed appassionato dalla penna dello scrittore, che fa rivivere le incertezze del cuore e della storia attraverso i paesaggi, tratteggiati di lontano, con l’aura magica del ricordo, con quell' "ansia che il presente diventi subito passato per amarlo e vagheggiarlo a proprio agio".

 

 

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI

 

Pubblicato nel 1962, “Il giardino dei Finzi Contini” fa parte del “Romanzo di Ferrara”.

Raccontata da un narratore che torna con la memoria agli anni dell’adolescenza e dell’università, la storia de “Il giardino dei Finzi Contini” ruota intorno ad una famiglia ebraica tra le più illustri di Ferrara, dai fasti della fine degli anni ’20 in cui l’io narrante bambino, per la prima volta, varcava i cancelli della splendida villa dal parco immenso sino alla tragica sorte di distruzione e morte nei campi di sterminio nazisti. Il ricordo si focalizza su Micol, la secondogenita della famiglia, bambina bionda e dispettosa, adorabile nei suoi modi un po’ affettati, e poi universitaria distratta, amata disperatamente dal narratore nei lunghi pomeriggi trascorsi nel giardino della villa, a ricreare un mondo protetto in cui ancora dei ragazzi ebrei potevano giocare a tennis. Un mondo che stava per andare perduto, come perduto fu l’amore tra i due ragazzi, perché lui non ebbe mai il coraggio di darle un bacio e perché lei pensava che l’amore “fosse roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi”.

Romanzo lirico e dolente, dai toni delicati e struggenti, “Il Giardino dei Finzi Contini” rappresenta - secondo la definizione di Alberto Asor Rosa - “quella parte incantata del nostro passato, che più amiamo, e di cui perciò sentiamo più acutamente il bisogno di liberarci, per poterlo continuare a vivere e per essere realmente ciò che siamo” e, al tempo stesso, testimonia gli orrori della persecuzione razziale e la crudeltà della Storia.La decisione di raccontare la storia della famiglia Finzi–Contini viene presa dal narratore, che ci sta pensando da anni, una domenica d'aprile del 1957, durante una gita di fine settimana alle antiche tombe degli etruschi, che gli ricordano la cappella funebre dei Finzi–Contini (un'agiata famiglia ebrea) nel cimitero di Ferrara.

La famiglia Finzi–Contini viveva in una grande casa con davanti un grandissimo giardino, posta in Corso Ercole I d'Este. Tale nucleo familiare era composto da cinque persone: il professor Ermanno, sua moglie Olga, i figli Alberto e Micol e la nonna di questi, la signora Regina.

I ragazzi studiavano da privati e Giorgio li poteva vedere soltanto al momento degli esami. Era difficile per l'autore vederli anche nei momenti di preghiera perché, pur essendo tutti di credo ebraico, i Finzi–Contini possedevano una cappella privata e quindi tentavano ad isolarsi.

All’epoca delle leggi razziali, un gruppo di giovani ebrei benestanti di Ferrara si trova escluso dai circoli sportivi, dalle biblioteche e dai luoghi di ritrovo pubblici: è l’occasione che spinge gli alteri Finzi Contini a sciogliere il proverbiale riserbo, mettendo il loro leggendario giardino a disposizione dei giovani, ebrei e non, coetanei dei figli Alberto e Micol. Il giardino diventa così un luogo sospeso, a-storico, dove lo spensierato snobismo dei suoi nobili abitanti sembra voler cancellare con la noncuranza e il disinteresse quanto sta avvenendo oltre le mura secolari che ne delimitano i confini. Il fascino misterioso e antico di questo microcosmo, apparentemente inattaccabile, del tutto bastante a se stesso, attrae irresistibilmente il protagonista, che si innamora di Micol, parte di quel mondo ma, nello stesso tempo, l’unica a saperlo guardare con distacco e con triste ironia, l’unica che, talvolta, provi a scavalcare quelle mura, come faceva fin da ragazzina, eludendo la sorveglianza di portinai e governanti.

Ma questo amore appassionato e struggente non verrà mai vissuto: Micol lo allontana, consapevole che le persone troppo simili non possono amarsi davvero, perché «l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce […] da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà do propositi»; e forse (ma è un dubbio, solo un dubbio che l’io narrante non vuole sciogliere, né per se stesso né per i lettori), forse Micol un amore di questo tipo lo ha trovato, in Malnate, giovane frequentatore del giardino, milanese, comunista militante, che guarda alla vita e alla storia con ben altra energia e concretezza che i Finzi Contini. Alla fine del romanzo, la rinuncia del protagonista a Micol corrisponde con la sua entrata nella vita vera, con tutto il suo peso di dolore e responsabilità, con la nuova consapevolezza che il mondo protetto e incantato de Il giardino dei Finzi Contini si reggeva solo su valori appartenenti al passato, che le parole di Micol erano «le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire».

 

Il romanzo è ambientato tra la fine degli anni ’30 (precisamente nel biennio 1938 – 1939, anni della legislazione razziale e dei suoi primi effetti sulle comunità ebraiche) ed il 1943, anno in cui tutta la famiglia Finzi – Contini (ad eccezione di Alberto, morto tempo prima a causa di una malattia) viene deportata in un campo di concentramento nazista. Il posto più frequentato della vicenda è sicuramente il giardino dei Finzi – Contini, famiglia di culto ebraico che vive a Ferrara, una cittadina dell'Emilia – Romagna. Altri luoghi dove si svolgono i fatti sono: la sala da pranzo, la biblioteca del signor Ermanno, il campo da tennis, le camere di Alberto e Micol.

 

Giorgio Bassani è la voce narrante del romanzo, colui che racconta i fatti chiamando attorno a sé un certo numero di figure importanti. Non mostra in alcun punto del romanzo la sua vera identità ed il suo aspetto fisico.

E’ un amico dei Finzi – Contini; è ebreo come loro, anche se di classe sociale meno alta e meno aristocratica, frequenta la comunità israelitica di Ferrara nel periodo in cui cominciano ad essere promulgate le prime leggi antisemite; fortunatamente non subisce lo stesso destino che capiterà a molti suoi coetanei; è innamorato di Micol Finzi – Contini, la quale però non condivide questo amore, illudendolo. Ama il passato e non il presente (unico punto in comune che ha con Micol); gli piace la discussione: lo troviamo infatti molte volte a dibattere su vari argomenti (in particolare di politica) con l'amico Giampiero Malnate; instaura buoni rapporti anche con Alberto Finzi – Contini, fratello di Micol. Non ama le grandi compagnie: il suo unico desiderio (irrealizzabile) è quello di fidanzarsi con la bella Micol.

Micol Finzi – Contini è un membro della famiglia Finzi – Contini; il suo aspetto fisico viene descritto all'età di tredici anni: bambina magra e bionda con grandi occhi chiari. E’ una ragazza timida: si impegna soprattutto nella scuola, conseguendo anche la laurea con il massimo dei voti all'università di Venezia ed ha buoni rapporti con il fratello Alberto, del quale è molto gelosa. Si sente a suo agio solo nell'immenso giardino della casa, che conosce alla perfezione e che gli fa ricordare i migliori momenti della sua infanzia.

Micol è la ragazza di cui si innamora il protagonista: un amore a senso unico, visto che non è ricambiato dalla giovane; spiega al protagonista che l'amore è un "gioco crudele", cercando di convincerlo che il rapporto tra loro due potrà essere solo di amicizia e non d'amore.

Viene deportata insieme alla sua famiglia in un campo di concentramento nazista, dove morirà. Il romanzo ruota tutto attorno a questo personaggio, facendo intuire che l'autore ha voluto dedicarlo proprio a lei.

Alberto Finzi – Contini è il fratello maggiore di Micol ed è molto amico del narratore ed ha tendenze omosessuali. E’ l'opposto della sorella, tende molto ad isolarsi, anche se a volte sente il bisogno di stare con qualcuno; perciò ogni tanto invita il protagonista e Giampiero Malnate per ascoltare un po’ di musica (la sua vera passione) o per discutere di politica; non è comunista, e viene spesso rimproverato dai familiari perché non è riuscito a prendere la laurea in ingegneria; possiede un carattere molto pacifico e vive alla giornata, disinteressandosi di quello che accade intorno a lui. Anche lui, essendo ebreo, è vittima delle persecuzioni razziali; non viene deportato nei lager con il resto della famiglia perché muore tempo prima di linfogranuloma, una grave malattia.

Giampiero Malnate è amico sia del narratore e di Alberto Finzi – Contini, nella casa del quale si ritrova molto spesso insieme al primo per discutere di politica e dei problemi che affliggevano l'Italia in quel periodo. Lavora come chimico in un'industria della città; è un ragazzo robusto, molto sicuro di se, attivo (anche sul piano politico), lavoratore, estroverso, ideologicamente impegnato ed intenzionato a realizzare nella pratica politica la sua visione della vita. Morirà dopo essere stato chiamato in guerra e spedito a combattere sul fronte russo.

A lui è riservata una parte di grande importanza nel romanzo e rappresenta il simbolo della "fiducia comunista".

 

Il prologo esordisce con l’immagine della necropoli etrusca di Cerveteri, meta di una scampagnata del protagonista insieme ad alcuni amici, una domenica d’aprile del 1957. La particolarità del luogo suscita nella compagnia una riflessione sulla morte e il ricordo di chi ci ha lasciato, sempre più labile con il passare degli anni, fino a dissolversi del tutto. «Perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?» chiede Giannina, la più piccola del gruppo, ed è come se da questa domanda scaturisse il flusso narrativo che dà vita all’intero romanzo, una grande “intermittenza del cuore” a recuperare un tempo passato, ma solo per accorgersi che mai, neppure quando era presente, lo si è posseduto veramente. «Io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello». Non è un caso che sia proprio un cimitero ad aprire la lunga rassegna di ricordi dell’io narrante; le immagini di morte sono ricorrenti nel romanzo, avvolte di un’aura mai lugubre o drammatica, ma dolcemente malinconica. Anche della tragedia umana dei Finzi Contini, illustre famiglia ebraica travolta e distrutta nei campi di sterminio nazisti, il lettore non avverte l’orrore e l’immane peso storico, ma solo il languore elegiaco di un amore perduto.

 

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Per ciò che concerne me personalmente, ad ogni modo, c’era stato da sempre nei miei rapporti con Alberto e Micòl qualcosa di più intimo. Le occhiate d’intesa, i cenni confidenziali che fratello e sorella mi indirizzavano tutte le volte che ci incontravamo nei pressi del Guarini, non alludevano che a questo, lo sapevo bene, riguardante noi e soltanto noi.

Qualcosa di piú intimo. Ma che cosa, propriamente?

Si capisce: in primo luogo eravamo ebrei, e questo in ogni caso sarebbe stato più che sufficiente. Mi spiego: tra noi poteva non esserci nulla di comune, nemmeno quel poco che derivava dall’aver scambiato talora qualche parola. La circostanza però che fossimo quelli che eravamo, che almeno due volte all’anno, a Pasqua e a Kippur, ci presentassimo coi nostri rispettivi genitori e parenti stretti davanti al medesimo portone di via Mazzini - e spesso accadeva che, avendo infilato il portone tutti assieme, l’atrio successivo, angusto e mezzo al buio, obbligasse i grandi alle scappellate, alle strette di mano, agli inchini ossequiosi che per il resto dell’anno non avevano nessun’altra occasione di scambiarsi -: a noi ragazzi non sarebbe occorso niente di piú perché ritrovandoci altrove, e soprattutto in presenza di estranei, passasse subito nei nostri occhi l’ombra o il riso di una certa speciale complicità e connivenza.

 

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A quell’ora, certo - pensavo -, a casa mia avevano già saputo: da Otello Forti, probabilmente. Si erano seduti a tavola? Sì, magari, facendo finta di niente; poi avevano dovuto interrompere di mangiare, non erano riusciti a tirare avanti. Forse mi stavano cercando. Forse avevano sguinzagliato in giro Otello stesso, l’amico buono, l’amico inseparabile, dandogli l’incarico di perlustrare in bicicletta l’intera città, Montagnone e mura compresi, sicché non era impossibile che di punto in bianco me lo vedessi comparire davanti con una faccia rattristata di circostanza, però più che felice, lui, me ne sarei accorto benissimo, di esser stato rimandato soltanto in inglese. Ma no: forse, sopraffatti dall’angoscia, i miei genitori non si erano accontentati del solo Otello, erano arrivati a mettere in moto persino la questura. C’era andato mio padre, a parlare col questore in Castello. Mi pareva di vederlo: balbettante, disfatto, invecchiato paurosamente, l’ombra di se stesso. Piangeva. Eh, ma se due ore prima, a Pontelagoscuro, avesse avuto modo di osservarmi mentre fissavo la corrente del Po dall’alto del ponte di ferro (c’ero rimasto per un bel pezzo, a guardare in giù! Quanto? Almeno almeno venti minuti…), allora si che si sarebbe spaventato.., allora sí che avrebbe capito… allora si che…

« Pss ».

Mi svegliai di soprassalto, ma non aprii subito gli occhi.

« Pss! », udii di nuovo.

Alzai lentamente il capo, girandolo a sinistra, contro sole. Chi mi chiamava? Otello non poteva essere. E allora?

Mi trovavo circa a metà strada di quel tratto delle mura urbane, lungo su per giù tre chilometri, che comincia dal punto dove corso Ercole I ha termine per finire a Porta San Benedetto, di fronte alla stazione. Il luogo è sempre stato particolarmente solitario. Lo era trent’anni fa, e lo è ancor oggi, nonostante che a destra, specialmente, cioè dal lato della Zona industriale, siano spuntate in pochi anni decine e decine di variopinte casette operaie, a paragone delle quali, e delle ciminiere e dei capannoni che fanno loro da sfondo, il bruno, cespuglioso, selvaggio sperone semidiroccato del baluardo quattrocentesco appare di giorno in giorno più assurdo.

Guardavo, cercavo, socchiudendo gli occhi al riverbero. Ai miei piedi (solo adesso me ne rendevo conto), le chiome dei nobili alberi gonfie di luce meridiana come quelle di una foresta tropicale, si stendeva il Barchetto del Duca: immenso, davvero sterminato, con al centro, mezzo nascoste nel verde, le torricelle e i pinnacoli della magna domus, e delimitato lungo l’intero perimetro da un muro di cinta interrotto unicamente un quarto di chilometro più avanti, per lasciar defluire il canale Panfilio.

« Ehi, ma sei proprio anche cieco », fece una voce allegra di ragazza.

Dai capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che era soltanto suo, riconobbi immediatamente Micòl Finzi-Contini. Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi a braccia conserte. Sarà stata a non più di venticinque metri di distanza. Mi osservava di sotto in su: da abbastanza vicino perché riuscissi a vederle gli occhi; che erano chiari, grandi (troppo grandi, forse, allora, nel piccolo viso magro da bambina).

« Che cosa fai, lasstl? Sono dieci minuti che sto a guardarti. Se dormivi e ti ho svegliato, scusami. E… condoglianze! »

« Condoglianze? Come, perché? », borbottai, sentendo che il viso mi si copriva di rossore.

Mi ero tirato su.

« Che ora è? » chiesi, alzando la voce.

Dette un’occhiata all’orologino da polso.

« Io faccio le tre », disse, con una graziosa smorfia della bocca. E poi:

« Immagino che avrai fame ».

Ero disorientato. Dunque sapevano anche loro! Giunsi addirittura a pensare, per un momento, che avessero avuto la notizia della mia sparizione direttamente da mio padre o da mia madre: per telefono, come, certo, infinita altra gente. Ma fu Micòl stessa a rimettermi subito in carreggiata.

« Sono stata al Guarini stamattina, con Alberto, a vedere i quadri. Ci sei rimasto male, eh? »

« E tu, sei stata promossa? »

« Ancora non si sa. Forse aspettano, a metter fuori i voti, che abbiano finito anche tutti gli altri privatisti. Ma perché non scendi gíú? Vieni più vicino, così faccio a meno di sgolarmi ».

Era la prima volta che mi rivolgeva la parola. Di più: era la prima volta, praticamente, che la sentivo parlare. E fin d’allora notai quanto la sua pronuncia assomigliasse a quella di Alberto. Parlavano ambedue nello stesso modo: lentamente, in genere, sottolineando certi vocaboli di poco rilievo, di cui essi soli sembravano conoscere il vero senso, il vero peso, e invece sorvolando bizzarramente su altri, che uno avrebbe detto di importanza molto maggiore. La consideravano, questa, la loro vera lingua: la loro particolare, inimitabile, tutta privata deformazione dell’italiano. Ad essa davano perfino un nome: il finzi-continico.

Lasciandomi scivolare giù per il declivio erboso, mi accostai alla base del muro di cinta. Per quanto ci fosse ombra - un’ombra che sapeva acutamente di ortiche e di sterco -, faceva più caldo, laggiù. E adesso lei mi guardava dall’alto, la testa bionda al sole, tranquilla come se il nostro non fosse stato un incontro casuale, assolutamente fortuito, ma come se, a partire magari da quando eravamo bambini piccoli, non si contassero nemmeno più le volte che ci eravamo dati convegno lì, in quel posto.

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Fu cosí che rinunciai a Micòl.

La sera dell'indomani, tenendo fede alla promessa fatta a mio padre, mi astenni dall'andare da Malnate; il giorno successivo, che era un venerdì, non mi presentai a casa Finzi-Contini. Passò in tal modo una settimana, la prima, senza che rivedessi nessuno, né Malnate né gli altri. Per fortuna non fui cercato, durante questo tempo, e tale circostanza sicuramente mi aiutò. Altrimenti è probabile che non avrei resistito, che mi sarei lasciato riafferrare.

Una decina di giorni dopo il nostro ultimo incontro, tuttavia, verso il 25 del mese, Malnate mi telefonò. Non era mai successo, prima d'allora, e siccome al telefono non ero andato io, fui tentato di fargli dire che non ero in casa. Ma subito mi pentii. Mi sentivo già abbastanza forte, se non per rivederlo, almeno per parlargli.

«Stai bene? », esordi. « Mi hai proprio piantato in asso ».

« Sono stato via ».

« Dove? A Firenze? A Roma? », domandò, non senza una punta di ironia.

« Questa volta un pò più lontano », risposi, già rincresciuto della frase esageratamente patetica.

« Bon. Non voglio indagare. Dunque: vogliamo vederci? »

Dissi che quella sera non potevo, ma che l'indomani sarei passato quasi di certo da casa sua, alla solita ora. Comunque non mi aspettasse - aggiunsi -, se vedeva che tardavo. In questo caso, ci saremmo incontrati direttamente da Giovanni. Non era da Giovanni che lui sarebbe andato a cena?

« E probabile », confermò, secco. E poi: « Hai sentito le notizie? » « Ho sentito, sí ».

« Che casino! Vieni, mi raccomando, che parliamo di tutto» « Allora arrivederci », feci dolcemente.

« Arrivederci ». E riagganciò.

La sera seguente, appena finito di cenare mi spinsi in bicicletta fino a un centinaio di metri dal ristorante. Volevo controllare se Malnate ci fosse, non altro: e difatti, dopo aver appurato che effettivamente c'era (sedeva come d'abitudine a un tavolo all'aperto, con addosso l'eterna sahariana color crema), anziché raggiungerlo, tornai indietro, andando ad appostarmi in cima ad uno dei tre ponti levatoi del Castello, quello appunto di fronte a Giovanni. Calcolavo che in questo modo avrei potuto osservarlo molto meglio, senza pericolo di esser notato. E così fu. Col petto appoggiato all'altezza del cuore contro lo spigolo di pietra della spalletta, lo osservai a lungo mentre mangiava. Guardavo, laggiù, lui, gli altri avventori schierati in fila col muro alle spalle, il veloce andirivieni fra i tavoli dei camerieri in giacca bianca, e mi pareva, sospeso com'ero, nel buio, sull'acqua vitrea del fossato, di essere quasi a teatro, spettatore clandestino di una rappresentazione piacevole e insensata. Malnate era ormai alla frutta. Spilluzzicava di malavoglia un grosso grappolo d'uva, un chicco dopo l'altro, e ogni tanto, certo aspettandosi di vedermi arrivare, volgeva vivamente il capo a destra e a sinistra. Nell'atto, le lenti dei suoi grossi occhiali (« occhialacci », li chiamava Micòl) luccicavano: palpitanti, nervose... Finita l'uva, chiamò con un cenno un cameriere, confabulando un attimo con costui. Credevo che avesse chiesto il conto; e già mi preparavo ad andarmene, quando vidi che il cameriere tornava con una tazzina di caffè. Bevve in un solo sorso. Quindi, da una delle due tasche pettorali della sahariana, estrasse qualcosa di molto piccolo: un taccuino, su cui cominciò subito a scrivere a lapis. Cosa diavolo scriveva? - sorrisi -; delle poesie anche lui? E qui lo lasciai, intento a scrivere fittamente sul taccuino, dal quale, a rari intervalli, levava il capo per tornare a guardare a destra e a sinistra, oppure in alto, al cielo stellato, come per cercare ispirazione e idee.

Per qualche altra sera insistetti a vagabondare a caso per le strade della città, osservando tutto, attirato imparzialmente da tutto: dai grossi titoli dei giornali che tappezzavano le rivendite del centro, titoli a caratteri cubitali, sottolineati d'inchiostro rosso; dalle fotografie dei film e degli avanspettacoli esposte di fianco agli ingressi dei cinema; dai conciliaboli degli ubriachi, fermi nel mezzo dei vicoli della città vecchia; dalle targhe delle automobili allineate in piazza del Duomo; e dai tipi diversi delle persone che uscivano dai bordelli, o via via sbucavano dall'oscuro frascame del Montagnone per venire a consumare gelati, birre o gazose al banco di zinco d'un chiosco sorto di recente sugli spalti di San Tomaso, in fondo alla Scandiana. Una sera, sulle undici, mi ritrovai dalle parti di piazza Travaglio, a spiare l'interno semibuio del famoso caffè Scianghai, frequentato quasi esclusivamente da prostitute da marciapiede e da operai del non lontano Borgo San Luca; poi, subito dopo, in cima al bastione sovrastante, ad assistere a una fiacca gara di tiro a segno che due giovinastri stavano disputando sotto i duri occhi della ragazza toscana ammiratrice di Malnate. Rimanevo lí, da parte, senza dir niente, senza nemmeno smontare dalla bicicletta: tanto che la toscana, a un certo punto, mi apostrofò direttamente.

« Giovanotto », disse, « laggiù. Perché non viene avanti non spara un po' di colpi anche lei? Forza, coraggio, non abbia paura. Mostri a questi smidollati quello che sa fare ».

« No, grazie », risposi gentilmente.

« No, grazie », ripeté l'altra. « Dio, che gioventù! Dove ha messo il suo amico? Quello sì che è un ragazzo! Dica: l'ha sotterrato? »

Non risposi, e lei scoppiò a ridere.

« Poverino! », mi commiserò. « Vada subito a casa, vada, che sennò il babbo la piglia a cinghiate. A nanna, a nanna! »

Verso mezzanotte della sera dopo, senza sapere nemmeno io perché, che cosa cercassi veramente, ero dalla parte opposta della città, a pedalare lungo il viottolo di terra battuta che correva, liscio e appena sinuoso, sul ciglio interno della Mura degli Angeli. C'era una magnifica luna piena: casì chiara e luminosa, nel cielo perfettamente sereno, da rendere superfluo l'uso del fanale. Pedalavo adagio. Sdraiati nell'erba, ai piedi degli alberi, mi si scoprivano sempre nuovi innamorati. Contavo le coppie ad una ad una, macchinalmente. Alcuni, avvinghiati, si agitavano uno sull'altro, mezzo nudi; altri stavano distesi, già separati, la mano nella mano; altri, abbracciati, ma immobili, sembrava che dormissero. Contai via via più di trenta coppie. E sebbene, a volte, passassi loro così vicino da sfiorarli con la ruota, nessuno, mai, che desse segno di accorgersi della mia presenza silenziosa. Mi sentivo, ed ero, una specie di strano fantasma trascorrente: pieno di vita e di morte insieme; di passione, e di distaccata pietà.

Arrivato che fui all'altezza del Barchetto del Duca, mi fermai. Scesi di bicicletta, l'appoggiai al tronco di un albero, e per qualche minuto, rivolto alla ferma e argentea distesa del parco, rimasi lì, a guardare. Non pensavo a niente di preciso, direi: ma a molte cose una dopo l'altra, senza indugiare su nessuna in particolare. Guardavo, ascoltavo il gridio sottile e immenso dei grilli e delle rane, ed ero io stesso meravigliato del sorriso leggermente imbarazzato che mi stirava le labbra. «Eccoci qua », mormorai. Non sapevo cosa fare, cosa fossi venuto a fare. Ero penetrato dal vago senso di inutilità di tutte le commemorazioni.

Cominciai a camminare lungo l'orlo del pendio erboso, gli occhi fissi alla magna domus. Tutto era spento, laggiù, e quantunque le finestre della camera di Micòl dessero a mezzogiorno, e perciò non potessi vederle, nondimeno ero certo, chissà perché, che anche da esse non trapelasse la minima luce. Giunto infine a dominare esattamente, dall'alto, il punto del muro di cinta « sacro », come diceva Micòl, « au vert paradis des amours enfantines », fui assalito a un tratto da un'idea. E se fossi entrato nel parco di nascosto, scalando il muro? Da ragazzo, in un lontanissimo pomeriggio di giugno, non avevo osato farlo, avevo avuto paura. Ma adesso? Di che cosa potevo aver mai paura, adesso?

Diedi una rapida occhiata in giro, e di lì a un attimo ero già ai piedi del muro, ritrovando di colpo, nell'ombra afosa, lo stesso odore di ortiche e di sterco di dieci anni prima. Ma la parete del muro no, era diversa. Forse proprio perché invecchiata di dieci anni (anch'io ero invecchiato di dieci anni, nel frattempo, e cresciuto di statura e di forza), non mi sembrò né tanto impervia né tanto alta come la ricordavo. Dopo un primo tentativo fallito, accesi un fiammifero. Ecco tutti gli appigli necessari, ed ecco perfino il grosso chiodo rugginoso, là, che ancora sporgeva dalla parete. Al secondo tentativo, lo raggiunsi subito; e, afferrandomi ad esso, mi fu poi molto facile tirarmi a forza di braccia fino in cima.

Non appena seduto 1assù, con le gambe penzoloni dall'altra parte, la prima cosa che notai fu una scala a pioli appoggiata al muro lì sotto. Non ne fui sorpreso, ma la circostanza se mai mi diverti. « Toh », constatai: « anche la scala ». Prima, comunque, di iniziare la discesa, mi girai un momento indietro verso la Mura degli Angeli. La bicicletta era ancora ai suo posto: appoggiata al tronco del tiglio dove l'avevo lasciata. Era una vecchia bicicletta, un catenaccio che ben difficilmente avrebbe fatto gola a qualcuno.

In breve, con l'aiuto della scala, toccai terra, e immediatamente, abbandonato il sentiero parallelo alla base del muro di cinta, tagliai giù per il prato sparso di alberi da frutta, contando, attraverso di esso, di raggiungere rapidamente il viale principale in un punto pressapoco equidistante dalla casa colonica dei Perotti e dal ponte di travi sui Panfilio. Calpestavo l'erba senza far rumore, sempre vuoto di pensieri: preso, sí, ogni tanto, da un principio di scrupolo, ma ogni volta, con una scrollata di spalle, rimuovendo facilmente sulnascere l'insorgere dell'ansia e della preoccupazione. Come era bello, di notte, ii Barchetto del Duca - mi dicevo -, con quanta dolcezza la luna lo illuminava! Io non cercavo niente, fra quelle ombre di latte, in quel mare di latte e d'argento. Nessuno, anche se fossi stato sorpreso ad aggirarmi lì, avrebbe potuto farmene un carico eccessivo. Dopo tutto, a ben considerare ne avevo perfino qualche diritto, ormai...

Uscii nei viale, varcai il ponte sul Panfilio, quindi, piegando a sinistra, guadagnai ben presto la radura del tennis. Era esatto. Il professor Ermanno aveva mantenuto la promessa. La rete metallica di recinzione, abbattuta, giaceva in un confuso cumulo luminescente di fianco al campo, dalla parte opposta a quella dove solitamente stavano allineate le seggiole di vimini e le chaises longues per gli spettatori. Di più: i lavori di ampliamento del terreno di gioco avevano già avuto inizio, giacché, lungo i quattro lati di esso, il prato risultava in via di dissodatura per una fascia di almeno tre metri lungo le linee laterali, e di cinque dietro quelle di fondo. Alberto era ammalato, ammalato gravemente. Bisognava pur nascondergli in qualche modo, anche in quel modo, la gravità del suo male! « Ottimamente », approvai. E passai oltre.

Mi inoltrai allo scoperto, col proposito di compiere un largo giro attorno alla radura, né mi meravigliò, quando ero già molto lontano dal tennis, di veder avanzare, a un tratto, proveniente al piccolo trotto dalla parte della Hütte, la grossa sagoma famigliare di Jor. Lo aspettai a piè fermo, e anche il cane, appena fu a una decina di metri di distanza, si fermò. «Jor », chiamai a voce soffocata, « Jor! » Jor mi riconobbe, evidentemente. Impresse alla coda un breve, pacifico moto di festa, tornando quindi adagio sui propri passi.

Si voltava ogni tanto, come per assicurarsi che lo seguissi. Ed io non lo seguivo, invece, o meglio, pur avvicinandomi progressivamente alla Hütte, non mi discostavo dal margine estremo della radura. Camminavo a una ventina di metri dal curvo schieramento dei grandi, bui alberi di quella zona del parco, il viso sempre rivolto a sinistra. La luna, ora, l'avevo alle spalle. La radura, il tennis, il cieco sperone della magna domus, e poi, là in fondo, incombente sopra le cime fronzute dei meli, dei fichi, dei susini, dei peri, lo spalto della Mura degli Angeli: tutto appariva chiaro, netto, come in rilievo, in luce meglio che non di giorno.

Così procedendo, mi accorsi a un certo punto di trovarmi a pochi passi dalla Hütte: non di fronte, dal lato di essa che guardava verso il campo di tennis, ma dietro, fra i tronchi dei giovani abeti e dei lanci a cui si addossava. Qui mi fermai. Fissavo la nera, scabra forma in controluce della Hütte. Improvvisamente incerto, non sapevo più dove andare, dove dirigermi.

« Che fare? », dicevo intanto a mezza voce, perplesso. « Che fare? »

Fissavo sempre la Hütte, e adesso pensavo - senza che nemmeno a questo pensiero il mio cuore accelerasse i suoi battiti: indifferente ad accoglierlo come un'acqua morta si lascia attraversare dalla luce , adesso pensavo che sì, se dopo tutto era qua, da Micòl, che Giampi Malnate veniva tutte le notti dopo avermi lasciato sulla soglia del portone di casa (perché no? non era per questo, magari, che lui si radeva sempre con tanta cura, prima di uscire con me a cena?): ebbene, in questo caso, lo spogliatoio del tennis avrebbe potuto essere un magnifico rifugio, per loro.

Ma sì - continuavo quietamente a ragionare, in una sorta di svelto bisbiglio interno -. Ma certo. Come avevo potuto essere talmente cieco? Lui veniva in giro con me tanto per far tardi, e poi, dopo avermi per così dire messo a letto, via, a pieni pedali, da lei, la quale naturalmente lo aspettava in giardino. Ma certo. Adesso capivo il vero perché di quel suo gesto, al casino. Eh già: a far l'amore tutte le notti, o quasi, hai voglia!, arriva presto il momento che uno rimpiange la mamma, il cielo di Lombardia, eccetera... E la scala, là, contro il muro di cinta? Non poteva esser stata che Micòl a mettercela, in quel punto.

Ero lucido, sereno, tranquillo. Come in un gioco di pazienza, ogni pezzo si incastrava al millimetro, tutti i conti tornavano perfettamente.

Micòl, sicuro. Con Giampi Malnate. Con l'amico intimo del fratello ammalato. Di nascosto da lui e da tutti gli altri di casa, genitori, parenti e servi, sempre di notte. Nella Hütte, normalmente, ma chissà, certe notti forse anche lassù, in camera da letto, la camera dei làttimi. Di nascosto proprio? Oppure gli altri, come sempre, fingevano di non vedere, lasciavano correre, anzi sotto sotto favorivano, giacché in fondo è umano e giusto che una ragazza, a ventitre anni, se non vuole o non può sposarsi, abbia lo stesso tutto ciò che natura comanda? Anche la malattia di Alberto fingevano di non vederla, in casa. Era il loro sistema.

Tesi l'orecchio. Silenzio assoluto.

E Jor, tuttavia? Dove era finito Jor?

Mossi qualche passo in punta di piedi verso la Hütte.

«Jor! », chiamai forte.

Ma ecco, come in risposta, arrivare a un tratto di lontanissimo, attraverso l'aria notturna, un suono flebile, accorato, quasi umano. Lo riconobbi subito: era il suono della vecchia, cara voce dell'orologio di piazza che stava battendo le ore e i quarti. Che cosa diceva? Diceva che ancora una volta avevo fatto molto tardi, che era sciocco e cattivo, da parte mia, continuare a torturare così mio padre, il quale certo, anche quella notte, in pensiero perché non rincasavo, non riusciva a prender sonno: e che infine era tempo che mettessi l'animo in pace. Veramente. Per sempre.

« Che bel romanzo », sogghignai, crollando il capo come davanti a un bambino incorreggibile.

E, date le spalle alla Hütte, mi allontanai fra le piante, dalla parte opposta.

 

 

GLI OCCHIALI D'ORO

 

Protagonista, insieme a Ferrara medesima (come avviene in tutti i romanzi del ciclo), è Athos Fadigati, medico veneziano che, trasferitosi a Ferrara, è stimato dalle migliori famiglie dell’alta borghesia finché non si diffondono delle voci sulla sua omosessualità, messe in giro da un giovane intellettuale ebreo – l’io narrante -amico dell’amante, lo spregiudicato Ettore Deliliers. Nel corso del racconto, il ragazzo ha una progressiva maturazione che lo porta a rafforzare la propria coscienza storica e morale e ad avvicinarsi sempre di più al medico. Soli ed emarginati, legati da un comune destino, nonostante le cause siano diverse, i due vivono la stessa angoscia di coloro cui è impedito “vivere la vita di tutti”. Capro espiatorio della cattiveria e della violenza della collettività, il Fadigati si sentirà sempre più escluso fino al gesto estremo del suicidio.

“Gli occhiali d’oro” sono il simbolo della diversità che non può essere tollerata, come non può essere tollerata l’appartenenza alla comunità ebraica dell’io narrante. Ritratto morale di una società che si dirigeva verso la follia dell’Olocausto, il romanzo trae la sua forza dall’introduzione dell’io narrante (lo stesso espediente narrativo de “Il giardino dei Finzi Contini”), che vivacizza il racconto e garantisce la pluralità dei punti di vista sottolineando ora il conformismo dei più, ora la solitudine del protagonista, in un quadro drammatico, a tratti tragico.

 

Il tempo ha cominciato a diradarli, eppure non si può ancora dire che siano pochi, a Ferrara, quelli che ricordano il dottor Fadigati (Athos Fadigati, sicuro - rievocano-, l'otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere...).

Fu nel '19, subito dopo l'altra guerra. Per ragioni di età, io che scrivo non ho da offrire che una immagine piuttosto vaga e confusa dell'epoca. I caffè del centro rigurgitavano di ufficiali in divisa; ogni momento lungo corso Giovecca e corso Roma (oggi ribattezzato corso Martiri della Libertà) passavano camion sventolanti di bandiere rosse; sulle impalcature che ricoprivano la facciata in costruzione del palazzo delle Assicurazioni Generali, di fronte al lato nord del Castello, era steso un enorme, scarlatto telone pubblicitario, che invitava amici e avversari del socialismo a bere concordi l'APERITIVO LENIN; le zuffe fra contadini e operai massimalisti da una parte, ed ex combattenti dall'altra, scoppiavano quasi ogni giorno... Questo clima di febbre, di agitazione, di distrazione generale, entro cui si svolse la prima infanzia di tutti coloro che sarebbero diventati uomini nel ventennio successivo, dovette in qualche modo favorire il veneziano Fadigati.

 

 

DENTRO LE MURA

 

Storie amare e dolenti, tenute insieme dall’ambientazione nella città di Ferrara, che presenta la tipologia antropologica della cittadina di provincia negli anni del fascismo, raccontano, per campioni di “gente, per il resto, quasi sempre per bene”, le reazioni degli italiani davanti al regime.Lida Mantovani, ragazza madre che sposa un brav'uomo ma non riesce a dargli un figlio, il dottor Elia Corcos, appassionato di scienza che non sopporta la moglie, Geo Josz, di ritorno dal lager, Clelia Trotti, anziana militante socialista morta in carcere durante l'occupazione nazista sono personaggi accomunati dall’esperienza del dolore, del disagio davanti ad un mondo di indifferenza, opportunismo e biechi interessi. La storia personale di ciascuno riflette la Storia di crudeltà e rovina, la difficoltà della vita di paese, la malvagità della provincia che marchia i diversi.

 

Cesare Segre:

Un obiettivo puntato verso Ferrara continua la sua perlustrazione, si sofferma su angoli della città o coglie panoramiche di varia ampiezza, sperimenta luci e stagioni, accompagna i personaggi nei luoghi topici della vita cittadina, oppure, con l'aiuto della nebbia, in angoli più segreti. A volte ricalca le messe a fuoco scelte per il suo apparecchio da un fotografo del passato, la cui visione è immortalata in cartoline illustrate ormai ingiallite, o accompagna gli sguardi del turista, con la Guida del Touring in mano, o del commerciante di passaggio. Il lavoro sul visivo è ancora più minuzioso di quello di un'inchiesta urbanistica, perché consapevole di connotazioni storiche o sentimentali. CosI la Giovecca e il Teatro Comunale, corso Roma, via Mazzini, il Caffè della Borsa, la Certosa e la Fossa del Castello diventano il palcoscenico di un insieme eterogeneo di persone, che finiscono per rappresentare simbolicamente tutti i cittadini di Ferrara, forse tutti gl'italiani.

Bassani non è affetto da campanilismo, al contrario, con i suoi concittadini è spesso severo: parla di Ferrara perché lì ha passato gran parte della giovinezza, e perché la cittadinanza ferrarese può rappresentare bene la tipologia antropologica di una piccola città italiana negli anni del fascismo, sino al disastro finale. E se si vuole definire la tematica dello scrittore, si può rispondere senza esitazione che essa consiste nella rappresentazione, per campioni significativi, dei comportamenti degli italiani di fronte al regime. Qualcuno ha provato a definire Bassani un romanziere politico, ritraendosi subito perché Bassani non compie mai un'indagine sistematica, né pronuncia condanne. Grosso errore. Per ché il suo «stile indiretto libero», amplificando il mormorio delle opinioni correnti, ne svela le curiosità e la compassione, ma anche l'egoismo e la viltà, spesso l'opportunismo e persino il servilismo o la grettezza, la propensione ad autoassolversi, il rifiuto d'interrogare seriamente la coscienza. L'amarezza, l'ironia intrisa di sarcasmo (si parla di «gente, per il resto, quasi sempre per bene») dell'analisi di Bassani non ha bisogno di sottolineature: il coro è abbastanza scoperto nella sua amabile impudenza per indurci a definire Bassani un narratore morale.

Anche sullo «stile indiretto libero», che caratterizza la narrazione, urgono precisazioni. Incominciamo col dire che nelle Cinque storie ferraresi il narratore non dice mai: io. Ma non è neppure un narratore onnisciente. Vede i fatti già attraverso l'elaborazione operata dai testimoni, cioè dai cittadini, ma una elaborazione venata d'interpretazioni, di versioni alternative, di dubbi, d'interrogativi; tanto che spesso, quando parla come voce della collettività usando il noi, si rivolge ai lettori, invitandoli a verifiche o suggerendo loro, anche interrogandoli, delle opinioni. Quando gli eventi sono descritti in diretta, è come se ci fosse, in quel momento, un testimone, uno uscito dalla folla, che enuncia e descrive; ma subito prende la voce anche il personaggio stesso, con l'indiretto libero suo. Insomma, un grande coro, spesso discorde, interrotto qua e là da voci di solisti.

L'obiettivo che continua a frugare tra gli angoli di Ferrara è una cosa sola con la rievocazione fatta dallo scrittore attraverso le molte voci, semmai aggrappandosi ai luoghi in cui la memoria si è depositata con tracce più nette. La rievocazione però è più penetrante di quella dell'obiettivo, perché percorre la dimensione del tempo, partendo dal presente per risalire al passato e, magari, con un'ampia ellisse, tornare al presente. Scrittore della memoria, forse, Bassani, che a un certo punto afferma: «tutto, del passato, può diventare materia di sogno, argomento di leggenda»; ma nella sua rievocazione non c'è una morbosa voluttà, c'è, dietro il brusio della piccola e della grande storia, una coscienza pertinacemente attiva.

Gli ebrei costituiscono una parte notevole del campionario umano che si muove nei cinque racconti. È il gruppo che Bassani conosce più a fondo, dato che ne fa parte. Ma è anche il gruppo che mette meglio in evidenza gli aspetti più infami del nostro fascismo. Perché gli ebrei della piccola e media borghesia ferrarese, fortemente assimilati, partecipavano anche dell'atteggiamento generale verso il fascismo, accettato con maggiore o minore entusiasmo, comunque accettato. Le leggi razziali del 1938 giunsero perciò come un disastro imprevisto, «una bomba», sbalzando gli ebrei più affermati dalla fiducia nella patria italiana, di cui s'erano fatti appassionati fautori sin dal Risorgimento, allo stato di apolidi, dalla considerazione collettiva all'emarginazione e alla degradazione. Ultima fase poi quella delle deportazioni, che spedirono in camera a gas quasi la metà degli ebrei ferraresi: una fase che s'incarna in Geo Josz (Una lapide in via Mazzini), ma che qua e là getta brevi lampi d'orrore, accennando, spesso tra parentesi, alla fine (in campo di sterminio) di una o di un'altra famiglia ebraica, o di qualche suo componente.

Se i campi di sterminio rappresentano l'apogeo della furia distruttiva del nazismo e del fascismo (che ne fu un volonteroso collaboratore), ci sono anche eruzioni della medesima furia in Ferrara stessa: alludo alla rappresaglia del 15 dicembre 1943 per l'assassinio del console Bolognesi. Bassani pone la rievocazione di quella strage a chiusura delle Cinque storie, col racconto Una notte del '43, a pendant con Una lapide in via Mazzini, posta al centro del volume. Studiata simmetria. La strage è tanto più detestabile, in quanto costituisce una faccenda locale, inimicizie personali e sfoggio spietato di potere.

Naturalmente ci sono anche gli antifascisti, che resistono moralmente alla degradazione e testimoniano con l'esempio e con le parole. E soprattutto la vecchia maestra socialista Clelia Trotti (Gli ultimi anni di Clelia Trotti) che c'introduce nel mondo ormai ristretto e minacciato di coloro che hanno avuto una parte nell'opposizione iniziale al fascismo. Un mondo in cui avvocati socialisti e piccoli militanti mantengono il ricordo di una grande lotta sfortunata, talora con qualche cedimento, altre volte conservando un'orgogliosa purezza. Clelia Trotti è consapevole degli errori che hanno porta to alla sconfitta, e guarda al giovane ebreo Bruno Lattes (alter ego di Bassani), che l'ha cercata e l'ascolta con rispetto, come a chi potrà elaborare un pensiero antifascista più moderno e vincente. Clelia Trotti avrà un solo momento di gloria, quando sfileranno per lei, in un funerale postumo, o meglio in una traslazione, dopo la guerra, i rappresentanti dei vecchi e nuovi partiti, in una cerimonia più retorica che affettuosa.

Pare chiaro che Bassani punti anche a una descrizione della varietà sociale nel contesto ferrarese. I primi due racconti (Lida Mantovani e La passeggiata prima di cena) parlano di gente del contado, piuttosto povera, recentemente inurbata, mentre Geo Josz di Una lapide in via Mazzini e Pino Barilari di Una notte del '43 appartengono alla borghesia danarosa, agli ottimati; la maestrina Clelia Trotti, infine, deve la sua qualifica sociale alla cultura e all'impegno politico. Anche qui, spesso, la condizione ebraica fa da reagente. Le protagoniste dei due primi racconti, Lida e Gemma - la prima porta nel suo nome, magari con la y di Lyda, il desiderio di promozione sociale della madre analfabeta; la seconda, di famiglia di ortolani, «chissà se aveva finito la quarta elementare» - s'innamorano di due giovani ebrei (David ed Elia Corcos), e per loro tramite vaghegghiano, od ottengono (così Gemma) l'entrata in un ambiente più ricco e raffinato, dove si gioca a tennis, si frequenta il «Circolo dei Commercianti», si partecipa a balli di beneficienza e si va a teatro.

L'appartenenza religiosa, molto volatile, si avverte appena al momento dello sposalizio o del parto. Lida resiste, ma poi cede, alla madre che vuol battezzare il bambino che lei ha avuto dal fedifrago David; Elia Corcos, pur dichiarandosi libero pensatore, fa circoncidere i figli che gli ha dato Gemma, con la quale però celebra tardive nozze religiose (davanti a un parroco), quando essa si rivela mortalmente ammalata. In questi racconti è interessante che gli emarginati siano cattolici, gli esponenti della classe dominante ebrei. David continua a far sentire a Lida la sua inferiorità culturale e sociale; il matrimonio di Gemma con Elia Corcos è considerato dalla famiglia, e persino dai concittadini, una mésaillance. L'inferiorità e l'inadeguatezza di quell'eccellente donna sono considerate verità indiscutibili. Significativo dunque del ribaltamento portato dalla persecuzione il passaggio degli ebrei nel campo degli emarginati (cui Bassani darà voce nei romanzi successivi, in particolare negli Occhiali d'oro).

Nel crescendo delle reazioni di Geo Josz all'indifferenza, anzi al fastidio dei suoi cittadini per la sua vicenda tragica, che culmina nei due ceffoni inflitti al fascista Lionello Scocca, per sue inopportune domande, Bassani riflette e conclude: «Ma a quelle domande avrebbe potuto anche rispondere un urlo furibondo, disumano: così alto che tutta la città, per quanta ancora se ne accoglieva oltre l'intatta, ingannevole quinta di via Mazzini fino alle lontane Mura sbrecciate, l'avrebbe udito con orrore». Questo urlo è sfuggito a Bassani, che per un attimo, uno solo, non è riuscito a controllarsi nel brusio di voci che intesse le Cinque storie ferra resi. Perché la Shoah Bassani, per sua fortuna, non l'ha vissuta: ne conosce i prodromi e le modalità di attuazione, ne ha sofferto le conseguenze, ma non l'ha vissuta. Bassani, a pensarci bene, non è entrato nella Shoah, nemmeno con Il giardino dei Finzi-Contini, anche se ha saputo splendidamente immaginarla e simbolizzarla. Bassani preferisce parlare di ciò che ha sperimentato, di ciò a cui ha partecipato, perciò la Shoah rimane per lui un baratro non esplorabile; ineffabile.

Occorre riflettere sul metodo narrativo di Bassani. Abbiamo detto qualcosa sulla strategia di accerchiamento attuata con le cinque storie. Abbiamo visto che Bassani parla spesso di una cosa attraverso un'altra, giudica in forma indiretta, evidenziando la mediocrità delle opinioni correnti, fiducioso, certo, che la verità si sprigioni anche dall'inconsistenza o dalla contraddittorietà di reticenze e menzogne. Pensa, probabilmente, che prendere di petto il male sia ingenuo, inconcludente, mentre è più efficace affrontarlo lasciando che esso si estenui nel caleidoscopio delle sue mimetizzazioni.

Il massimo rendimento di questa strategia sta nell'uso del «testimone inattendibile». Si può ben capire che Geo Josz, con quello che ha passato, si muova ed esprima da stravagante, sino a diventare una tragica macchietta. Ma è proprio da questo comportamento, fastidioso ed enigmatico per chi gli è vicino, che emerge la profondità dell'orrore da cui proviene. Lui, lui solo sa che cosa covi sotto quella che noi riteniamo normalità, quella che si esprime nella voce plurale di cui Bassani è il regista. E ciò che dice o fa capire Pino Barilari è senza dubbio condizionato dal suo stato di paralitico per tabe dorsale, dalle sue condizioni di marito tradito e abbandonato, dal suo legame di strana complicità col fascista Sciagura, responsabile della sua disgrazia. Eppure questi due testimoni, che parlano pochissimo di sé, costringono il lettore ad andare più a fondo, sempre più a fondo: ci dicono poco, però ci fanno comprendere moltissimo.

 

Lida Mantovani

(1956)

Finché visse, Lida Mantovani ricordò sempre il breve periodo di tempo che aveva preceduto il parto. Ogni volta che ci ripensava, si commuoveva. Eppure, quei giorni non erano certo stati densi di avvenimenti e di sensazioni. Era vissuta per un mese distesa in un letto, in fondo a un corridoio. Da una finestra che dava nel giardino della Maternità, i suoi occhi si posavano sulle foglie lustre di una grande magnolia. Era aprile: ma faceva già caldo, e la finestra restava aperta tutto il giorno. Poi, verso la fine, aveva perduto interesse anche per le foglie nere, come unte, della magnolia. I dolori la assalirono con molto ritardo; non capiva né sentiva più in modo normale. Si era ridotta ad essere una cosa molto gonfia e insensibile (la calma che la circondava era pari a quella che aveva dentro), abbandonata in fondo a una corsia. Non mangiava quasi più nulla. Ma il professor Bargellesi, in quegli anni direttore della Maternità, ripeteva che era meglio così.

La osservava dai piedi del letto.

«Fa caldo. Se vuoi respirare è meglio che ti tieni leggera», diceva, e intanto si lisciava con le dita fragili e arrossate il barbone bianco, macchiato di nicotina attorno alla bocca.

«Del resto mi pare che sei grassa abbastanza...», aggiungeva sorridendo.

Dopo il parto il tempo riprese a passare.

In principio, pensando a David (la feriva il ricordo della sua faccia annoiata e scontenta: non le rivolgeva quasi mai la parola, rimaneva tutto il girno steso sul letto, a leggere romanzi e a dormire), Lida aveva cercato di tirare avanti da sola nella camera ammobilita di via Mortara dove era vissuta con lui gli ultimi sei mesi.

 

Riandando agli anni lontani della giovinezza, sempre, finché visse, Lida Mantovani ricordò con emozione l'evento del parto, e, in ispecie, i giorni che l'avevano immediatamente preceduto. Ogni qualvolta ci ripensava, si commuoveva.

Per oltre un mese era vissuta stesa su un letto, in fondo a un corridoio, e per tutto quel tempo non aveva fatto altro che fissare attraverso la finestra di contro, in genere spalancata, le foglie della grande magnolia secolare che sorgeva giusto nel mezzo del giardino sottostante. Poi, verso la fine, tre o quattro giorni prima che le cominciassero i dolori, d'un tratto aveva perduto interesse anche per le foglie nere e lustre, come unte, della magnolia. Aveva smesso perfino di mangiare. Una cosa, ecco quello che si era ridotta a essere: una specie di cosa molto gonfia e insensibile (sebbene fosse soltanto aprile, faceva già caldo), abbandonata laggiù, al termine di una corsia d'ospedale.

Non mangiava quasi più niente. Ma il professor Bargellesi, allora direttore-primario della Maternità, ripeteva che era meglio così.

La osservava dai piedi del letto.

(“Fa proprio caldo», diceva, lisciandosi con quelle sue da fragili e arrossate il barbone bianco, macchiato di nicotina attorno alla bocca. “Se vuoi respirae come si deve, è meglio che ti tieni leggera. E del resto”, aggiunse sorridendo, “del resto mi pare che sei grassa abbastanza…”

Dopo il parto il tempo riprese a passare.

Da principio, pensando a David (annoiato, scontento, non le parlava quasi mai: rimaneva a letto giornate intere, la faccia nascosta dietro u n libro oppure dormendo), Lida Mantovani cercò di tirare avanti da sola nella camera ammobiliata del Palazzone di via Mortara dove era vissuta insieme con lui durante gli ultimi sei mesi.

 

La passeggiata prima di cena

(1956)

Ancor oggi non è difficile, frugando in certe bottegucce di Ferrara, mettere le mani su cartoline vecchie di almeno cinquant'anni. Sono vedute ingiallite dal tempo, macchiate di umidità. Una di queste mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, verso la fine del secolo scorso. Per eeseguire il suo lavoro, il fotografo dovette porsi col cavalletto sul marciapiede opposto a quello dove si allineavano, al riparo di grandi tende dai bordi frangiati e svolazzanti, i tavolini e le seggiole di vimini del Gran Caffè Zampori, da anni scomparso. A destra, in ombra a guisa di quinta, si erge lo sperone del Teatro Comunale, mentre la luce - la luce dorata di un crepuscolo primaverile - è tutta per il lato sinistro del quadro. Da questa parte le costruzioni sono basse, ad un solo piano, col tetto ricoperto da grosse tegole brune, alla base qualche piccolo negozio (si nota una pizzicheria, l'antro di un carbonaio, una macelleria equina), misere casupole che nel '30, quando in quel punto fu deciso di costruire l'enorme palazzo in travertino romano delle Assicurazioni Generali, vennero rase al suolo senza pietà.

 

Ancor oggi può succedere, frugando in certe bottegucce di Ferrara, di mettere le mani su cartoline vecchie di quasi cento anni. Sono vedute spesso ingiallite, macchiate, talvolta a dire il vero poco decifrabili... Una delle tante mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, nella seconda metà dell'Ottocento. A destra e in ombra, a guisa di quinta, si staglia lo sperone del Teatro Comunale, mentre la luce, che è quella tipica di un dorato crepuscolo primaverile emiliano, converge interamente sui lato sinistro dell'immagine. Da questa parte le case sono basse, per lo più a un solo piano, coi tetti ricoperti da grosse tegole brune, alla base qualche piccolo negozio, una pizzicheria, l'antro di un carbonaio, una macelleria equina, eccetera.

 

Una lapide in via Mazzini

(1956)

Quando, nell'agosto del 1945, Geo Josz ricomparve a Ferrara, unico superstite dei centottantatre membri della Comunità israelitica che i tedeschi avevano deportato fin dall'autunno del '43, e che i più consideravano non senza ragione sterminati tutti da un pezzo nelle camere a gas, nessuno, in città, da principio lo riconobbe.

Non rammentavano nemmeno chi fosse, a dire il vero. A meno che - soggiungevano alcuni con aria dubitativa - a meno che non si trattasse di un figlio di quell'Angelo Josz, notissimo grossista di tessuti, che sebbene discriminato per meriti patriottici (così si esprimeva la motivazione del decreto del '39: e dopo tutto era stato umano, da parte del defunto Console Bolognesi, che già a quel tempo era Segretario Federale di Ferrara, e sempre rimase un ottimo amico del vecchioJosz, adoperare, in memoria delle comuni imprese squadristiche di gioventù, un linguaggio talmente generico), non per questo era riuscito ad evitare per sé e per la famiglia la grande razzia del '43.

Sì, uno di quei ragazzi appartati - cominciavano a ricordare stringendo le labbra e corrugando la fronte -, non più di una decina fra tutti, che per aver troncato forzatamente ogni rapporto di studio con gli ex compagni di scuola fino dal 38, ed avere anche smesso, per conseguenza, di frequentarne le case, da allora in poi non si erano più visti in giro che di rado, ed erano venuti su con certe facce strane, tra impaurite, selvatiche e sdegnose, che a rivederle ogni tanto in fuga, chine sul manubrio di una bicicletta trascorrente velocissima per la Giovecca o per corso Roma, la gente, turbata, preferiva dimenticarsele.

 

Quando, nell'agosto del 1945, Geo Josz ricomparve a Ferrara, unico superstite dei centottantatré membri della comunità israelitica che i tedeschi avevano deportato in Germania nell'autunno del '43, e che i più consideravano finiti tutti da un pezzo nelle camere a gas, nessuno in città da principio lo riconobbe.

Josz. Il cognome alla gente non riusciva nuovo, certo, essendo appartenuto a quell'Angelo Josz, notissimo commerciante di tessuti all'ingrosso, che sebbene fascista dall'epoca della Marcia su Roma ed anzi rimasto nella cerchia degli amici ferraresi di Italo Balbo fino ad almeno il '39, non per questo era riuscito a sottrarre se stesso e la famiglia alla grande razzia di quattro anni più tardi. Però come faceva uno a credere - fu subito obiettato da molti - che l'uomo di età indefinibile, enormemente, assurdamente. grasso, apparso pochi giorni prima in via Mazzini giusto davanti al Tempio israelitico, provenisse ben vivo nientemeno che dalla Germania di Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen, Dachau, eccetera, e soprattutto che lui, proprio lui, fosse sul serio uno dei figli del povero signor Angelo? 

 

 

Gli ultimi anni di Clelia Trotti

(1956)

A definirlo consolante, il vasto complesso architettonico del Camposanto Comunale di Ferrara, così come si presenta alla vista di chi riesce dall'angusta via Borso nell'immensa piazza della Certosa, c'è rischio, lo comprendo bene, di farsi ridere in faccia, o di guadagnarsi alla peggio qualche brutta qualifica! In nessun luogo d'Italia, e tanto meno qui in Emilia, la morte è mai stata popolare: consolante, poi... Eppure, infilata che si sia via Borso, che è una strada dritta, d'un duecento metri di lunghezza, oppressa d'ambo le parti dal fogliame traboccante di due grandi parchi gentilizi nient'altro che un budello di transito, con le botteghe dei marmisti e dei fiorai raccolte tutte all'inizio e al termine, e l'asfalto percosso sordamente dall'unghia dei pesanti cavalli dei trasporti - la veduta improvvisa del camposanto dà sempre un'impressione lieta, quasi di festa.

 

A definire il vasto complesso architettonico del Camposanto Comunale di Ferrara come bello, come talmente bello da risultare addirittura consolante, c'è rischio anche da noi di far nascere in giro le solite risate, gli immancabili gesti di scongiuro sempre pronti, in Italia, ad accogliere qualsiasi discorso che pensi di poter trattare della morte senza deplorarla. Ciò nondimeno, una volta pervenuti in fondo a via Borso d'Este, che è un semplice budello di transito perfettamente rettilineo, con le botteghe dei marmisti e dei fiorai raccolte tutte all'inizio e al termine, e soverchiato per quanto è lungo dai ricchi fogliami contrapposti di due grandi parchi privati, la veduta improvvisa della piazza della Certosa e dell'adiacente cimitero dà sempre, inutile negano, un'impressione lieta, quasi di festa.

 

Una notte del '43

(1956)

Sul momento si può anche non accorgersene. Ma basta che uno sieda qualche minuto a un tavolino all'aperto del Caffè della Borsa, in corso Roma, con davanti la rupe a picco, di un rosso quasi dolomitico, della Torre dell'Orologio, c poco più a destra la terrazza merlata dell'Aranciera, perché la cosa salti subito all'occhio. Giorno o notte che sia, difatti, estate o inverno; che piova o no: la gente, se deve passare per di lì, è difficile che non preferisca infilarsi sotto il basso portichetto dove si annidano in penombra i locali contigui del Caffè della Borsa e dell'antica farmacia Barilari, anziché tenersi dalla parte opposta, al marciapiede che segue in linea retta la Fossa del Castello. Si provi a transitare a cere ore sotto il portico del Caffè - verso le tredici, per esempio, o verso le venti: le ore propizie agli aperitivi, ai modici acquisti di paste per uso familiare. Farsi strada fra i tavolini stipati sino all'inverosimile in quello spazio così ridotto, tra la folla seduta e quella in piedi, salutando, stringendo mani, bonariamente urtando e venendo urtati secondo il costume inveterato della provincia italiana che la guerra ha interrotto ma non abolito, ogni volta, sul serio, è poco meno che una impresa. Con ciò sono ben rari, ripeto, coloro che per guadagnare tempo si risolvano a girare al largo. Se qualcuno lo fa, allora vale la pena, volgendo gli sguardi sorpresi e diveriti dal fondo del portico del Caffè, dando magari di gomito al proprio vicino, osservare minutamente come è vestito, che faccia ha, e congetturare, dall'esame particolareggiato del suo aspetto, di dove venga, dove sia diretto, ecc. ecc. C'è il turista con l'indice infilato fra le pagine della rossa guida del Touring e il naso all'aria, immerso nella contemplazione delle incombenti quattro torri del Castello.C’è il viaggiatore di commercio che, la borsa di pelle sottobraccio e il soprabito svolazzante, corre via trafelato verso il viale che porta alla stazione.

 

Da principio si può anche non accorgersene. Ma basta stare seduti per qualche minuto a un tavolino all'aperto del Caffè della Borsa, avendo davanti la rupe a picco della Torre dell'Orologio e, appena più a destra, la terrazza merlata dell'Aranciera, perché la faccenda appaia evidente. Càpita questo. D'estate come d'inverno, col sole o con la pioggia, è molto raro che chi ha da percorrere quel tratto di corso Roma preferisca tenersi al marciapiede di fronte, lungheggiante in piena luce la bruna spalletta della Fossa del Castello. Se qualcuno lo fa, potrà essere il turista con l'indice infilato fra le pagine della Guida del Touring e il naso all'aria, potrà essere il viaggiatore di commercio che, la borsa di pelle sottobraccio, scappa via frettoloso verso la stazione, potrà essere il contadino della zona del Delta venuto in città per il mercato, il quale, in attesa della corriera pomeridiana di Comacchio o di Codigoro, porta attorno con manifesto imbarazzo il proprio corpo reso pesante dal cibo e dal vino ingurgitati poco dopo mezzogiorno in una bettola di San Romano. Potrà essere chiunque, insomma, ma non un ferrarese.

Il forestiero passa, e la gente seduta al caffè guarda e sogghigna. A certe ore della giornata, però, gli occhi si fissano in maniera particolare, i respiri addirittura si mozzano. Di che massacri immaginari non sono mai responsabili la noia e l’ozio di provincia?

 

 

L’AIRONE

 

L’airone, scabra cronaca di una giornata di caccia nella bassa padana, un paesaggio monotono e lugubre che allude in ogni suo elemento all’epilogo della narrazione, il suicidio del protagonista.

 

 Non subito, ma risalendo con una certa fatica dal pozzo senza fondo dell'incoscienza, Edgardo Limentani sporse il braccio destro in direzione del comodino. La piccola sveglia da viaggio che Nives, sua moglie, gli aveva regalato tre anni fa a Basilea in occasione del suo quarantaduesimo compleanno, continuava, nel buio, a emettere a brevi intervalli il suo suono acuto e insistente, anche se discreto. Bisognava farla tacere. Limentani ritirò il braccio, aprì gli occhi, e si volse, gravando col fianco sul gomito e allungando il braccio sinistro. E nel momento stesso che raggiungeva con la punta delle dita la delicata, già un po' consunta pelle di daino della Jaeger, e premeva il pulsante d'arresto della suoneria, dalla posizione sui quadrante delle sfere fosforescenti lesse l'ora. Erano le quattro: l'ora appunto a cui, la sera avanti, aveva stabilito di svegliarsi. Se voleva arrivare a Volano in tempo utile, era necessario che non perdesse neanche un minuto. Fra una cosa e l'altra, alzarsi, andare al gabinetto, lavarsi, radersi, vestirsi, mettere un po' di caffè nello stomaco, eccetera, non ce l'avrebbe fatta a montare in macchina prima delle cinque.

 

 

DIETRO LA PORTA

 

Per il protagonista che dalla quinta B entra in prima liceo, l'irraggiungibile, magico mondo degli eletti è rappresentato dal più bravo della classe della quinta A: Carlo Cattolica. Ma il ragazzo oggetto di tanta attenzione sfugge e rifiuta l'amicizia del compagno che per rivalsa si lega all'alunno più reietto, sgradevole e oscuro. Luciano, il nuovo amico, è l'opposto di Carlo, una creatura enigmatica, a doppia faccia. A volte di una gratuita perfidia. Siamo a Ferrara, negli anni trenta, e il racconto è tutto giocato sui rapporti fra i due, sulle ambiguità e gli slanci, il bisogno di dedizione e la richiesta di amore. Il rifiuto brutale. Quasi che nell'adolescenza Bassani individui il luogo primario dove coscienza e intelligenza si scontrano per la prima volta nell'altro, con violenza.

 

“Sono stato molte volte infelice nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; […] Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l’ottobre del 1929 e il giugno del ’30, quando facevo la prima liceo. […] Fin dai primi giorni mi ero sentito spaesato… […] Non mi piaceva l’aula dove ci avevano messi, posta a termine di un tetro corridoio […] Non mi piacevano i nuovi insegnanti, dai modi distaccati e ironici che scoraggiavano ogni confidenza […]. Non mi piacevano i nuovi compagni provenienti dalla quinta A ai quali noi della B eravamo stati aggiunti, diversissimi da noi, mi pareva, forse più bravi, più belli, appartenenti forse a famiglie miglior delle nostre: estranei, insomma, irrimediabilmente.”

 

Incomincia così Dietro la porta   in cui si racconta un intero anno scolastico, dall’inizio alla fine: il titolo si riferisce al dialogo che l’io narrante (lo stesso Bassani) ascolta, non visto, mentre i suoi migliori amici ne dicono di cotte di crude sul suo conto.

Ed ecco spiegata la malinconia, il disagio, l’insofferenza illustrata con le prime battute del romanzo, scritto in flashback, insieme a tutte le altre circostanze che segnano in negativo l’inizio di questo anno scolastico: fra le altre, la perdita del compagno di banco ed amico-complice-sostegno di sempre: Otello, bocciato curiosamente in una sola materia, la lingua inglese, che per quei tempi e per un liceo classico non rivestiva certo un ruolo di primissimo piano.

 

Quando ebbero finito di ridere (si erano buttati a ridere
tutti e quattro, Cattolica compreso), ricominciarono. Ormai era di me che parlavano, e, come prima, le voci di
Luciano e di Cattolica prevalevano sulle altre.

Che cosa dicevano?

Cattolica stava domandando a Luciano in che modo
fosse riuscito a liberarsi di me. E Luciano gli rispondeva
che tutto era filato liscio come l'olio, visto che ero stato io
ad annunciargli che oggi pomeriggio non potevo. Mi faceva molto male la gola, avevo dichiarato (magari raccontando una frottola), per cui dovevo correre a farmi visitare da
un mio zio dottore.

«Una frottola?», fece Cattolica calmissimo. «E perché
mai?»

«Chi lo sa. Capirlo non è mica facile. Sembra ingenuo,
eppure è così complicato e sospettoso! Prende cappello
per così poco! »

Disgraziatamente - continuò -, fra loro tre e me
non correvano i migliori rapporti, e nessuno lo sapeva
meglio di lui che, preso fra due fuochi, aveva finito col
rimetterci parecchio. Ma a questo proposito, cos'era accaduto realmente fra noi da giustificare il mio rancore
contro di loro? Cos'è che mi avevano fatto realmente?
Lui conosceva, eccome, quali scarti di carattere ci si
possa aspettare da un ebreo. Però una rabbia simile!

«Casco dalle nuvole», rispose Cattolica. «Io contro di
lui non ho mai avuto niente. E nemmeno loro due».

«Sai che cosa credo?»

«Sentiamo».

«Credo», riprese Luciano abbassando la voce. «che gli
dispiaccia soprattutto il fatto che lui aspirava a diventare
vostro amico, a venire anche lui qui, mentre invece», e
ridacchiò, «gli è andata buca».

«Penso che ti sbagli», disse Cattolica con una punta
d'impazienza. «Prima di tutto siamo ottimi amici, altrimenti vorrei sapere per qual motivo avremmo dovuto
continuare a convivere nello stesso banco per tanti mesi.
In secondo luogo, se, come dici, ci teneva talmente a
venire a studiare qui a casa mia, perché non me l'ha mai
chiesto? Poteva benissimo chiedermelo, ti pare?»

«Certo che poteva!», esclamò Luciano. «Senonché,
permetti, se fosse stato lui a chiedertelo, che gusto ne
avrebbe ricavato? Lui, vedi (conosco abbastanza bene il
mio pollo, e so quello che dico), desiderava soprattutto che
tu lo invitassi. E siccome da quell'orecchio tu non ci hai
mai sentito... »

Da un rumore di sedia smossa capii che Cattolica si era
alzato in piedi. Attutito dai tappeti, il suo passo risuonò a
un tratto sul legno scoperto del ring, quindi tornò a spegnersi. Forse era andato a sedersi sui letto in fondo alla
stanza, o addirittura a sdraiarcisi.

«Ma a te», disse infine di laggiù, «cos'è che ti ha fatto,
che ne parli sempre tanto male?»

Anche Luciano si alzò da sedere. Probabilmente aveva
sentito il bisogno di avvicinarsi a Cattolica, e infatti, quando rispose, la sua voce risuonò più lontana, diversa.

Disse che era vero, che effettivamente non poteva soffrirmi. Ma non tanto perché gli fossi antipatico, oppure
cbé mi fossi comportato male nei suoi riguardi. Se mi
criticava, mi criticava per delle ragioni molto più serie di
una semplice incompatibilità di caratteri o di una banale
ripicca da ragazzetto isterico. Era abbastanza superiore,
lui, per proibirsi in ogni caso reazioni del genere. Ma
appunto per questo, proprio perché incapace di qualsiasi
meschinità, nemmeno la gratitudine sarebbe mai riuscita a
impedirgli di dire di me, obiettivamente, tutto quello che
gli sembrasse opportuno e utile dire.

La mia vanità, per cominciare: la mia incredibile, assurda vanità da bambino dell'asilo.

Se ne era accorto subito, fin dall'inizio.

«Ci sei mai stato a casa sua?», chiese.

«No», rispose Cattolica. «Non vado mai da nessuno.
Per principio».

Ebbene - continuò Luciano -, si trattava di un palazzo
vero e proprio, grande come quattro o cinque case normali messe assieme, e dotato fra l'altro di un magnifico
giardino. Inoltre la mia famiglia, la quale, per starci, si era
riservata l'intero secondo piano, occupava da sola un
appartamento di una ventina di stanze, che chissà la spesa
unicamente per riscaldarle. Eravamo pieni di soldi, insomma, e si vedeva. Però un signore è un signore, e altro è
un pescecane. E che la nostra ricchezza non rimontasse a
un'epoca anteriore a quella di mio nonno paterno, commerciante di tessuti all'ingrosso, glielo avevo confermato
proprio io fino dal primo giorno, quando senza dargli
neanche il tempo di respirare lo avevo portato in giro di
stanza in stanza. Gli avevo subito mostrato tutto: il salone
delle feste, i tre salotti, le due camere da pranzo, le sette
camere da letto, i quattro bagni, l'office, e persino i cessi,
quelli padronali e quelli della servitù; e apparivo felice e
beato, nel frattempo, pieno di soddisfazione da far schifo.
Sugli stipiti di ogni porta mio nonno che, come gli avevo
raccontato, ci teneva molto alla religione, aveva fatto attaccare certi strani tondini di metallo nichelato della grandezza di una moneta da cinquanta centesimi, con dentro
un pezzetto di carta scritto in ebraico. Lui mi aveva chiesto
delucidazioni in proposito, e bisognava vederla la mia
faccia, mentre gli spiegavo per filo e per segno il significato
e la funzione di quegli aggeggi, come era diventata rossa di
piacere! Cosa c'era scritto dentro i tondini? Ma niente. Il
nome di Dio Padre, e basta. Senonché la mia vanità era
tale che perfino la nostra religione tendevo a trasformarla
in una faccenda privata, di famiglia. Il nostro Dio- mi ero
espresso proprio così - era il Padre Eterno, e lui solo
(secondo me il cristianesimo andava visto come una forma
più moderna di ebraismo). E sia pure. Ma intanto ne
parlavo, del mio «vecchione con la barba», con la stessa
tronfiaggine con la quale avrei potuto sbandierare il conto
in banca di mio nonno buonanima, facoltoso negoziante
di tessuti all'ingrosso...

Avevamo poi attaccato a studiare tutti i giorni «in tandem». Ma anche qui provavo un gusto così scoperto
a sfoggiare, a emergere (tutto per me diventava motivo di
gara: a casa non meno che a scuola mi comportavo sempre
come se stessi giocando al football), da suscitare in chi mi
stava vicino la voglia che facessi io, che me la sbrigassi io,
e amen. Verissimo: «scolasticamente parlando», lui per
molti mesi era vissuto alle mie spalle, trasformato da me
in una specie di Paguro Bernardo. Però andiamo! Il Paguro
Bernardo è un povero mollusco dal quale è giusto pretendere che «offra il didietro ringraziando», mentre un compagno di scuola, anche se di famiglia meno ricca, anche se
meno intelligente e preparato, anche se in fondo niente
affatto scontento di aver trovato qualcuno che ci dia dentro
a lavorare per lui, è pur sempre un compagno di scuola,
cioè un essere umano! Io non lo avevo mai considerato nè un essere umano né un amico, ecco la verità. Me ne ero
sempre servito come di una semplice macchina da lodi, da
far funzionare con la stessa disinvoltura con cui uno,
girando una manopola, mette in andare la doccia del
bagno.

I miei fratelli li aveva appena veduti. Uno era ancora in
seconda ginnasio, e l'altra, la bambina, addirittura in terza
elementare. Ma i miei genitori sì, quelli aveva avuto modo
di vederli più che bene. Particolarmente mia madre.

«L'hai mai notata?»

«Chi?»

«Sua mamma.

«No».

«Beh, peccato, perché come donna ti garantisco che ne
vale la pena».

Era una signora sui trentatré, trentacinque anni-proseguì -, magari un po' «sfasciata» come sono sempre le
ebree, ma però con una bocca tale, con certi occhioni
«marron», e con certe occhiate, specialmente...

Sebbene fosse «mora» di occhi e di capelli, era soprattutto a lei che assomigliavo. E allo stesso modo che io,
vanitoso e bisognoso di lodi, mi servivo di lui come di un
attrezzo da ginnastica sul quale misurare la forza dei miei
muscoli, anche mia madre lo aveva sempre adoperato come il mezzo più adatto per ottenere che il bravo figlioletto le restasse tranquillo per casa fino all'ora di cena. Di quali trucchi non sarebbe stata capace, la degna signora,
pur di conseguire il suo nobile scopo! Arrivava alle cinque
con certi vassoi che una famiglia intera ci si sarebbe sfamata per due giorni. Caffellatte, tè, cioccolata, panna
montata, paste, pasticcini, petit-fours, cioccolatini: ogni
pomeriggio un trattamento completo. Ma questo era ancora niente. Perché a parte l'aria che aveva sempre, «la
maledetta» mentre ti riempiva la tazza o ti metteva il
piatto dei pasticcini sotto il naso («Su, non fare
complimenti», incitava insinuante: «la roba dolce nutre,  fa bene ai muscoli e al cervello!»), dopo, accomiatandosi, non mancava mai di lanciare attraverso la fessura dei
porta un bel sorriso accompagnato da un'occhiata «mezzo
materna e mezzo assassina». E i baci che spesso, a neppure
un metro di distanza, stampava sulle guance del figlioletto,
tutta intenerita come pareva di trovarselo lì, al calduccio
dei termosifoni, tanto studioso, bello e intelligente?

Una sera dell'inverno scorso, una sera di temporale, si
era spinta anche più in là. Per convincerlo a trattenersi a
cena e magari a dormire, d'un tratto si era messa a fissarlo
occhi negli occhi con una forza tale da impaurire non dico
lui, che ci voleva poco, ma il diavolo in persona. Cos'è che
intendeva promettere con quello sguardo? Basta, lasciamo perdere. Certo è che l'estate al mare (saremmo andati a
Cesenatico, l'estate prossima: prenderne nota!), una donna così doveva combinarne di tutti i colori al marito
anzianotto le settimane che lui, rientrato in città per stare
dietro ai suoi affari, la lasciava nella villa d'affitto senza
altra compagnia all'infuori di quella delle serve e dei
bambini! Con quella bocca larga, «ingorda», con quegli
occhi languidi mezzo nascosti dai capelli (il petto lo aveva
un po' basso, d'accordo, ma la «carrozzeria» meritava
forse un viaggio apposta), impossibile che, presentandosi
l'occasione, se la lasciasse scappare.

Ma tornando a me, ci credevano che le «pugnette» non
sapevo nemmeno che cosa fossero?

Lui per la verità l'aveva sempre sospettato. Eppure la
volta che, messo alle corde, avevo avuto l'onestà di confessare che non me ne ero mai tirate, la sua sorpresa era stata
enorme. A sedici anni! E con tante pretese, poi!

Cominciamo col guardarglielo, si era detto.

Dopo parecchio dài e dài aveva ottenuto che gli mostrassi il «cazzo», il quale, benchè «scappellato» in permanenza dal taglio in tondo della circoncisione, gli era sembrato proprio qualsiasi, normalissimo. C'era stata piuttosto un'altra faccenda ad apparirgli «parecchio sintomatica»: e cioè la mia reazione quando poco prima, per convincermi a sbottonarmi, aveva avuto l'idea di sbottonarsi
lui.

Ebbene ero talmente impallidito a vedergli il suo, di
cazzo, e poi, nei giorni successivi, la mia maniera di comportarmi era talmente cambiata (di colpo ero diventato
ruvido, sgarbato, gli occhi mi sfuggivano da tutte le parti:
come se mi facesse schifo, non so, o rabbia, o paura), che
lui era stato indotto a pensare il peggio. Ma sì. Ero di
sicuro un «finocchio», sia pure allo stato potenziale: un
«busone» in attesa soltanto di «saltare il fosso», e tuttavia
ignaro (questo, il tragico!) della bella carriera che mi stava
davanti, inevitabile...
 

 

L’ODORE DEL FIENO

(racconti vari)

 

La ragazza dei fucili

Alle domande rabbiose, insistenti, che Bruno Lattes rivolgeva all'Adriana Trentini, questa non rispondeva. « Al diavolo », pensò Bruno alla fine, esasperato; e distolse gli sguardi.

Li girò in direzione della bizzarra finestra semicircolare, ad arco, che dava sulla campagna dalla parte di Bologna. Lungo lo stradone della Darsena stava passando adagio adagio una fila di birocci. Dalla ciminiera dello zuccherificio dell'Eridania, sulla destra, usciva con impeto un fumo nero, denso di fuliggine. Se la conosceva! - continuò a pensare -. Per tre anni, lui non aveva fatto altro che parlare. Invece lei, a rifletterci, era sempre rimasta zitta. Sicuro - insistette, e provava ad un tratto un senso di leggerezza, di pura soddisfazione intellettuale -: anche quando ci dava più dentro con le sue famose girandole di chiacchiere spiritose, divertenti, mondane, anche allora, dell'Adriana, non c'era per niente da fidarsi. In realtà stava lì ad ascoltare: in silenzio, minacciosa. Come un muro, non so, o un albero...

Quando tornò a guardarla, si rese conto che non si era mossa. La guardava, e si inteneriva. Addossata

a una parete dell'atrio, l'Adriana fissava un punto del pavimento, mentre ogni tanto, con un moto brusco del capo, liberava la guancia dai capelli. Ma ecco: svelta a sbirciare di traverso, da sotto in su, adesso... Cos'è che stava cercando di fare, maledetta? Tirava, per caso, a leggergli l'ora sul polso?

Stavolta perdette il lume degli occhi.

«Me ne vado, me ne vado », proruppe. « Non aver paura che me ne vado ».

Avrebbe voluto insultarla, darle della puttana, picchiarla. Senonché, ricominciando a intenerirsi:

«Addio », soggiunse, e si avviò verso la porta.

Sentiva che non l'avrebbe rivista mai più. Sulla soglia ripeté:

«Addio ».

«Ciao », rispose l'Adriana, senza muovere un passo.

Quell'anno, il fatidico '38, l'inverno si annunciò piuttosto tardi. Soltanto verso la fine d'ottobre cominciarono i primi grossi temporali, le prime nebbie. Già da allora, in ogni caso, e si era al principio, Bruno non usciva quasi mai. Le leggi razziali erano state appena promulgate. Inoltre, lui aveva detto all'Adriana che per finire la tesi avrebbe cambiato università. Basta coi soliti su e giù tra Ferrara e Bologna - aveva dichiarato -, basta con tutto quel tempo perduto sui treni. A giorni si sarebbe trasferito a Firenze, per starci... Ma aveva mentito, ed ora temeva che l'Adriana, venuta a conoscere la verità, potesse giudicarlo senza indulgenza: un bugiardo, un piccolo millantatore ridicolo.

Anche su in casa si faceva vedere il minimo necessario: esclusivamente per i pasti, in pratica, che spesso, fra l'altro, prendeva da solo, o un po' prima dei famigliari, o un po' dopo. Il resto della giornata lo passava rinchiuso nello studio a pianterreno, dove nessuno si azzardava mai a mettere piede. Le ore trascorrevano inerti. Dalla finestra alta e stretta, incombente a lato della poltrona di velluto verde e della scrivania, pioveva una luce senza colore, insufficiente alla lettura.

Le fantasie lo portavano di continuo altrove. Sprofondato nella poltrona, pensava all'Adriana, e si domandava che cosa stesse facendo in quel momento. La vedeva nella sua stanza: la stessa dove, a cominciare dal gennaio scorso fino ai primi di luglio, quando anche i Trentini erano partiti per il mare, per Rimini, lui, di notte, era potuto penetrare tante volte. Stesa sui letto, l'Adriana fumava. Chissà, però: forse, un pomeriggio, si sarebbe improvvisamente stancata di fumare e di ascoltare dischi. Cedendo ad uno dei suoi subitanei impulsi irrazionali, magari per semplice curiosità, un giorno o l'altro lei gli avrebbe telefonato. Gli avrebbe telefonato, e lui sarebbe subito accorso, naturale. Avrebbe preso la bicicletta, attraversato la città, ed eccolo sotto le finestre di casa sua, là dalla Spianata, a modulate il solito fischio, il loro fischio. Avrebbe fatto le scale di corsa, se la sarebbe trovata dinanzi. Era così smagrito e sciupato, lui, c'era nei suoi occhi tanta sofferenza, le leggi razziali lo avevano reso talmente degno di compassione, che l'Adriana non avrebbe re