Album  fotografico

Appunti su Nero di Londra

L'ultima fuga

Penna, pennello e veleno

Mille volti

Chi eri, Jack?

Solo un gioco

L'avvocato

Per te morirei 

Dolcemente nella vasca

Il medico legale 

L'alibi ti accusa

Esperimento d'amore

Il mio sosia

La casa dei segreti

Il boia

Alle spalle

Sogni di sangue

La vanità di un sadico

Per amore di un cane

Ci crocifiggeranno tutti

Troppo solo

         

  APPUNTI SU NERO DI LONDRA

 Il mio percorso nel delitto storico.

Una strada che ho cominciato un po’ per caso e un po’ per passione. Ci sono tre elementi in questi tre libri sul delitto che fanno parte dei miei principali interessi. La ricerca storica, i delitti che racconto   sono casi chiusi. Poi l’analisi psicologica, ripercorrere tutta la vita dell’assassino alla ricerca delle motivazioni dei suoi delitti.  E poi la passione per il noir. Il noir che spesso viene confuso con il giallo ma che non è necessariamente legato alla risoluzione di un meccanismo a sorpresa. Nel noir protagonisti sono personaggi comuni che improvvisamente si trovano proiettati in situazioni drammatiche ed estreme. Il noir ha un’atmosfera particolare, fatta di tensione e insicurezza.  E per il noir voglio almeno citare due personaggi di cui ho sentito l’influenza:

Patricia Highsmith: nella narrazione il suo maggiore interesse è per la colpabilità (colpevolezza giuridica). L'omicidio in sé non mi interessa, è lo sviluppo della colpabilità che mi intriga, amava dire. Quindi la suspense non è data come avviene di solito dall'ansia di scoprire il colpevole perché questi è già noto al lettore fin dall'inizio. Lo svolgimento delle sue storie non rispetta i canoni della letteratura di genere e ciò che più conta per l'autrice non è la motivazione dell'omicidio ma la psicologia dell'assassino.  Non per niente quello della Highsmith si chiama giallo esistenziale nel quale protagonisti assoluti sono la nevrosi e il destino.

Alfred Hitchcock e la grande importanza che ha sempre dato alla suspence. Non amava il giallo, la ricerca dell’assassino che considerava una sorta di rompicapo  privo di emozione. E fa un esempio sulla differenza tra sorpresa e suspence: un uomo entra nella casa di un altro e comincia a frugare nei suoi cassetti, improvvisamente arriva l’altro e lo scopre. Questa è la sorpresa. Nel suo caso invece il pubblico sa che il proprietario della casa sta per arrivare e scoprire l’intruso, ecco che si crea una situazione di suspence. Che è proprio quella che voglio creare io raccontando fin dall’inizio il momento culminante dell’assassinio.

Ho cominciato il mio percorso con le donne assassine:  35 delitti commessi dalle donne dal milleseicento alla metà del novecento in diversi paesi del mondo.

La donna è responsabile solo del dieci per cento della totalità dei delitti ed ha sempre ucciso, almeno fino alla sua emancipazione, con moventi e modalità diverse da quelle maschili. Il novanta per cento delle vittime delle assassine sono uomini. La donna uccideva membri della sua famiglia perché  la famiglia era l’ambito in cui viveva e si affermava. Le donne uccidevano più frequentemente mariti,  amanti e parenti e hanno avuto maggiori possibilità di non vedere scoperti i loro crimini proprio perché commessi in ambito familiare e usando spessissimo l’arsenico che fino al 1840 non poté essere rivelato da alcun esame.

La maggior parte dei crimini commessi dalle donne sono crimini di letto. Hanno la loro origine, in molti casi, nell’amore e nell’odio, nella gelosia e nella vendetta.  La donna era meno violenta dell’uomo, difficilmente colpiva ripetutamente la sua vittima, ma era più crudele.  

Nel secondo libro ho invece raccontato 25 storie di delitti commessi in coppia. Fenomeno abbastanza raro nel mondo del delitto. Ma interessante proprio per i meccanismi che portano due persone ad uccidere insieme. Interessante indagare il rapporto che c’è tra i due e come si evolve dopo aver commesso il delitto.

E poi ho voluto raccontare i delitti commessi dagli uomini e  ho scelto una città come sfondo, Londra. A differenza delle donne, gli uomini non uccidono quasi mai spinti dal sentimento. Non lo fanno per eliminare chi si oppone al coronamento del loro sogno di amore, neppure per il dolore di un tradimento o perché la loro compagna li fa soffrire. 

Uccidono per soldi, per il piacere di uccidere, per sadismo, per vanità, per dimostrare il proprio potere su donne indifese, uccidono spinti da perversioni sessuali  o da aberrazioni come la necrofilia o il vampirismo.

Nei loro atti omicidi non c’è nulla di eroico. Uccidono quasi sempre donne, in genere prostitute oppure donne fragili, vulnerabili, che subiscono il loro fascino.

La vanità sembra guidare il loro comportamento anche dopo il delitto. Sono molteplici i casi di assassini che hanno fatto di tutto perché i loro delitti fossero scoperti.

 

E infine Londra per varie ragioni. Perché è il luogo del delitto letterario e cinematografico, pensiamo a Conan Doyle, a Agatha Christie e a Alfred Hitchcock. E il primo film di Hitchcock, The lodger, prendeva spunto proprio dalla storia di Jack lo Squartatore.

Londra, soprattutto prima e durante l’epoca vittoriana era una città ideale per il crimine.

Una città antica e affollata, il crogiuolo di  nazionalità e gruppi etnici diversi. Per secoli i rifugiati per ragioni politiche religiose ed economiche hanno trovato asilo in questa città (per esempio gli ebrei fuggiti dalle persecuzioni razziali nel 1800).  

Londra era il centro della criminalità inglese, la culla del male, la città che attraeva i tagliaborse, i malfattori del paese. Il fatto che fosse anche una città ricca non faceva che aumentare ancora di più il numero di disperati che vi cercavano fortuna.

I quartieri malfamati dell’East End, dove agì Jack lo Squartatore, erano famosi per i crimini. La maggioranza della popolazione viveva in condizioni spaventose: povertà, sporcizia, corruzione, delinquenza, vizio e trascuratezza regnavano sovrani. Era un dedalo di stradine strette, di cortili e vicoli ciechi male illuminati. Le case erano vecchie e decadenti e in gran parte di esse c’era uno spaccio di gin o un bordello. In molte c’erano camere ammobiliate affollatissime in cui regnava la promiscuità, senza servizi igienici, luce o ricambio d’aria.

Era anche un quartiere di passaggio, contadini che cercavano lavoro, immigranti, marinai alla ricerca di alcol e donne, gente del west end alla ricerca di divertimenti.

C’erano eserciti di mendicanti, la prostituzione era diffusissima e le donne adescavano i loro clienti nelle strade, i bambini poveri facevano i mendicanti o gli spazzacamini, le bambine venivano mandate a prostituirsi. Nelle strade la sera imperversavano bande di criminali che cercavano il delitto. Uscire la sera era a proprio rischio e pericolo perché i poliziotti raramente si avventuravano in quelle stradine.

Bene qui agisce Jack lo Squartatore che è diventato ormai una leggenda. Poiché il serial killer non è stato catturato è cominciato il gioco sulla sua identità. Sono stati scritti moltissimi libri sulla sua identità e realizzati circa 50 film. L’ultimo è “From Hell” con Johnny Depp.

I delitti a lui attribuiti sono cinque e sono stati effettuati tra il 31 agosto e il 9 novembre 1888, quattro dei quali all’interno di un territorio di poche centinaia di metri. Le vittime erano tutte prostitute poverissime di mezza età e vittime di abusi alcolici.

 

E infine una curiosità. In questo libro in cui le storie sono venti non racconto soltanto gli assassini. Ci sono tre biografie che riguardano personaggi diversi, personaggi davvero affascinanti.

Uno è Edward Marshall Hall, il più famoso avvocato dei suoi tempi. Un uomo molto intelligente, affascinante, dall'aspetto imponente, i lineamenti forti, una voce risonante che aveva un effetto ipnotico sulla giuria, il senso dell'effetto drammatico. Aveva una mente veloce, un cuore comprensivo, una personalità esuberante. Il potere di esprimersi chiaramente ma anche quello di essere istrionico, coraggioso, eloquente, abile.  Aveva anche un temperamento impetuoso. Aveva il dono della persuasione.  Capace di cogliere il minimo cambiamento di espressione di un testimone in modo da avvantaggiarsene, abile nel cambiare la propria tattica secondo le circostanze e secondo la propria ispirazione, pronto a lottare per la vita del suo cliente come se si trattasse della propria vita. E la sua vita   fu resa triste da un infelicissimo  matrimonio con una giovane donna che non lo amava e che alla fine morì, incinta di un altro uomo, dopo un aborto.

Poi la storia di Bernard Spilsbury, il medico legale chiamato l’invincibile. Anche lui bello, affascinante, capacissimo. Non sbagliò mai e quando alla fine cadde in depressione per la morte di due figli e per aver sbagliato per la prima volta un’autopsia, si uccise con il gas.

E infine la biografia di Albert Pierrepoint, ultimo boia inglese e proveniente da una famiglia di boia. Si dimise dopo aver impiccato Ruth Ellis, l’ultima donna giustiziata in Inghilterra e poi lasciò una lettera dalla quale ho tratto la frase iniziale del mio libro e con la quale vorrei concludere:

"Io credo che nessuna delle centinaia di esecuzioni da me effettuate abbia mai agito da deterrente per un crimine. La pena capitale, a mio parere, non risolve nulla, soddisfa soltanto un desiderio primitivo di vendetta".